Opera Omnia Luigi Einaudi

Gli affari buoni fanno la moneta buona?

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 22/07/1925

Gli affari buoni fanno la moneta buona?

«Corriere della Sera», 22 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 376-381

 

 

 

La frase sul «Piave della circolazione» ha avuto la ventura di suscitare una discussione tecnica interessante. Il senatore Enrico Corradini, l’on. Ettore Rosboch ed altri scrittori, pure riconoscendo

 

 

che non esiste in Italia, od almeno non vi ha alcuna importanza, la categoria degli inflazionisti, di coloro cioè che ritengono proficua all’economia nazionale una progressiva svalutazione dell’unità monetaria, poiché anche gli avversari della deflazione sono unanimi nel deprecare ogni ulteriore deprezzamento della lira,

 

 

ammoniscono che non si può porre come principio assoluto quello di non superare il limite dei 20 miliardi di biglietti circolanti. Non vi è, si osserva, alcuna cifra la quale per se stessa possegga una virtù sicura. Possono essere troppi 20 miliardi, se gli affari ristagnano, se la produzione si svolge con ritmo più torpido, se le iniziative mancano. Possono essere pochi invece anche 30 miliardi, se l’attività economica è intensa e se gli italiani sanno dar vita a nuove iniziative, a nuove imprese. Non bisogna stampar biglietti per dar danaro ad industrie malsane, ad affari cattivi, per coprire disavanzi di bilancio o di cassa dello stato. Si possono invece con vantaggio creare biglietti nuovi, se questi hanno per effetto di stimolare la produzione. L’inflazione «produttiva» non è inflazione; è essa stessa stimolo al risparmio, è, dice il sen. Corradini,

 

 

una specie di inflazione la quale via via si deflaziona da se medesima. Ciò che è veramente pericoloso – conclude l’on. Rosboch – e deve essere evitato a qualunque costo è l’emissione di carta che non sia richiesta dalle necessità economiche ma venga invece effettuata dal governo per fronteggiare deficit di bilancio o di cassa.

 

 

La controversia è veramente solenne. Spogliamola degli argomenti accessori: facciamo astrazione dai movimenti stagionali od occasionali. Cento milioni od un miliardo di aumento di biglietti circolanti non vogliono dir nulla, se per il ristabilirsi della fiducia o per il venir meno dell’esigenza momentanea, l’aumento è destinato sicuramente a scomparire in dieci giorni od in un mese. Questi sono gli alti ed i bassi della marea economica, i quali non vietano al livello del mare di mantenersi immutabile. Ridotto alla espressione sua più semplice, la disputa si può esporre così: se è certamente dannoso stampare un biglietto nuovo aggiuntivo per dar credito ad imprese malsane, ad industrie incerte, a speculazioni avventate; se bisogna ad ogni costo evitare che lo stato abbia nuovamente bisogno di stampare biglietti per colmare disavanzi di bilancio, come accadeva qualche anno fa in Italia e come accade ora in Francia, è conveniente invece stampar biglietti per fornire credito ad industrie sane e produttive? Tutti, senza eccezione, condannano l’inflazionismo ossia la stampa di carta moneta a favore dei disavanzi statali, delle industrie malsane, della speculazione. Quanto alle industrie sane Corradini e Rosboch sarebbero, in determinate circostanze, propensi a consentire forniture di credito anche a costo di qualche allargamento della circolazione – il sen. Corradini si cinge ad affermare che 30 o 40 miliardi «possono essere una circolazione buona, perché utile» -; io nego, anche se si tratti di industrie sane.

 

 

Controversia, ripeto, solenne, anche perché antica. I miei contraddittori riproducono le argomentazioni dei governatori della Banca d’Inghilterra, i quali dal 1797 al 1821 pertinacemente continuarono a dichiararsi incapaci a comprendere perché un biglietto, emesso per far fronte ad un affare buono, potesse diventare cattivo. Io cerco di ripetere, con la dovuta reverenza e con la inevitabile imperfezione di forma, gli argomenti con cui Ricardo ed i compilatori del «Bullion Report» dal 1810 cercavano di chiarire che, in regime di corso forzoso e di disaggio della carta, il biglietto è cattivo anche se emesso per consentire la conclusione di un affare buono. Dinanzi a così solenni precedenti, la questione dovrebbe oramai sembrare giudicata. Da più di un secolo, teoria e pratica concordano nell’accettare la conclusione contraria alla creazione di biglietti nuovi. Dovunque si tentò di seguire l’insegnamento dei governatori della Banca d’Inghilterra fino al 1821 e si emisero biglietti per sopperire ad affari sani, il risultato fu costante.

 

 

Se il biglietto di carta fosse convertibile a vista ed al portatore in oro alla pari di legge, e se l’oro fosse esportabile dal paese, non ci si dovrebbe preoccupare troppo di un aumento di circolazione. Se ci trovassimo in un paese, tipo Stati uniti, e se ivi la circolazione dei biglietti crescesse da 20 a 21 miliardi di lire oro, l’effetto primo sarebbe bensì che i prezzi delle cose, per la cresciuta concorrenza delle lire, crescerebbero, diventando superiori ai prezzi correnti negli altri paesi del mondo. Crescendo relativamente i prezzi, gli Stati uniti esporterebbero minor quantità di merci – si esporta poco da un paese dove i prezzi sono alti in confronto agli altri paesi del mondo, – ed importerebbero di più, perché dagli altri paesi a prezzi bassi si vorrebbe importare negli Stati uniti dove il livello dei prezzi sarebbe relativamente più alto. A causa delle minori esportazioni e delle maggiori importazioni, quel tal paese dovrebbe saldare in oro il passivo della bilancia commerciale; ed a tal uopo, gli importatori presenterebbero biglietti alle banche di emissione per ritirarne oro da spedire all’estero. Automaticamente, la circolazione di biglietti scenderebbe perciò sotto i 21 miliardi e la discesa continuerebbe sino a che il livello dei prezzi interni nuovamente uguagliasse il livello dei prezzi esteri.

 

 

Il mirabile meccanismo, che gli Stati uniti hanno conservato durante la grande guerra, e che l’Inghilterra coi Dominii, l’Olanda, la Svizzera ed altri paesi tendono a ristabilire, non funziona in tempo di corso forzoso. Se in Italia, la circolazione viene aumentata da 20 a 21 miliardi di lire, non esiste alcuna forza la quale, per propria virtù, sia capace di farla ridiscendere a 20 miliardi e di fare ribassare il livello dei prezzi. Nessuno ha diritto di riportare le lire alla banca e di farsi dar oro da spedire all’estero. I 21 miliardi restano tali e non si vede la forza spontanea capace di riassorbire il miliardo di più.

 

 

Supponiamo pure che si dia, con cautela somma, il miliardo in più soltanto ad industrie sanissime, prospere, fornite di sicuro avvenire. Quale l’effetto dell’esistenza di 21 miliardi di biglietti invece di 20? L’effetto è notorio; fu qui esposto infinite volte ed è incontroverso. L’esistenza di 21 miliardi invece di 20 di pezzi di carta chiamati lire – e lo stesso accadrebbe se si trattasse di dischi di oro – non ha e non può avere per effetto di fare crescere neppure d’una unità il numero delle spighe di grano, dei mattoni, dei travi di ferro, dei metri di seta naturale od artificiale esistenti in paese. Quel numero rimane assolutamente invariato. Cresce solo il numero delle lire concorrenti sul mercato a comprare le cose esistenti. Il che vuol dire che i prezzi crescono, quali più quali meno, del 5% all’incirca. Non si può rimediare all’aumento, esportando la moneta sovrabbondante, perché ogni paese tiene per sé la propria moneta cartacea, né gli altri paesi la accettano. L’aumento dei prezzi diventa stabile. Può darsi che, se il miliardo fu dato in prestito solo ad alcune imprese «sane», queste prosperino; ma è escluso si tratti di un aumento complessivo di prosperità. Quei mattoni che l’industria sana ha potuto procacciare a sé, furono portati via ad un’altra industria, la quale non godeva altrettanta estimazione e fruì di minor credito. Non si impiegò un numero maggiore di mattoni; si impiegarono per un uso invece che per un altro. Mi si spieghi in qual modo misterioso l’imprestito di carta moneta in quantità maggiore riesca a far crescere la spiga di frumento in più e mi dichiarerò vinto.

 

 

L’aumento di circolazione sembra dare una spinta all’industria; ma è fatto transitorio, bolle di sapone che presto sgonfiano. Esiste una prosperità passeggera, perché le imprese, le quali hanno per prime ottenuto il prestito dei biglietti nuovi, giungono sul mercato quando i prezzi non sono ancora aumentati e comprano a prezzi convenienti. Per una volta o due esse profittano, comprando a prezzi relativamente bassi e vendendo i prodotti finiti a prezzi sempre più cresciuti. A mano a mano che l’aggiunta di domanda dei nuovi biglietti si fa sentire, il vantaggio scema, finché alla lunga si elimina del tutto. I fabbricanti lucrano finché il carbone, le materie prime, i salari ed i capitali non sono cresciuti di prezzo in proporzione ai prezzi dei prodotti finiti; ma, appena i prezzi, i salari, gli interessi si sono equilibrati, il vantaggio scompare: a 20 miliardi di circolazione si guadagna sostanzialmente quanto si lucrava prima a 10, a 5, a 3 miliardi. Le cifre sono più grosse, ma la capacità di acquisto è minore.

 

 

A mano a mano che si va innanzi con la svalutazione, il processo di equilibrio si accelera. Nelle ultime fasi della svalutazione tedesca, gli industriali non facevano a tempo a vendere così i loro prodotti che i salari, gli stipendi dei loro dipendenti erano già cresciuti e talvolta più rapidamente.

 

 

Nella gara di distribuzione dei miliardi di nuovi biglietti hanno maggiori probabilità di successo le industrie «sane» di quelle «malsane»? Ne dubito fortissimamente. Quale è il criterio della «sanità» economica? Sono più sane le industrie le quali hanno bisogno di maggior credito o quelle le quali hanno saputo formarsi riserve di contanti o di crediti liquidi, su cui possono far assegnamento quando vogliano ampliarsi? Vengono in mente nomi di imprese robuste, che non fanno mai parlare di sé, che non chiedono allargamenti di circolazione; e si confrontano con altri nomi, pur famosi, di imprese avidissime sempre di nuovi capitali. Qualche volta si può tremare per la sorte delle seconde, laddove l’avvenire delle prime lascia tranquilli. Chi delle due specie di imprese è in prima fila per chiedere allargamenti di circolazione alle industrie «produttive»?

 

 

C’è una inflazione che deflaziona se stessa? Eccettuato il caso sovra esposto di un mercato libero, con biglietti permutabili a vista e con oro esportabile, non conosco questa specie di inflazione autofaga. L’inflazione, da qualunque origine mossa, si riproduce e si moltiplica. Il danaro esistente non basta ai bisogni correnti. Nuova carta moneta è necessaria. Emessa questa, i prezzi fatalmente crescono; e il danaro esistente di nuovo ritorna a essere insufficiente al fabbisogno, cresciuto in base ai prezzi cresciuti. Più il processo continua, più la circolazione diventa insufficiente.

 

 

Se a 20 miliardi, ogni lira vale 20 centesimi, il paese dispone di miliardi di circolazione. Se la circolazione cresce a 25 miliardi, ma la lira ribassa a 18,80 centesimi, il valore oro della circolazione si riduce a 3 miliardi e 950 milioni. Altrove, ad ogni aumento di circolazione corrispondeva una riduzione notevole del valore oro della massa monetaria circolante. Di qui l’aggravante paradosso, spiegabilissimo e razionale, che ogni aumento di circolazione determina una sempre più acuta fame di danaro. Il saggio dello sconto tende a crescere ad altezze fantastiche quanto più il numero delle unità monetarie carta diventa grande. Egli è che il numero corrispondente delle unità monetarie oro va continuamente decrescendo. Non c’è mai tanta poca moneta effettiva come quando la quantità della moneta carta a corso forzoso cresce.

 

 

Può una moderata inflazione crescere il risparmio? La verità vuole che si riconosca il nocciolo di verità che si chiude in questa affermazione dei miei contraddittori. Può darsi che i fabbricanti, i quali «provvisoriamente» riescono a pagare le merci che comperano, fra cui anche la forza di lavoro, ai prezzi antichi, laddove già vendono i prodotti finiti a prezzi cresciuti, guadagnando di più, risparmino una parte del maggior guadagno. Di fronte ad essi, tuttavia, quanto è maggiore il peso del minor risparmio! Le classi medie, che sono il sale della terra, la sorgente inesauribile del risparmio, che danno al risparmio nuovo un contributo imponentissimo, sono stritolate. Le classi medie detengono titoli di stato, cartelle fondiarie, depositi a risparmio e si veggono dall’inflazione monetaria e dal fatalmente conseguente rincaro della vita ridotti di valore i risparmi antichi e scemato e presto abolito il margine dei nuovi risparmi. Tra le classi popolari e in gran parte delle stesse classi ricche, l’incentivo al risparmio scema e scompare. Perché risparmiare, se oggi con 100 lire si può ancora comperare un paio di scarpe e domani se ne compererà solo mezzo? L’acquisto del paio di scarpe non è forse la miglior forma di risparmio, in tempi di inflazione. Gaudeamus igitur, dumtaxat juvenes sumus. Spendiamo, finché siamo in tempo.

 

 

Queste, sommariamente, le ragioni per cui io ritengo debba mantenersi ferma la politica di freno alla circolazione osservata dal tesoro italiano, con tanto vantaggio del paese, negli ultimi anni.

 

 

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