Giornali e dogane contro libri

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1948

Giornali e dogane contro libri

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 617-625

 

 

 

L’arrivo sul tavolo del presidente, da parte di associazioni varie, di memoriali relativi al prezzo dei giornali e dei libri diede occasione ad alcuni appunti:

 

 

Anni addietro, all’epoca della Costituente, avevo avuto l’impressione discorrendo con chi era allora commissario ovvero presidente di un ente della cellulosa e della carta, che questo ente fosse in istato di coma; od almeno mi parve che il commissario ritenesse di avere soprattutto un compito di liquidazione. Evidentemente però, in questo come in tanti altri casi, la messa in o l’aspettazione della liquidazione è un elisir di lunga vita. Quando mi accade di firmare un decreto con cui qualche cosa è messo in istato di liquidazione, involontariamente penso: «Ho firmato un decreto di ricostituzione e di rafforzamento!».

 

 

Così sembra sia accaduto per l’Ente cellulosa e carta. Da qualche stampato ricevuto vedo che persino il Consiglio di stato è chiamato a decidere tra l’ente, il ministero e certi editori. La controversia sarà decisa nel modo più appropriato dal giudice competente; ma i giudici decidono intorno ai problemi che li riguardano e non possono intervenire nel merito. Avendo cercato di formarmi un’idea del merito, sono giunto alla conclusione che qui ci troviamo di fronte ad uno dei non pochi casi in cui si risolvono accidentalmente e per la soddisfazione di interessi puramente privati, problemi di carattere generalissimo.

 

 

Il sugo della faccenda parmi che possa essere posto nei seguenti termini:

 

 

Taluni consumatori di carta – consumatori intermedi, ma essi parlano dichiarandosi rappresentanti dei consumatori ultimi – affermano di dover pagare per la carta un prezzo troppo alto. Costoro sarebbero gli editori di giornali. Essi invocano dallo stato un intervento, affermando che senza un aiuto essi dovrebbero aumentare troppo il prezzo dei giornali, portandolo da venti-venticinque lire la copia a trenta-trentacinque lire.

 

 

Senza saperne niente in particolare, sono persuaso che in questo, come in tutti gli altri casi, si tratti di una grossa bugia. Non può essere vero che tutti i giornali sarebbero costretti ad aumentare il prezzo da venti-venticinque lire a trenta-trentacinque o altro diverso e maggior prezzo. È questa la solita bugia del «costo di produzione medio»: entità metafisica non mai esistita e che non esisterà mai. Il costo di produzione dei giornali, come di qualunque altra merce, è variabilissimo e può andare da venti, o forse anche meno, a cinquanta lire o a cento lire per copia. La grossolana bugia del costo di produzione medio ha soltanto per iscopo: a) di mettere in grado le imprese, le quali producono giornali che nessuno legge, di vivere a spese di qualche innocente che potrebbe essere il solito Pantalone, e b) di fornire profitti illeciti, ottenuti ingannando il legislatore, alle imprese le quali potrebbero vivere vendendo il giornale anche a prezzo inferiore a quello odierno.

 

 

Gli editori di giornali, sia quelli che lasciati a sé fallirebbero, sia quelli che in ogni caso prospererebbero, sono costretti, per rafforzare la grossa fandonia del costo di produzione medio, ad inventare un’altra fandonia, ancora più grossa, ed è quella del servizio pubblico a cui i giornali adempiono. Essi dicono: «Senza la carta a buon mercato, e resa a buon mercato da un sussidio governativo, noi non potremmo adempiere al nostro ufficio di informare il pubblico». Il risultato ottenuto col sussidio è precisamente l’opposto: si mantengono in vita i giornali che non informano il pubblico, ma lo ingannano. Il giornale il quale informa esattamente il pubblico della verità, il giornale che osserva la massima fondamentale che dovrebbe regolare la sua condotta: notizie vere e commenti liberi, non ha bisogno di sussidi. Più o meno presto i lettori sanno fare la scelta ed abbandonano alla loro sorte, non comprandoli, i giornali che offrono notizie false e commenti pagati. Se i giornali i quali tradiscono il loro compito riescono a sopravvivere, è anche perché accanto agli aiuti privati, ricevono l’aiuto pubblico della carta al di sotto del prezzo libero di vendita.

 

 

Sia perciò messo bene in chiaro, come punto fondamentale nella discussione, che dare un sussidio sotto forma di contributo pubblico di carta a minor prezzo, è opera antisociale e antieducativa.

 

 

Fatto il primo passo, altre conseguenze spiacevoli si manifestano ineluttabilmente. A chi far pagare il costo del sussidio fornito agli editori dei giornali e fornito per ottenere il duplice risultato di aiutare gli spacciatori di notizie false e di commenti informati a privati interessi e di crescere i profitti di coloro che non hanno bisogno dell’aiuto?

 

 

Se si dicesse: «Diamo ai giornali un sussidio di tot decine o centinaia di milioni ed iscriviamo il sussidio nel bilancio del ministero dell’industria», la cosa farebbe scandalo. In parlamento qualcheduno ci sarebbe per far notare che i denari dei contribuenti non si debbono spendere in così malo modo e la cosa non passerebbe liscia. Ed allora si inventa un’altra teoria balzana: ricorrere sì a qualche imposta, tartassare sì qualche contribuente, ma affermando che non si tratta né di imposta, né di contribuente, ma di contributi perequativi o compensativi messi a carico di un gruppo di persone le quali hanno interessi similari. Si inventano perciò contributi su ogni chilogrammo di cellulosa importata o prodotta nello stato e destinata alla carta e si aggiungono altri contributi sulle fatture di carta e cartoni ad esclusione della carta per giornali quotidiani (e sembra che il concetto dei giornali quotidiani sia stato esteso a tutta la roba che sia stata stampata con macchine rotative). La sostanza è che gli industriali consumatori di carta sono distinti in due categorie: coloro che consumano carta per produrre giornali quotidiani, o forse in genere, roba da rotative e gli industriali i quali producono libri, riviste ed altre pubblicazioni che per la loro natura tecnica non sono adatti alle rotative.

 

 

Possiamo chiamarlo sin che si voglia col nome di contributo, ma con la mutazione della terminologia non mutiamo la natura dell’istituto che è quella dell’imposta e per giunta della pessima fra le imposte. Se Tizio è chiamato forzosamente a pagare una certa somma, nessuno potrà mai negare che egli sia chiamato a pagare un’imposta vera e propria; con questa differenza essenziale però: che le imposte debbono andare tutte a vantaggio dell’erario pubblico mentre invece nel caso attuale vanno a vantaggio di private imprese. In sostanza sono consumatori di libri, di riviste e di pubblicazioni estranee alle rotative i quali sono chiamati a pagare un sussidio ai produttori di giornali.

 

 

Si offende così il buon senso e la morale pubblica affermando che i giornali quotidiani adempiano ad un fine pubblico migliore e più alto di quello cui adempiono i libri e le riviste. Spiegai dianzi che il fine pubblico per i giornali non esiste, anzi si ottiene il risultato opposto di danneggiare l’interesse pubblico. Ma se anche esistesse, non vi ha ragione al mondo perché l’onere del conseguimento di siffatto pretestuoso interesse pubblico debba essere ottenuto a spese dei consumatori di libri e riviste. Se per assurdo fosse vero che l’interesse pubblico esiste, tale interesse dovrebbe essere conseguito a carico in genere dei contribuenti e non mai di una categoria particolare di contribuenti scelti esclusivamente in base ad una omonimia o tutt’al più in base ad una specie di parentela spirituale: i libri essendo composti di carta ed essendo perciò affini ai giornali, è giusto che i giornali diventino i parassiti dei libri.

 

 

Ragionamento che, se fosse vero, potrebbe essere rovesciato: perché il legislatore deve decidere sulla dignità rispettiva dei giornali e dei libri? perché mai deve concludere che i giornali sono meritevoli di compatimento e di sussidio, laddove i libri debbono essere colpiti da una taglia a favore dei giornali? Trattasi di giudizi di dignità che sono rimessi agli storici, ai filosofi, ma non sono certamente di competenza dei legislatori e dei ministeri. Legislatori e ministeri decidono sulla base del clamore maggiore o minore degli interessati. Sembra che i fabbricanti di giornali siano stati più influenti dei fabbricanti di libri e sono riusciti ad essere favoriti a spese dei secondi.

 

 

Il malo uso dell’istituto della imposta ridotto a servitore di interessi privatissimi è tanto più condannabile, in quanto si è evitato in tal modo di andare al fondo della questione: perché la carta sia da giornali che da libri è, per lagnanza universale, tanto cara? La risposta è ovvia: perché da decenni non si è mai voluta rimuovere la situazione monopolistica delle cartiere nazionali. Al fondo della rissa fra le due specie di editori di giornali e di libri, si trovi la protezione doganale ed i privilegi di contingenti di importazioni e di valuta a favore dei fabbricanti di carta. Artificio, monopolio e privilegi partoriscono sempre nuovi artifici, sempre nuovi monopoli e sempre nuovi privilegi. Avendo condisceso alla protezione delle cartiere le quali possono così imporre al mercato interno prezzi superiori ai prezzi esteri, bisogna per forza consentire ai giornali di taglieggiare i libri, bisogna aiutare i giornali passivi accrescendo i profitti dei giornali che potrebbero vivere con le proprie forze e bisogna diminuire il consumo dei libri a pro dei quotidiani.

 

 

18 maggio 1952.

 

 

Questa, che segue, è la descrizione di quel che accadeva nel momento nel quale fu inviata la nota. In seguito le cose mutarono in meglio; sebbene non ancora quanto sarebbe desiderato da chi, se non fosse aiutato da amici, dovrebbe perdere, per procacciarsi dall’estero talun utile strumento di studio, un tempo non giustificato dal soddisfacimento di quella che forse è mera libidine statistica.

 

 

Sembra che si pensi di modificare il metodo di spedire i libri sottofascia all’estero. Questi sottofascia, muniti del benestare bancario, prima di essere consegnati alla posta per l’inoltro dovrebbero essere presentati alla dogana. Invece di diminuire, gli ostacoli alla esportazione dei libri all’estero sottofascia aumenterebbero. Si premetta che la spedizione sottofascia è la maniera più economica di inviare i libri all’estero.

 

 

Immaginiamo ora che un libraio intenda effettuare dieci spedizioni a dieci differenti clienti; e che i clienti siano università degli Stati Uniti, che più di altre si interessano alla produzione scientifica italiana. Ogni spedizione composta di parecchi sottofascia è corredata di un benestare bancario. Supponiamo che le dieci spedizioni a dieci differenti clienti si compongano di trenta sottofascia in tutto e che il loro peso complessivo sia di cinquanta chilogrammi.

 

 

È evidente che il libraio dovrà, per non far crescere troppo le spese, riunire in un trasporto unico un numero sufficiente di spedizioni e di sottofascia.

 

 

Ecco che l’operazione presenta diverse fasi successive:

 

 

1)    Occorre trasportare in dogana i trenta sottofascia divisi in dieci spedizioni, provvedendosi di un mezzo meccanico atto a contenere il volume e il peso di cinquanta chilogrammi.

 

2)    Il commesso arrivando alla dogana deve essere provveduto di dieci moduli, uno per ogni destinatario. Nel modulo deve essere indicata la ditta esportatrice, la qualità e il peso della merce ed il destinatario. Senza questo modulo, da presentarsi alla posta, non si entra in dogana.

 

3)    Una volta che il commesso è entrato in dogana deve presentare i sottofascia agli ispettori doganali; questi devono controllare il contenuto col benestare bancario per verificare la conformità del benestare al contenuto. Fatto questo, gli ispettori dovrebbero riempire essi stessi un particolareggiato stampato per ogni spedizione. Poiché la dogana è sempre affollata e gli ispettori devono aprire e riconfezionare i trenta sottofascia in un ambiente ristretto ed affollato, in pratica è impossibile ottemperare al regolamento. Ogni revisione risulta molto costosa e la spesa si aggira tra le cinquecento e le seicento lire per ogni spedizione. Nel caso supposto delle dieci spedizioni la spesa ammonterebbe a seimila lire, che il libraio dovrebbe caricare sui clienti esteri.

 

4)    Esaurite tutte queste manipolazioni, il commesso deve presentarsi al cassiere doganale per pagare le seimila lire di cui sopra.

 

5)    Manipolati i sottofascia ed effettuato il pagamento dei diritti il commesso deve andare ad un altro sportello per fare eseguire la piombatura.

 

6)    Quindi tragitto ad un altro sportello per il pagamento dei diritti di dogana.

 

7)    Dopo ciò si passa dinnanzi ad un altro ufficio della finanza per fare registrare e controllare le operazioni eseguite.

 

8)    Finalmente il commesso può uscire dalla dogana, presentando all’uscita i documenti rilasciati dopo le varie operazioni sopradescritte.

 

9)    I sottofascia vengono nuovamente caricati sul mezzo meccanico e trasportati alla posta.

 

 

Tutto questo si può fare supponendo essere possibile trasportare trenta sottofascia da un tavolo ad un altro, da uno sportello ad un altro senza provocare risse con altri commessi affaccendati attorno ai rispettivi pacchi ed involti. Ore e ore vanno perdute per le operazioni; ore che crescerebbero di numero se, per evitare disguidi, si volesse effettuare separatamente ogni spedizione per ogni destinatario.

 

 

Il guaio più rilevante nascerebbe alla fine per la contraddizione tra la piombatura richiesta dalle esigenze doganali e lo stato di «aperto» in cui ogni sottofascia deve trovarsi per conformarsi ai regolamenti postali. La posta invero non ammette sottofascia piombati e viceversa la dogana non ammette spedizioni di plichi i quali non siano piombati. Il risultato pratico sarebbe quello di rendere impossibile la spedizione per sottofascia, costringendo i librai italiani a spedire i libri all’estero soltanto sotto la forma di pacchi postali. Ma a sua volta il costo dei pacchi postali è molto superiore a quello dei sottofascia, rendendo assai difficile la esportazione dei libri. Non è meraviglia che date tutte queste difficoltà artificiali il costo dei libri venga aumentato del 50% in confronto al costo originario.

 

 

È da escludere che un cliente anche pubblico, come può essere una biblioteca od una università, faccia richiesta di libri in blocco in modo tale da rendere possibile la confezione di una cassa; e d’altro canto la spedizione di libri in cassa a piccola velocità in collettame da distribuirsi da uno spedizioniere di New York aumenterebbe l’importo da pagarsi dai destinatari in ragione del costo dei servizi dello spedizioniere americano e renderebbe troppo lunga l’attesa del cliente desideroso molte volte di avere rapidamente il libro desiderato per sue ricerche scientifiche.

 

 

Alle difficoltà indicate sopra per quanto si riferisce alle manipolazioni postali e doganali si aggiungono poi le difficoltà derivanti dall’osservanza delle regole per le valute. Per ogni spedizione occorre consegnare all’Ufficio cambi cinque copie di un modulo abbastanza complicato. Una copia di questo modulo deve essere trattenuta dall’Ufficio cambi; una copia è trattenuta dallo speditore; due copie devono essere allegate al sottofascia e la dogana dovrebbe restituirle bollate allo speditore ed una copia finalmente dovrebbe essere trattenuta dallo speditore per consegnarla poi all’Ufficio cambi quando gli giungerà lo chèque inviato dal cliente per ottenere il pagamento dell’assegno. Le due copie bollate dalla dogana dovrebbero essere consegnate alla posta che dovrebbe poi a sua volta registrarle e riconsegnarle allo speditore che le dovrebbe allegare ai sottofascia al momento di consegnarli alla posta, la quale non dovrebbe inoltrare i sottofascia, se non ricevesse i moduli. Accade talvolta che, se lo speditore non manda personalmente un commesso per ritirare le copie dalla dogana, queste vanno smarrite.

 

 

Se tutte queste formalità non rendono praticamente impossibile la spedizione di libri all’estero ciò è dovuto esclusivamente alla facoltà, per fortuna così sviluppata negli italiani, di sapersi arrangiare e di profittare della confusione creata dai regolamenti per sgusciar nel miglior modo possibile attraverso ad essi.

 

 

Tutti questi imbrogli in fondo sono dovuti alla preoccupazione che i librai spedendo i libri all’estero riescano a costituire fortune in paesi stranieri. La preoccupazione è evidentemente assai esagerata: i librai non usano ottenere i libri da spedire all’estero gratuitamente ma devono pagarli agli editori od agli enti scientifici i quali curano le pubblicazioni; né possono permettersi il lusso di continuare a spedire libri all’estero senza ottenerne l’effettivo pagamento e senza fare girare il capitale il più rapidamente possibile.

 

 

Se la spedizione dei libri fosse liberata completamente da tutte le formalità, si otterrebbero due risultati:

 

 

1)    la quantità dei dollari o di altre monete straniere ricevuta in pagamento dei libri italiani crescerebbe;

 

2)    forse non tutta la somma ricevuta passerebbe attraverso l’Ufficio cambi, ma tutta certamente andrebbe a beneficio dei produttori o venditori italiani di libri nuovi o vecchi.

 

 

Che i dollari siano ricevuti attraverso l’Ufficio cambi o a mezzo privato è cosa che non ha la minima importanza; mentre ha soltanto importanza la quantità maggiore o minore dei dollari medesimi.

 

 

Questo è veramente il caso in cui, per la libidine di fare osservare certi regolamenti e di far fare decine di migliaia di scritturazioni inutili ad impiegati che potrebbero essere destinati a far qualche cosa di meglio, si fa il danno dell’economia italiana.

 

 

5 luglio 1950.

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