Giustizia e libertà

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/04/1948

Giustizia e libertà

«Corriere della Sera», 25 aprile 1948

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 117-122

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Asociacíon Dante Alighieri, Buenos Aires, 1965, pp. 97-102[1]

 

 

 

 

Le due grandi guerre mondiali hanno prodotto alcuni stranissimi paradossali effetti.

 

 

Al par di tutte le guerre anche esse hanno sostituito alla libera economia di mercato, che dominava il mondo innanzi al 1914, una economia collettivistica o comunistica o socialistica. Così facendo, le grandi guerre mondiali non hanno nulla mutato, salvoché per l’ordine delle grandezze, alle fatali esigenze proprie della guerra. Una società in guerra è necessariamente una società collettivistica, dove il capo comanda e tutti gli altri ubbidiscono.

 

 

Il collettivismo è la legge ferrea dei tempi di guerra; legge eterna ed inviolata. Il paradossale e lo strano sta in ciò che i popoli, che sempre hanno riconosciuto la necessità dell’economia comandata dall’alto in tempo di guerra, in passato, dopo essersi rassegnati a sopportarla per la salvezza della patria finché era necessario, la abbattevano a gran furia al ritorno della pace; ed oggi invece, pur continuando a sopportarla come un male necessario durante la lotta e pur augurando ed a grandi grida chiedendo al ritorno della pace la scomparsa di quelle che si dicono le bardature di guerra, le vogliono poi perpetuare sotto altri nomi, di piani o di programmi o di coordinamenti che sono altrettanti sinonimi del collettivismo economico.

 

 

Questa del denunciare i nefasti del collettivismo bellico, che pur fu e sarà sempre necessario, e del celebrare i fasti del collettivismo di pace, che pure è certamente inutile e dannoso, è una delle tante manifestazioni patologiche dello stravolgimento mentale, da cui pare i popoli siano affetti da un terzo di secolo in qua. Sia lecito di affermare che lo stravolgimento ha la sua ultima origine nella supina irreflessiva accettazione di alcuni luoghi comuni, derivati da teorie divenute popolari verso la metà del secolo scorso, ignorate (sarebbe troppo onore dire confutate) da lunghi decenni nel mondo scientifico e sopravvissute ed anzi accettate come inconcusse verità solo nel mondo politico. In una delle sue tante pagine geniali, scintillanti di intuizioni pericolosamente assunte a guida sicura dai suoi ammiratori, Keynes scrisse che la caratteristica dominante delle dottrine correnti nei ceti e nei partiti politici avanzati è quella di farsi l’eco dello stato del pensiero scientifico economico corrente una o parecchie generazioni prima. Quello che i politici ritengono il non plus ultra del moderno, del nuovo, del socialmente rivoluzionario è invece l’eco stantia di ciò che alcuni studiosi, allora solitari, pensavano da trenta a cinquant’anni prima. Dopo, la scienza è progredita; ma i politici ancora rimasticano le vecchie dottrine tramontate. Fra trenta o cinquant’anni i politici si accorgeranno che al mondo pensarono e scrissero i Cournot, i Gossen, i Walras, i Menger, i Von Wieser, i Marshall, i Pareto, i Pantaleoni, i Wicksell, i Clark, per citare solo alcuni grandi morti che più influirono sul pensiero economico contemporaneo e forse opereranno sull’azione politica fra una generazione. Per ora i politici suppongono ancora che abbiano consistenza le teorie del valore e del sopravalore che Marx ed i suoi corifei avevano dedotto da Ricardo; ed ancora si sentono menomati da un complesso di inferiorità dinanzi a dottrinari intenti a ripetere teoremi che non hanno oramai diritto di cittadinanza in nessun manuale scolastico degno di essere offerto alla meditazione dei giovani.

 

 

Vogliamo invece tentare di esporre due tra i tanti canoni pratici che si possono dedurre da quello che può considerarsi il corpo accettato della dottrina economica contemporanea? Due soli; ma forse i più illuminanti tra quelli che i politici dovrebbero conoscere per sapere in quale senso si debba operare per correggere i vizi di quella meravigliosa economia di mercato od impresa libera che neppure il comunismo forzatamente imposto al mondo dalle due grandi guerre è riuscito a distruggere del tutto e che è ancora l’unico strumento vivo che salva gli uomini dalla carestia e dalla morte.

 

 

Il primo canone è che il male sociale ha le sue origini nel monopolio; e che la lotta contro le ingiustizie e le disuguaglianze sociali ha nome di lotta contro il monopolio. Il monopolio sta alla radice delle sopraffazioni dei forti contro i deboli, delle punte di ricchezze stravaganti ed immeritate, le quali provocano invidia e ribellione nelle moltitudini. È falso che la proprietà sia il furto. L’inventore della frase, Proudhon, oggi probabilmente la muterebbe, egli stesso, nell’altra: il monopolio è il furto. La proprietà frutto del lavoro e del risparmio non è ottenuta col danno altrui, bensì col vantaggio sovra tutto di chi non ha proprietà, del lavoratore padrone delle sole sue braccia. Se al mondo esistessero molte imprese concorrenti tra di loro; se l’accesso alle nuove imprese non fosse ostacolato da vincoli, il prezzo dei beni tenderebbe verso il costo di produzione marginale, ed il margine tenderebbe verso costi ribassanti per la concorrenza creatrice dei migliori contro gli incapaci. Se l’uomo ottiene le cose e i servigi di cui ha bisogno ad un prezzo tendente verso il costo del produttore migliore, mutar sistema sarebbe privo di senso comune e gioverebbe solo agli incapaci ed agli imbroglioni esperti nel conquistare, spacciando formule demagogiche, il potere a vantaggio proprio. In regime di concorrenza, anche i profitti degli imprenditori tenderebbero al costo, ossia a compensare i sacrifici ed il lavoro compiuti dall’imprenditore; e l’interesse del risparmio tenderebbe al minimo necessario per provocare la formazione del risparmio medesimo. L’esperienza prova che questa è la maniera meno costosa per la collettività di compensare imprenditori e risparmiatori, di gran lunga meno costosa dei salari, e compensi che si debbono pagare a funzionari e controllori e sorveglianti in una economia comunistica.

 

 

Il male, il furto nasce quando la legge in primo luogo ed in grado minore la tecnica sostituiscono alla economia di concorrenza la economia di privilegio e di monopolio. Quando lo stato, con le sue leggi, pone limiti, vincoli al sorgere di nuove imprese; quando con dazi, contingenti, favori fa si che taluno dei produttori possa impedire ad altri di fargli concorrenza, allora nasce, oltre al profitto corrente, dovuto alla abilità, alla energia, alla creazione intraprendente, il profitto di monopolio. Il profitto di monopolio è davvero il ladrocinio commesso a danno della collettività; è davvero il nemico numero uno della economia libera, della economia progressiva. Primo canone dunque: lotta contro il monopolio. E, prima di tutto, contro gli innumerevoli monopoli creati dalla legge e che sono serbati in vita dai mille e mille inganni con cui i falsi ragionatori riescono a persuadere i molti industriali danneggiati ed i moltissimi operai danneggiatissimi a farsi, per mezzo dei loro rappresentanti, paladini di protezioni, di favori, di vincoli. Smantellato l’edificio dei favori legali ai monopolisti, ben poco rimarrà in vita; e quel che rimarrà potrà essere combattuto con imprese pubbliche, esercite da enti creati all’uopo e vincolati nelle tariffe dei prezzi a carico dei consumatori.

 

 

Il secondo canone deriva dalla constatazione che, per se stessa, ove sia eliminato il monopolio, l’economia di concorrenza ottiene risultati di gran lunga più perfetti di quelli propri di ogni altro tipo economico, entro i limiti posti dalla domanda di beni e di servigi provenienti dagli uomini viventi in una data società. L’economia di mercato è indifferente, è agnostica rispetto alla natura propria della domanda e produce al massimo buon mercato ciò che il pubblico domanda. Se i consumatori domandano bevande alcooliche, l’economia di mercato produce spiriti; se veleni, veleni; se gioielli e pizzi, soddisfa a questa domanda con la stessa indifferenza con cui provvede al pane, alle scarpe ed ai vestiti.

 

 

Qui si apre un vasto campo agli sforzi degli uomini, intesi a migliorare le sorti degli uomini. Non si deve perciò distruggere la macchina che produce ai minimi costi; bensì, indurla a produrre quei beni che siano giudicati dai più come gli ottimi per la collettività. La via per raggiungere lo scopo è segnata da gran tempo. La imposta in genere, se adoperata entro i limiti posti dall’esperienza allo scopo di non distruggere l’incentivo a produrre ed a migliorare, è strumento efficace a tagliare gli alti papaveri ed a ridurre gli altissimi redditi a misure più modeste. Vi sono paesi, come la Svizzera e l’Inghilterra, nei quali, con aliquote meno bestialmente alte di quelle vigenti in Italia, ma osservate, le grandi fortune vanno diradandosi in modo siffatto da destare preoccupazioni rispetto alla possibilità di dare incentivo al nuovo risparmio. La imposta ereditaria può essere congegnata in maniera da costringere gli eredi a ricostituire entro due o tre generazioni le fortune ereditarie, se essi le vogliono conservare.

 

 

Tutto ciò ha un nome: far sì che gli uomini nella lotta per la vita possano partire da punti non troppo diversi. Il frutto delle imposte sui redditi e sui patrimoni più alti deve servire a dare a tutti, anche ai figli dei più poveri, le possibilità di essere educati ed istruiti, si da gareggiare con i figli di coloro che si trovano più in alto nella scala sociale. La società moderna che già provvede all’istruzione elementare gratuita, che già fornisce gratuitamente l’uso di molti servizi (parchi pubblici, asili infantili, ambulatori, cure mediche, acqua, fognatura, ecc.) deve proporsi mete ben più alte. Il confine tra i beni gratuiti ed i beni costosi deve essere gradatamente spostato a favore dei primi. Non sono un ideale assurdo un minimo di casa gratuita assicurata a tutti, l’istruzione gratuita fornita a tutti i meritevoli sino all’università ed oltre, la sicurezza di vita nella vecchiaia e tanti altri servigi che oggi neppure possiamo concepire.

 

 

Ma i due postulati fondamentali, lotta contro il monopolio e massima possibile uguaglianza nei punti di partenza assicurata ai poveri come ai ricchi, possono essere attuati solo se noi cercheremo di serbare in vita, perfezionandolo continuamente, il mirabile meccanismo di una libera economia che nel 1914 avevamo ereditato dai secoli passati e che, nonostante i nostri sforzi suicidi, non siamo ancora riusciti a distruggere. La lotta diuturna per la libertà, contro la tirannia dei monopolisti privati e del monopolista collettivo, è la premessa necessaria di una società economicamente e socialmente più equa. Giustizia non esiste là ove non vi è libertà.



[1] Tradotto in spagnolo con il titolo Justicia y liberdad [ndr].

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