Gli impiegati pagano imposta?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/06/1921

Gli impiegati pagano imposta?

«Corriere della Sera», 7 giugno 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 204-206

 

 

 

Molti impiegati scrivono lamentandosi, come di un’ingiuria alla verità, della mia affermazione secondo la quale gli impiegati non pagherebbero imposte. Pagano invece e fino all’ultimo centesimo, senza la possibilità, che molti altri contribuenti hanno, di nascondere una parte del proprio reddito o magari tutto. Per ogni 100 lire di reddito, sono 9 lire di imposta di ricchezza mobile e 6 lire di ritenuta pensioni, oltre ad alcuni piccoli e fastidiosi amminicoli. Come si fa a dire che gli impiegati non pagano, quando alla fine del mese, per ogni 100 lire di stipendio, se ne vedono trattenute più di 15?

 

 

Il punto è degno di sereno ed accurato esame. Trascuro la circostanza che 6 lire su 15 non sono imposta, ma ritenuta pensioni. Il che vuol dire che possono considerarsi come una somma che lo stato si trattiene non a proprio vantaggio, ma per restituirle in seguito all’impiegato stesso sotto forma di pensione. E siccome le 6 lire pagate prima sono lontanissime dal bastare al pagamento della pensione dopo, e forse non bastano neppure tutte le 15, così sarebbe giustificato dire che lo stato divide lo stipendio di 100 lire in due parti: 8 sono pagate subito, mentre l’impiegato lavora, e 15 sono accantonate per essere pagate dopo, a titolo di pensione, quando l’impiegato non sarà più in grado di lavorare.

 

 

Ma lasciamo da parte questo argomento pur così importante. Supponiamo pure che le 15 lire non siano una ritenuta destinata ad essere rimborsata e siano invece una imposta vera e propria, a fondo perduto, come quelle versate dagli altri contribuenti: una imposta devoluta a fronteggiare le spese generali dello stato. Dal fatto però che una imposta è pagata da Tizio non ne segue affatto che essa costituisca un sacrificio per Tizio. Non ho inventato io la teoria dell’ammortamento dell’imposta: ché anzi essa è pacifica, scritta in tutti i manuali scolastici. Con tutte le cautele e le riserve che in siffatti argomenti sono doverose e che non possono neppure essere accennate in un articolo di giornale, la teoria dell’ammortamento dell’imposta afferma che molte imposte non sono un sacrificio per chi le paga.

 

 

Un risparmiatore acquista per 100.000 lire una casa o un fondo rustico gravato di 3.000 lire l’anno di imposte e sovrimposte? Forse che egli in realtà paga le 3.000 lire l’anno? Le paga sì; ma è come se non le pagasse; perché egli, comprando la casa o il fondo, avrà fatto i conti dei redditi e delle spese ed avrà tirato fuori le 100.000 lire solo dopo essersi assicurato di poterne ricavare un frutto netto, dedotte tutte le spese e quindi anche le imposte, di 5.000 lire l’anno. Più del 5% non avrebbe ricavato dalle sue 100.000 lire. Dove è quindi per lui il sacrificio di pagare le imposte?

 

 

Sacrificio vi sarebbe, se, fermo rimanendo il reddito, le imposte fossero aumentate da 3.000 a 4.000 lire. Allora, sì, il suo reddito da 5.000 si ridurrebbe a 4.000 lire nette ed egli subirebbe un sacrificio di 1.000 lire.

 

 

Questa teoria, la quale risponde al buon senso ed all’osservazione comune, si applica in moltissimi casi. Se un tale compra un titolo che rende 5 lire esenti da imposta, lo paga, supponiamo, 100 lire. Ma se il titolo frutta 5 lire lorde e se l’imposta è di 1, e quindi il reddito netto è di 4 lire, egli paga il titolo non più 100, ma solo 80 lire. Sarebbe ingiusto che egli si lagnasse di pagare 1 lira d’imposta, perché è per lui indifferente pagare 100 lire il titolo che rende 5 lire od 80 quello che rende 4.

 

 

Così è degli impiegati. Da tempo immemorabile essi sanno, quando entrano in carriera e ad ogni aumento successivo, che 100 lire in realtà vogliono dire 8. C’è stato negli ultimi anni un aumento dell’imposta da 8,25 a circa 9,15% e nella ritenuta pensioni da aliquote variabili da 1 a 6 ad un’aliquota unica 6 per cento. Ma a questi aumenti hanno corrisposto per gli impiegati oggi in carica benefici assai più cospicui nel modo di calcolare le pensioni, cosicché non si può parlare di un vero aumento gratuito di oneri. Ognuno, mentalmente, fa il suo calcolo sul netto, mai sul lordo, precisamente come fanno tutti i contribuenti soggetti ad oneri fissi. Chi ha un libretto di cassa di risparmio al 3%, si lagna forse di pagare 0,70% circa di imposta? Egli non sa nemmeno di pagarla, perché la cassa non si cura di fargli il conteggio. Se lo stato riducesse tutti gli stipendi ad 8 lire per ogni 100 lire e li pagasse al netto, in che cosa sarebbe variata la condizione degli impiegati? Eppure allora si vedrebbe apertamente che essi non pagano in realtà l’imposta. Lo stato non può abolire le ritenute per molti motivi, fra cui uno principale è l’interesse di non additare all’invidia universale una classe come immune da imposte. Ma le necessità finanziarie di questa complicazione contabile non devono farci chiudere gli occhi dinanzi alla verità: che si tratta di una semplice complicazione contabile e che tutti sanno, tutti hanno sempre saputo che 100 lire significano 8 lire nette; e che questa differenza fra il lordo e il netto è parte integrante ed iniziale del contratto di lavoro fra stato ed impiegati. Guai, del resto, se molte imposte non fossero di questo tipo! Sarebbe impossibile pagarle e lo stato fallirebbe!

 

 

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