Giraudoux, la leggenda e noi (a proposito di alcuni brani di «Sans pouvoirs», citati dall’articolo «L’Attesa» nel numero del 24 febbraio)

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 10/03/1945

Giraudoux, la leggenda e noi (a proposito di alcuni brani di «Sans pouvoirs», citati dall’articolo «L’Attesa» nel numero del 24 febbraio)

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 10 marzo 1945

 

 

 

Il poeta è un pericoloso concorrente dello storico. L’arte fa germogliare dall’immaginazione un seme il cui frutto sarà sempre e più diffusamente gradito di quello – difficile a cogliere e troppo spesso amaro – che offre l’albero della scienza.

 

 

Ora, il poeta non può toccare la storia senza trasformarla artisticamente, non può creare che della leggenda. L’ispirazione che dirige questa sua incosciente manipolazione della verità è sempre un’ispirazione d’amore: siamo dunque nel regno della passione, non in quello dell’esattezza.

 

 

Così Giraudoux si è avvicinato alla storia dell’ultimo quinquennio della sua Francia, come artista, poeticamente: come il vero Giraudoux, come il solo che sarà esistito: nella sua carriera il Giraudoux diplomatico e il Giraudoux uomo di governo sono soltanto una curiosità. E l’artista è stato guidato dal suo cuore: dall’amore della patria, così percepibile anche nella parte più «disinteressata» della sua opera, come un odore di buona terra francese circolante tra le parole più raffinate e i più sottili giuochi dell’intelletto.

 

 

Chi scrive queste righe ama la Francia, dove ha molto vissuto prima e dopo il 1940: e ha imparato ad amarla ancora di più negli anni dolorosi dell’umiliazione e della tristezza che in quelli della felicità e dell’orgoglio. Ha imparato ad amarla sopratutto assistendo al suo risveglio, misurando la forza profonda che risorgendo le permetteva di superare il suo smarrimento, di ritrovare se stessa.

 

 

Smarrimento? Ritrovare sé stessa? Per Giraudoux uno smarrimento francese non esisté, la Francia non perse mai se stessa neppure per un giorno. La Francia che, stupefatta dalla rovina, si interrogò e dubitò, e vinta dal dubbio, si diede delle nuove istituzioni e una nuova politica, per Giraudoux non fu che una Francia ufficiale, che non aveva francesi dietro di se: i francesi «rifiutavano di credere alla sconfitta come ad una triste religione», i francesi «sentivano, una certa speranza, che erano assicurati contro l’epoca». Si: ma l’Istituto d’Assicurazione? Il destino, dice Giraudoux. Ma in politica gli istituti d’assicurazione si chiamano alleanze, sistemi, direzioni: e per il popolo francese – uno dei popoli più razionalisti della terra – bastavano ora, nel momento della più crudele realtà politica, l’astrazione e la mistica del destino?

 

 

Chi scrive queste righe visse quella giornata del 1941, in cui i manifesti della Kommandantur der Gross Paris annunziarono la prima fucilazione di ostaggi – e vi figuravano i nomi e l’età di un vecchio e di un adolescente. E fu quel giorno che egli sentì distintamente scattare nell’anima francese qualche cosa che intimava l’alt allo scorrere di un’epoca, di una certa vita.

 

 

Quel lugubre giorno (De Gaulle era ancora lontanissimo, gli attentati erano ancora fenomeni apparentemente trascurabili) sentii intorno a me, nelle voci e nei volti, il risveglio incoercibile della Francia: con ribrezzo essa si liberava dall’invischiatura del dubbio o dell’errore; la Francia ingannata e truffata si scuoteva, comprendeva, si ribellava. E fu da quella sera finalmente che, a una tavola vicina, i commensali francesi del capo della Gestapo Knocke mi apparvero irrevocabilmente segnati dalla morte dei traditori.

 

 

Prima di quel giorno … Ma lasciamo il poeta, nella sua pietà, portare alla patria sofferente il suo tributo d’amore – ed è la leggenda che nasce. Non è per polemizzare con essa che scriviamo, ma per esaminare questo episodio in rapporto alle nostre realtà e ai nostri compiti.

 

 

Sembra che un triste destino abbia assegnato a noi italiani la parte di perenni autoaccusatori. Tutti gli eserciti della prima guerra mondiale conobbero crisi acute come quella che ci colpì a Caporetto: noi fummo i soli a gridare la nostra così forte, che il suo nome divenne la disfatta per antonomasia.

 

 

E Caporetto non ha più cessato di perseguitarci – mentre chi ricorda per esempio, salvo gli specialisti, la rotta dell’Armata inglese Gough o la grande crisi francese del 1917, l’ammutinamento dei reggimenti, la minaccia del disfacimento stroncata all’ultima ora nel crepitare delle decimazioni?

 

 

E oggi la parte degli autoaccusatori ci è nuovamente imposta, questa volta dal dovere. Per vincere i mali dai quali fummo condotti sull’orlo dell’estrema perdita non abbiamo altra risorsa che una spietata sincerità contro noi stessi.

 

 

La necessità della nostra rigenerazione ci ingiunge di individuare e denunciare non soltanto le colpe dei responsabili, ma anche tutte le tare e tutte le debolezze che ci consegnarono nelle loro mani prima, e poi permisero loro di consumare i loro delitti. Per guarire la patria dobbiamo scoprire centri di infezione, mettere a nudo piaghe e bubboni, disinfettare, amputare: dobbiamo accusarci, processarci, giudicarci. E siamo all’aperto. E tutti stanno a guardarci, tutti stanno a sentirci, tutti intorno a noi assistono a questo spettacolo – e lo registrano nelle loro memorie.

 

 

Siamo obbligati a questo. E per noi non vi è possibilità di leggenda. Per noi anzi l’amarezza dell’ora e del compito è accresciuta da intemperanti che blaterano a torto e traverso e da inevitabili venduti che fanno delle nostre vergogne passate un oggetto di speculazione prostituendosi con un sorriso cinico ai lettori stranieri: per noi vi è tutt’al più la leggenda al contrario, la nuova diffamazione che si innesta sulla vecchia, la congiura della disgrazia, dell’imbecillità, del tradimento e della malevolenza.

 

 

Non possiamo impedire che gli altri ci guardino. E dobbiamo prepararci a sentirci rinfacciare quello che non possiamo evitare che essi apprendano da noi stessi: non nutriremo l’illusione che i vecchi pregiudizi contro di noi stiano per scomparire in un mondiale «embrassons nous» e siano destinati a dileguarsi in una definitiva atmosfera di idillio proprio quando il nostro spettacolo sembra apportare loro una prova magnifica. E sia pure così: se sapremo risponder loro con la virilità e la serietà della nostra nuova vita finiremo pur bene col vincerli.

 

 

Ma per questo occorre anche che la nostra severità contro noi stessi, oggi, non trovi un profittore in nessun vecchio complesso di inferiorità pronto all’ammirazione delle cose altrui come alla denigrazione delle nostre; cioè pronto oggi ad accettare le leggende altrui come ad aggravare le nostre realtà, pronto a collaborare alla obliterazione degli errori degli altri perché i nostri possano esserci ricordati eventualmente domani con ancor più disinvoltura. Che la realtà rimanga presente al nostro spirito: quella degli errori nostri, per guarirci; quella degli errori altrui, per difenderci. Ed entrambe, perché la verità deve essere la verità per tutti.

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