Gli argomenti della protezione zuccheriera

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/02/1925

Gli argomenti della protezione zuccheriera

«Corriere della Sera», 21 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 97-102

 

 

 

Ho eliminato in un articolo precedente l’argomento dell’opportunità di sorreggere una industria nuova durante il difficile periodo della giovinezza e della lotta contro industrie straniere antiche e agguerrite. Dal punto di vista industriale, affermano gli zuccherieri di avere brillantemente superato la prova del fuoco e di essere in grado di sopportare, e anzi di vincere la concorrenza estera. Dal punto di vista agricolo, sembra dimostrato che il suolo italiano non sia in grado di dare bietole di tenore zuccherino paragonabile a quello straniero; epperciò doversi parlare di protezione non temporanea, sibbene permanente.

 

 

Quali argomenti favoriscono una siffatta protezione perpetua? Gli argomenti si possono dividere in due categorie, di cui la prima a mala pena merita di essere menzionata per la sua evidente futilità.

 

 

Se si lasciasse introdurre lo zucchero estero bisognerebbe pagare in oro, con grave peggioramento dei cambi. Per l’anno corrente, 1924-25, bastava invece che gli industriali avessero ribassato il prezzo da 275 a 200 o 190 lire al quintale o, come adesso si dimostra dal fatto di un dazio di 9 lire oro reputato sufficiente a tener lontano lo zucchero estero, bastava avessero sacrificato 42 lire circa al quintale perché il paese non dovesse inviare neppure un centesimo all’estero. Dunque, non l’invasione dell’estero, ma l’ostinazione a tener alto il prezzo interno sarebbe, nell’anno in corso, stata la causa della minacciata sciagura. Per l’avvenire, il problema è un po’ più complicato di quanto immaginano gli zuccherieri. Nei loro memoriali, essi seguitano a parlare di oro o valuta in oro da spedire all’estero. È risaputo che questa faccenda dell’oro è una pura fantasmagoria. Mai, eccetto per somme infinitesime, l’Italia ha comprato merci all’estero contro oro. Saremmo morti di fame e di freddo da un pezzo, se si fosse dovuto acquistare frumento o carbone con oro che non possedemmo e non possederemo mai. L’Italia si è sempre create le valute oro con cui fare acquisti all’estero, fabbricando merci esportabili o vendendo la contemplazione dei paesaggi e dei monumenti agli stranieri, ecc., ecc. Bisogna persuadersi che l’Italia, come nazione, non ha mai comperato un chilogrammo di zucchero dalla Cecoslovacchia, come nazione. Né lo comprerà mai. Il commercio internazionale, alla pari di quello interno, non si fa tra nazioni, sibbene tra individui. Se c’è chi compra zucchero cecoslovacco, quegli ha prodotto, deve necessariamente aver prodotto prima canapa, granoturco o automobili o seta artificiale o naturale o qualcosa d’altro. Col ricavo compra zucchero. Gli zuccherieri, per spaventar la gente, dicono che gli italiani non riuscirebbero a vendere la canapa, le automobili, la seta ecc. ed è meglio che si fabbrichino da sé lo zucchero. Lascino stare. Ognuno è buon giudice di ciò che gli conviene di fare. Se non ci sono altri motivi, questa del non poter comprare è una fandonia bell’e buona.

 

 

Rimarrebbero chiuse 40 fabbriche, sarebbe perduto un capitale di 1 miliardo al valore attuale (pare 414 milioni di valor nominale di azioni ed obbligazioni) e sarebbero disoccupati 25.000 operai, non è detto se industriali ed agricoli insieme.

 

 

È spiacevole che tutto ciò possa accadere: ma lo spavento di tanto malanno non è un argomento valido. Dovremmo, a questa stregua, sussidiare, con i danari dello stato, tutte le imprese sbagliate, male concepite; dare ossigeno a tutti gli industriali che falliscono. Economicamente, è un bene che le imprese sbagliate scompaiano. Il capitale era già perduto; ed è una perdita secca darsi l’aria di seguitare a farlo lavorare, con i danari dei contribuenti. Alla vecchia perdita aggiungeremmo questa nuova.

 

 

Si può salvare dal fallimento una industria, quando il salvataggio sia giustificato da un interesse nazionale. Ma il salvataggio non è, per sé, questo interesse nazionale.

 

 

Nel caso degli zuccheri da taluno si dice che l’interesse nazionale sia nella convenienza di far coltivare a bietola circa 100.000 ettari. Gli zuccherieri non chiedono dunque il dazio a proprio profitto, ma per poter pagare all’agricoltura prezzi remunerativi. Il problema perciò, in ogni caso, dovrebbe porsi così: è economicamente conveniente far pagare dai consumatori di zucchero lire oro 9 per ogni quintale ai negozianti al minuto, perché questi le passino ai grossisti, e questi le trasferiscano ai raffinatori produttori e questi agli agricoltori; o non sarebbe meglio, postoché si tratta di pagare un premio agli agricoltori, darlo addirittura a questi?

 

 

Si può anche spiegarsi così: gli agricoltori italiani, massimamente della valle del Po, sono indifferenti alle prospettive di morte di un’industria in se stessa tecnicamente capace, di disoccupazione, ecc. ecc., se non si dà loro un grosso premio per ogni ettaro coltivato a bietola. Altrimenti essi preferiscono coltivare canapa o granoturco. Il che vuol dire che l’agricoltura non soffrirebbe menomamente dalla scomparsa della cultura delle bietole. Tutt’altro. Gli agricoltori saprebbero benissimo cosa seminare e come impiegare fruttuosamente lavoro, terra e capitali. Essi vedono la bietola come il fumo negli occhi, sono insensibili alle prediche dei cattedratici che loro parlano di avvicendamenti, di migliorie, di residui di fabbricazione da utilizzare. Come mi scrive un agricoltore «la bietola non dà vantaggio alcuno sugli altri generi» ed è sulle piazze della valle del Po una voce sola tra gli agricoltori, che si sono obbligati colle fabbriche per cinque anni: «la speranza di non coltivarne!».

 

 

La industria dello zucchero è protetta in tutti i paesi del mondo; perché non lo dovrebbe essere in Italia? L’argomento, in quanto vale qualcosa, è una ripetizione di altri argomenti eventualmente validi. O questi ci sono e in tal caso l’esempio straniero è superfluo. O non ci sono, ed esso dimostra il contrario. La protezione è un costo (bisogna ficcarsi ben bene in mente quest’altra idea elementare), che può essere utile o necessario sopportare per raggiungere un fine. Ma sobbarcarsi ad un costo per mero spirito di imitazione degli stranieri?

 

 

Tutte le altre industrie italiane sono protette; perché per equità, non dovrebbe essere protetta quest’una dello zucchero? Quest’è l’ultimo degli argomenti il quale possa essere addotto da una industria in cerca di protezione. L’essenza della protezione è di essere data a poche industrie, perché sono giovani, perché necessarie alla difesa del paese, ecc. Se data a tutti, a che serve la protezione, se non a danneggiare il paese senza costrutto per i protetti? Se con un sapiente sistema di dazi, tutte le industrie riuscissero ad aumentare i prezzi del 10%, ognuna di esse non dovrebbe forse sopportare costi aumentati del 10%? Non è evidente che ogni industria è cliente delle altre per materie prime, accessori, macchine, edifizi; e se la protezione generale rincara del 10% i costi, a che serve ottenere un dazio del 10% sui propri prodotti? La protezione serve se ad ottenerla sono in pochi; perché quei pochi godono in tal caso di un reale vantaggio, sufficiente a superare speciali ostacoli.

 

 

Purtroppo, i sistemi protettivi tendono a trasmutarsi in sistemi di protezione universale. Ma par certo che tale degenerazione sia nel tempo stesso lamentabile e comica.

 

 

A furia di eliminazioni, riterrei che i due soli argomenti forniti di un inizio di serietà siano quelli dell’approvvigionamento in tempo di guerra e quello del dumping.

 

 

Taluno disse: l’Italia si sarebbe trovata a mal partito durante la guerra passata se non avesse posseduto una industria nazionale capace di fornirle lo zucchero necessario al consumo interno.

 

 

Trascurando il quanto ed il come ed il costo della avvenuta fornitura, bisogna notare che se questo argomento fosse valido per lo zucchero, dovrebbe esserlo per moltissime altre cose ugualmente necessarie ed utili. Non si vuol negare nulla a priori; ma occorrerebbero previsioni sulla probabile data e durata di guerre future e sulla loro importanza per dare un giudizio sul valore dell’argomento. Se una guerra grossa come l’ultima fosse prevista all’incirca alla stessa distanza di cento anni, che intercorse fra questa e le guerre napoleoniche – le sole paragonabili all’ultima – e fra queste e le guerre corse tra il 1690 e il 1713, il problema sarebbe: val la pena di macerarsi e digiunare per cento anni per garantire fra cent’anni una data provvista di zucchero?

 

 

Resta il dumping. Affermano gli zuccherieri nel caso specifico che i cecoslovacchi svendono all’estero e cioè in Italia, potendo tenere alti i prezzi all’interno, dove essi sono egregiamente protetti.

 

 

Il dazio invocato ed ottenuto sarebbe valido come ritorsione contro i cecoslovacchi venditori a sotto prezzo. Essi svendono sotto costo per 9 lire oro al quintale; e fanno concorrenza sleale ai produttori italiani. Il dazio italiano di 9 lire oro torna a far crescere il prezzo dello zucchero cecoslovacco al livello del costo e rimette i produttori dei due paesi in condizioni pari di concorrenza.

 

 

Al tempo dei tempi, prima della guerra, eravamo in pochi in Italia ad essere favorevoli alla convenzione di Bruxelles, la quale consentiva anzi obbligava gli stati aderenti ad imporre appunto un sovradazio di ritorsione contro le esportazioni da quei paesi, i quali dessero premi palesi o larvati di esportazione al loro zucchero. Rimango favorevole oggi ad un dazio di ritorsione, purché alle stesse condizioni allora stabilite: 1) il dazio deve essere fissato da un organo internazionale, in cui l’Italia sia rappresentata; 2) il dazio deve essere fissato in seguito ad inchieste contraddittorie, le quali dimostrino l’esistenza effettiva del premio di esportazione e la sua derivazione da una legge di stato o da un sistema di protezione doganale. La convenzione di Bruxelles non pretendeva di abolire i dumping di tutte le specie, impresa assurda e, per ragioni impossibili a spiegarsi di passata, pericolosa. Tentava soltanto di impedire il dumping effettuato con i danari dello stato. Ho paura che gli zuccherieri italiani non accetteranno il ritorno alla convenzione di Bruxelles. La Cecoslovacchia nel 1923-24 esportò 6,6 milioni di quintali di zucchero su 10 milioni prodotti (vedi un eccellente studio del dott. Valerio Polacco, Commercio e industria degli zuccheri, Trieste 1924, presso l’Associazione degli interessati nel commercio dello zucchero); epperciò dovrebbe aumentare molto il prezzo dei 3,4 milioni di quintali venduti all’interno per dare un relativamente piccolo premio ai 6,6 milioni esportati. Gli zuccherieri italiani, vendendo all’interno 3,2 milioni di quintali sui 3,8 prodotti, dovrebbero, all’ombra della protezione, aumentare poco il prezzo interno per poter diminuire molto il prezzo dei 0,6 milioni esportabili. La protezione doganale rende oggi più facile la politica del dumping ai produttori italiani che non ai cecoslovacchi. Vedremo se gli zuccherieri premeranno sul governo per ottenere il ripristino dell’accordo di Bruxelles. Se lo faranno, dirò che essi agiscono nel senso della parità di trattamento, della concorrenza internazionale senza favori artificiosi e plaudirò. In caso contrario, le querele sul dumping appaiono unilaterali. Insopportabile in altri, il dumping diventa logico e giusto se esercitato in paese. Non si vedono le ragioni di adoperare due pesi e due misure: dazio contro il dumping estero per impedire al consumatore nazionale – e consumatrici sono anche le industrie nuove, di possibilità immense in Italia, delle conserve di frutta, dei dolci, del cioccolatto, ecc. – di fruire dei sottoprezzi esteri; e dumping dello zucchero nazionale all’estero, con correlativo aumento del prezzo dello zucchero nazionale!

 

 

Torna su