Gli impazienti della riforma tributaria

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/03/1906

Gli impazienti della riforma tributaria

« Corriere della sera», 19 marzo 1906

 

 

 

Vi sono due specie di critici ai progetti presentati dal Ministero a favore del Mezzogiorno: quelli i quali ritengono le proposte non buone e non accettabili nell’interesse dei meridionali e quelli i quali alle proposte applaudono e sono dolenti soltanto che non siano estese a tutta Italia con una grande riforma tributaria. I primi sono quelli che trovano mal fatto tutto ciò che essi non hanno proposto, e si può soltanto lamentare che essi non vedano essere il paese deciso fermamente a volere che qualcosa si faccia: se le proposte Sonnino sono imperfette, si migliorino e si rendano efficaci con una discussione elevata e profonda. A molti non è piaciuta la riduzione del 30 per cento dell’imposta fondiaria; e noi possiamo essere d’accordo che se le cose potessero farsi con calma e con molto tempo dinanzi a sé, potrebbe farsi qualcosa di meglio; ed alla riduzione uniforme potrebbe sostituirsi una anticipazione razionale e più equa del nuovo catasto. Ma chi impedisce allo Stato di intensificare le operazioni catastali – in quella misura che è consentita dalla necessità di far bene – nelle regioni del Mezzogiorno; e nel frattempo come non essere d’accordo sulla opportunità di anticipare in qualche maniera ai proprietari del Mezzogiorno quel beneficio di cui parecchie provincie del Settentrione, assai più ricche, godono già ed altre godranno fra breve? Sulle modalità potrà discutersi e potrà magari approvarsi il concetto che nelle provincie meridionali in cui le tariffe d’estimo del nuovo catasto sono già pronte, la riduzione dell’imposta sia basata su quelle tariffe. Su questi particolari sarà facile agli uomini di buona volontà, i quali non vogliono dimostrare di opporsi solo per rovesciare il Ministero, trovare un punto d’accordo.

 

 

Più grave è la posizione di quelli i quali si sono sentiti presi da una grande tenerezza per le riforme tributarie estese a tutta Italia, ora che han sentito parlare di provvedimenti per il Mezzogiorno. Costoro, che si dicono unitari, che vantano l’unione e l’uguaglianza fra tutte le regioni, danno prova in realtà di scarsissimo sentimento patriottico e di vedute meschine. È facile scoprire nelle regioni dell’Italia media e settentrionale dei distretti – talvolta ampi – dove le condizioni economiche sono cattive tanto quanto nel Mezzogiorno. L’altro giorno si sono riuniti alla Camera alcuni deputati umbri, marchigiani ed emiliani, ed hanno deliberato di riunirsi in gruppo per patrocinare la riduzione della fondiaria e le altre riforme tributarie a beneficio delle loro regioni. Quei deputati possono anche citare dei fatti veri: vi sono paesi dell’Umbria e delle Marche dove realmente la ricchezza è scarsa e forse minore che nella Campania felice, nella Conca d’oro e nella Piana di Catania. Se i deputati del Piemonte, della Liguria e della Lombardia volessero riunirsi in gruppo, non sarebbe forse facile scoprire qualche distretto rurale sperso negli Appennini o sulle Alpi dove la ricchezza è bassissima, l’emigrazione tale da provocare lo spopolamento delle campagne, dove le culture sono abbandonate, dove insomma si trovano molti indici di quella miseria che in media è indubbiamente minore nel Settentrione che nel Mezzogiorno? Sarà anche vero che nella gradazione fra regioni povere e regioni ricche vi siano regioni intermedie le quali si trovano assai vicine al livello della povertà e che, se si ragionasse sempre per assoluti, sarebbero meritevoli di sgravi e d’aiuti. Ma che perciò? Il problema di questa maniera è mal posto; ed il porlo così conduce a non far niente per nessuno. Ed è necessario opporsi a questa tendenza per ragioni di natura finanziaria e per altre d’indole politico-sociale.

 

 

Per ragioni di indole finanziaria anzitutto. Coloro i quali discorrono di riforme tributarie per tutta Italia e si contenterebbero per ora dell’estensione dello sgravio della fondiaria hanno calcolato a quanto ammonterebbero per perdite dell’erario? Noi non contestiamo la utilità e la convenienza di una politica di riduzione dei tributi in generale, di quelle riduzioni in ispecial modo che si prestano a favorire l’aumento dei consumi e della produzione e il risarcimento in non lungo volger d’anni delle perdite del fisco. Ma non tutto si può fare in un anno; ed oggi il problema più urgente è certamente quello meridionale; ed alla sua soluzione dobbiamo dedicare tutte quelle forze che oggi ci sono consentite dalla potenzialità del bilancio. Tutto ciò che si può chiedere dai fautori, interessati o non, della politica delle riforme tributarie generali, si è che quelle riforme che oggi immediatamente si vogliono applicare nel Mezzogiorno non siano tali da turbare od impedire le più grandi riforme, le quali verranno dappoi e di cui anzi sarà dovere del Governo di preparare il piano quando sia conchiusa quest’opera prima a favore delle regioni dove il soccorso è più urgente per consenso universale. Ora a noi sembra che a nessuna delle proposte tributarie dell’on. Sonnino possa muoversi il rimprovero di ostacolare la futura più grande riforma: non la riduzione del 30 per cento dell’imposta fondiaria perché si tratta di anticipare i vantaggi di una riforma che il Parlamento ha votato sino dal 1885 e su cui non è possibile di ritornare sopra, buono o cattivo che sia stato quel voto di vent’anni fa. La perdita di 10 milioni all’anno non fa scomparire l’avanzo e non è di impedimento ad altri sgravi tributari sui consumi come lo sarebbe una riduzione di 20 o 30 milioni che si richiederebbe se la riduzione fosse estesa ad un altro terzo o a tutto il resto del paese. La abolizione, timidamente accennata nel progetto Sonnino dell’imposte gravanti sui fabbricati rurali nel mezzogiorno e che noi vorremmo estendere ancor più e rendere effettuale, non è che l’attuazione di un principio di giustizia per cui non può essere colpito in un luogo un cespite altrove esente. L’esenzione delle industrie nuove, questa utilissima fra le disposizioni delle leggi per Napoli e per la Basilicata, come mai può immaginarsi che possa tornar di danno ad altre regioni o ad altre riduzioni tributarie, quando il suo effetto certo si è l’incremento della ricchezza e con esso la creazione in futuro di una nuova materia imponibile? Se nessun pericolo possiamo scorgere per le altre regioni e per le riforme future dalle proposte attuali pel Mezzogiorno, tanto meno reputiamo conveniente dal punto di vista politico – sociale la campagna iniziata da alcuni deputati per la estensione immediata ad altre regioni italiane dello sgravio del 30 per cento sulla fondiaria. Per quante statistiche si adducano, per quanti fatti si citino a dimostrar che qua e là sparsi nell’Italia centrale o settentrionale vi sono dei centri di povertà in tutto simile alla povertà meridionale, non si potrà mai distruggere un fatto intuitivo, fondamentale. Nel Mezzogiorno è tutta una grande regione da sollevare; e che non può essere sollevata senza che lo Stato venga in aiuto e stimolo alla iniziativa privata; senza che lo Stato aiuti gli agricoltori lasciando nelle loro mani un po’ più di denaro, col quale possano procacciarsi credito; senza che lo Stato aiuti gli industriali con esenzioni iniziali d’imposte per eccitarli a sconfiggere i fattori contrari al progresso tecnico. In altre regioni quest’azione dello Stato non è altrettanto urgente. Nell’Italia centrale e settentrionale accanto ai circondari ed alle provincie povere vi sono provincie ricche; i capitali son già abituati a investirsi ed a trasmigrare da un luogo all’altro; vi sono Banche, Casse di Risparmio, Banche Popolari la cui azione si estende sempre più; vi è l’abitudine delle migrazioni interne, vi sono industrie che attraggono i lavoratori disoccupati dei campi. Qui la rigenerazione può essere spontanea senza aspettare la spinta dello Stato.

 

 

È per questa ragione di solidarietà nazionale che noi invochiamo si sappia resistere efficacemente agli sforzi di coloro i quali vorrebbero impedire l’opera generosa a favore del Mezzogiorno, col pretesto che vi sono altre regioni italiane meritevoli d’aiuto. Dovere di tutti deve essere di sollevare prima quelli che si trovano più in basso e sono isolati. Dopo, la nazione avrà acquistato le forze per librarsi tutta insieme verso destini più alti.

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