Gli ideali della incapacità

Tratto da:

Gli ideali di un economista

Minerva

Data di pubblicazione: 01/04/1915

Gli ideali della incapacità

«Minerva», 1°aprile 1915, pp. 289-291

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 135-143

 

Ognuno di noi vede a modo suo i fatti caratteristici della guerra odierna; ed a me uno dei fatti più singolari di essa parve sempre la meraviglia, raccontata dalle gazzette, del maresciallo von der Goltz quando, essendo governatore del Belgio, vide gli operai belgi accogliere con scarso entusiasmo il suo proposito di importare nel Belgio gli istituti di assicurazione sociale, per cui va celebre la Germania. Non so se siano veri il proposito e la meraviglia, perché di ogni fatto raccontato dalle gazzette in tempo di guerra fa d’uopo dubitare; ma sono certamente verosimili, in questo senso, che rispondono da un lato all’altissima e, secondo l’universale, meritatissima opinione che i tedeschi hanno della propria legislazione sociale, e dall’altro lato al naturale senso di repugnanza dei belgi verso i doni recati da quello che essi considerano ingiusto oppressore della loro patria. Essendo opinione corrente e pacifica di tutti i popoli che la legislazione sociale tedesca sia quanto di più perfetto il mondo abbia in tal campo veduto, è naturale l’onesta meraviglia del maresciallo nel vedere i belgi repugnanti a tanto beneficio. E si comprende come in taluni tedeschi sia sorta l’idea di una loro missione di diffondere nel mondo i principi e le applicazioni di queste più alte forme di civiltà di cui essi sono gli antesignani. Ad essi o almeno ad una parte – che è difficile valutare quale importanza abbia – di essi si può soltanto rimproverare di volersi servire degli eserciti e della forza per affrettare ed assicurare la propaganda delle nuove forme di civiltà; e il rimprovero appare giustificato quando si rifletta all’ardore, alla frenesia con cui pensatori e uomini politici andavano da tempo propugnando in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti e nella nostra Italia l’applicazione di metodi foggiati sul modello germanico.

 

 

La guerra forse ha ritardato la attuazione degli ideali tedeschi nel mondo; poiché potrà darsi che, per una legittima reazione, i paesi che con la Germania si trovarono in lotta ritardino a riconoscere la bontà degli istituti tedeschi o vogliano cercare nuove vie diverse da quelle che fatalmente avrebbero seguito.

 

 

Comunque sia di ciò che in futuro potrà accadere, certo è che nell’opzione universale gli istituti tedeschi di assicurazione paiono ancora adesso la conquista più alta della moderna civiltà nel campo economico sociale. Benedetto Croce non ha forse in una lettera recente ad un amico (pubblicata nell’Italia nostra del 27 dicembre 1914) fatta questa confessione? «Vedi: io ho palpitato un tempo pel socialismo parlamentare alla Marx, e poi pel socialismo sindacalistico alla Sorel; ho sperato dall’uno e dall’altro una rigenerazione della presente vita sociale. E tutte le due volte ho visto corrompersi e dileguare il mio ideale di lavoro e di giustizia. Ma ora mi si è accesa la speranza di un movimento proletario inquadrato e risoluto nella tradizione storica, di un socialismo di Stato e nazione; e penso che ciò che non faranno, o faranno assai male e con finale insuccesso, i demagoghi di Francia, di Inghilterra e d’Italia (che aprono la via non al proletariato e ai lavoratori, ma, come dice il venerato amico Sorel, ai noceurs), lo farà forse la Germania, dandone l’esempio e il modello agli altri popoli. Perciò giudico assai diversamente dai socialisti italiani l’atto compiuto da quelli di Germania; e credo che quei socialisti tedeschi, che si sono sentiti tutt’uno con lo Stato germanico e con la sua ferrea disciplina, saranno i veri promotori dell’avvenire della loro classe».

 

 

Nelle quali idee del Croce molto vi è di accettabile; poiché i demagoghi d’Italia e di Francia sono veramente spregevoli, ed è assai deplorevole che, invasati dalla mania di imitazione germanica, i demagoghi inglesi abbiano fatto getto delle loro più belle tradizioni nazionali. Ed è degno di rispetto grande l’atto dei socialisti tedeschi che, in questo principio di guerra, si strinsero attorno allo Stato nazionale; e sarà ancor più ammirevole se, comunque volga prospera o avversa la fortuna, essi seguiteranno sino alla fine della lotta nel loro atteggiamento di solidarietà.

 

 

Ma il problema posto dalla vera o immaginata meraviglia del generale governatore del Belgio e dalla lettera del Croce è, parmi, un altro: il socialismo di Stato, di cui la manifestazione più caratteristica è la organizzazione statale, suffragata oggi anche dal consenso solidale dei lavoratori, dei più svariati rami di assicurazione sociale, è davvero un ideale così alto di vita che la speranza di vedere il movimento proletario inquadrato e risoluto in essa debba sorriderci dinanzi agli occhi della mente e debba farci guardare con fiducia all’avvenire?

 

 

Poiché io non ho questa speranza e non nutro questa fiducia, credo opportuno di dire le ragioni del mio scetticismo. Può darsi che il dissidio sia meramente contingente; e che i fautori del socialismo di Stato tedesco mirino agli stessi ideali miei, volendoli raggiungere per una strada che ad essi può sembrare più sicura. Ad ogni modo, poiché un certo dissenso, almeno iniziale, esiste, è opportuno porre il problema.

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Il quadro del socialismo di Stato tedesco è certo magnifico. Tutti gli operai, un po’ per volta tutti gli uomini al disotto di un certo livello di fortuna, vengono irreggimentati in casse di assicurazione, gerite in parte dai rappresentanti degli stessi assicurati, che facendo pagare adeguate quote agli assicurati, ai loro imprenditori e ai contribuenti in genere, e ripartendo i rischi, li assicurano contro i danni della invalidità, della vecchiaia, delle malattie, della maternità, degli infortuni e li assicureranno contro i danni della disoccupazione e della morte. In tal modo l’operaio, sicuro di sé e del proprio avvenire, attende alle opere della produzione, si abitua al maneggio degli affari delle proprie organizzazioni e si eleva via via ad un più alto tenore di vita, materiale e spirituale.

 

 

E sta bene. Questo è il diritto della medaglia. Il rovescio sta nella premessa fondamentale da cui parte tutto l’edificio del socialismo di Stato, ossia di organizzazione e di assicurazione universale ed obbligatoria: la incapacità dell’operaio, dell’uomo dotato di scarsi beni di fortuna a provvedere da sé alle cose proprie. Se noi facciamo questa ipotesi di incapacità, tutto l’edificio si sviluppa logicamente. Si spiega come faccia d’uopo costringere gli uomini a diventare previdenti, a prelevare dal proprio salario varie quote per provvedere alle diverse esigenze della vita, come occorra organizzare ed inquadrare il movimento operaio nella macchina statale per farlo funzionare in guisa da condurre al massimo benessere collettivo. Ma è pur sempre una perfezione, un ideale che si muove entro una bassura: l’esistenza di masse umane le quali hanno bisogno di essere costrette alla previdenza, alla organizzazione, alla solidarietà.

 

 

Ché, se noi supponiamo di essere usciti da queste bassure e di essere giunti a un momento storico in cui gli uomini da sé sappiano curare i propri interessi, in cui essi sappiano fare il confronto tra la convenienza di spendere oggi o domani o fra un anno i propri guadagni, in cui sappiano valutare la convenienza di unirsi volontariamente tra di loro per raggiungere un fine comune, e sappiano calcolare quando convenga lottare con gli altri uomini o venire a una transazione, se noi facciamo questa avventurata ipotesi, il quadro cambia. Il socialismo di Stato e le assicurazioni sociali germaniche diventano una macchina ingombrante e inutilmente costosa. L’uomo previdente sceglie da sé le vie di risparmiare e di prevedere; ed è probabilissimo che sceglierà le vie le quali siano più adatte ai suoi bisogni, al suo temperamento, alle sue condizioni di famiglia. Che bisogno ha egli di impiegare i propri risparmi al 3 o 4%, ossia all’interesse minimo che è compatibile con l’assoluta sicurezza che deve essere tenuta di mira da una organizzazione pubblica, e per giunta di lasciar prelevare su questo scarso reddito una fortissima percentuale per le spese di gestione? Le spese della macchina sono false spese, le quali diventano convenienti solo quando esse servano a sormontare l’ostacolo della incapacità degli uomini a provvedere a se stessi. Ma, rimosso l’ostacolo, la macchina funziona a vuoto, solo per procacciare stipendi agli amministratori e agli impiegati.

 

 

Parimenti una cassa di disoccupazione è utile finché si ha da fare con una massa operaia incapace a risparmiare volontariamente, nei periodi di occupazione stabile e di prosperità economica, la somma necessaria a superare le morte stagioni e i periodi di crisi. Ma se l’operaio o l’impiegato sa ragionare e sa prevedere, egli preferirà di gran lunga tenere per sé tutte le 6 lire di salario, versandone una su un libretto di cassa di risparmio. Quando, dopo aver lavorato 250 giorni, verrà la morta stagione dei 50 giorni, egli si ritroverà l’intero gruzzolo delle 250 lire e potrà tranquillamente consumarle tutte, a 5 lire al giorno. La cassa di assicurazione contro la disoccupazione, che non può far miracoli, gli avrebbe restituito le sue 250 lire, meno le 25 o le 50 necessarie per il suo proprio funzionamento. Facendo così, la cassa compie opera utile se l’operaio è dedito all’imprevidenza, all’intemperanza e ai consumi immediati; ma inutilmente costosa e quindi dannosa se l’operaio è capace di provvedere a se stesso.

 

 

E si potrebbe seguitare. La legislazione relativa agli arbitrati di lavoro è buona per quelle società in cui imprenditori e operai sono sforniti di educazione economica; e, partendo da ignoranze diverse, hanno bisogno che qualcuno li consigli o li costringa a mettersi d’accordo. Mentre, se l’educazione economica è diffusa, se le parti contendenti hanno saputo darsi dei capi colti, intelligenti e accorti, le contese vengono risolute dai rappresentanti delle due parti, discutendo, con criteri tecnici accettati pacificamente, sui dati concreti delle condizioni dell’industria, della sua produttività, dei prezzi e dei costi, variabilissimi da caso a caso. E si può, con molto fondamento di ragione, affermare che quanto più cresceranno la educazione e la capacità dei lavoratori, tanto meno essi avranno interesse di ricorrere alle organizzazioni, non solo obbligatorie ma persino volontarie, coi propri compagni. A che prò sopportare le false spese della organizzazione quando gli identici o migliori risultati possono ottenersi con l’azione individuale?

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Laonde il socialismo di Stato alla tedesca ci continua ad apparire come una organizzazione mirabile bensì, ma adatta soltanto a uno stadio inferiore di civiltà. Non sarebbe del resto il suo maggior difetto. Come, invero, togliersi di dosso il dubbio che esso sia altresì uno strumento efficacissimo per fare rimanere gli uomini nella condizione inferiore in cui essi si trovano? Finché non sia dimostrato che la costrizione è il modo migliore per educare gli uomini a essere previdenti, volitivi, consapevoli dei propri fini, io continuerò a dubitare che esso sia invece il modo più efficace per conservarli in istato di servitù. Che differenza sostanziale vi è fra lo schiavo, a cui doveva paternamente provvedere il padrone, e l’operaio, cui lo Stato insegna con la forza quanto deve risparmiare per le malattie, per gli infortuni, per la vecchiaia, per la famiglia, a cui il tribunale fissa il salario, a cui la lega, inquadrata in un organismo statale, consiglia se e quando deve litigare col padrone e quando accordarsi con lui per spennare, d’accordo con lo Stato, l’anonima e inafferrabile folla dei consumatori?

 

 

Confesso candidamente che quando mi si dice che in Germania vi sono 7 od 8 o 10 o 12 milioni di lavoratori obbligatoriamente assicurati per una pensione di vecchiaia o di invalidità, non mi sento menomamente commosso. Sì, quando sento dire che in Italia vi sono 300.000 associati volontari alla Cassa nazionale per la invalidità e la vecchiaia. Non mi commuovono i 12 milioni, perché essi non hanno fatto, per essere assicurati, alcun atto di volontà. È probabile che essi siano o stiano diventando previdenti, per proprio conto, per altre vie diverse da quella della assicurazione obbligatoria. Questa, in quanto tale, non li trasforma. Restano incapaci, quali erano. Almeno in generale. Per sapere qualcosa delle virtù della assicurazione obbligatoria, bisognerebbe poter rispondere alla domanda: quanti di quei 12 milioni sono stati spinti, dalla sicurezza di avere una pensione statale di vecchiaia di 200 lire, a risparmiare ulteriormente? La assicurazione obbligatoria è benefica solo entro i limiti in cui è capace di produrre questo effetto, ossia di trasformare psicologicamente gli uomini e di preparare generazioni venture migliori, più volitive delle attuali. Ha essa questo effetto ed entro quali limiti? Questo bisognerebbe sapere; ed a questa stregua bisognerebbe valutare la virtù di elevazione, la quale potrà essere elevatissima e di pregio superiore al costo, della legislazione sociale tedesca. Frattanto so come cosa certa che i 300.000 assicurati alla cassa nazionale italiana, o almeno la parte di essi che non furono assicurati dai propri principali ma liberamente da sé si associarono alla cassa, sono già trasformati, ossia appartengono a quella eletta schiera di persone che si sono sapute trarre su dal gregge di coloro a cui è gioco forza provvedere con la verga degli schiavi o con la legislazione e le inquadrature dei professori di socialismo di Stato.

 

 

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