Gli industriali e la battaglia per la lira

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/10/1925

Gli industriali e la battaglia per la lira

«Corriere della Sera», 29 ottobre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 527-532

 

 

 

Alcune nozioni economiche elementari che su questo giornale furono esposte da gran tempo e ripetutamente, sino quasi alla noia, stanno oramai diventando patrimonio comune di pubblicisti e di pratici: che i biglietti non sono capitale e che la sola fonte di capitale per le industrie è il risparmio nuovo (Observer sul «Secolo» del 15 ottobre); che l’emissione dei biglietti può dare un momentaneo colpo di sferza alle industrie le quali per prime riescono a farseli imprestare, ma in breve ora lascia le cose come prima, con un livello rialzato di prezzi e con un bisogno più acuto di circolante; sicché, lo si voglia o non lo si voglia, le industrie devono rassegnarsi a non chiedere più aumenti di circolazione, né piccoli né grossi, né per ragion di commercio né per ragion di stato, a moderare il passo, a rinviare gli impianti nuovi, a fare a fidanza esclusivamente sul nuovo risparmio (Bianchini, direttore dell’Associazione bancaria, in un discorso al Rotary Club in Milano di qualche giorno fa). Il Bianchini non è arrivato alla frase del Piave della circolazione; ma il concetto c’è intiero, espresso con altrettanta rigidezza quanta ne posso aver usata io qualche mese fa. Coloro i quali vorrebbero che gli articoli fossero scritti come i libri e non si esponesse un concetto senza circondarlo di tutte le cautele ovvie per chi conosce la complessità dei fenomeni economici, hanno detto che quella del «Piave» è un’idea sbagliata, perché la circolazione non può essere fissa ad una determinata cifra, che essa può benissimo variare, fermi restando i cambi e i prezzi, perché varia la massa delle merci da scambiare, o la quantità di contanti che ogni cittadino è disposto a tenere in tasca, ecc. ecc. Le quali sono cose notissime e vecchie come la barba di Noè; ma è notissimo altresì che colui che scrive articoli e non libri deve, sotto pena di non farsi capire e di non ottenere alcun risultato, svolgere un concetto alla volta ed anche quello solo per lo più è d’avanzo; e deve svolgere quel concetto che è fondamentale, che è dominante, che tocca il punto di vista o più minaccioso o più significativo, quello dalla cui giusta considerazione dipende «in massima parte» la esatta soluzione del problema. Perdersi nei viottoli traversi, dilungarsi sui fattori che «in quel momento» sono secondari, significa volere annebbiare la vista di chi legge, confondere le idee e dare altrui il pretesto a continuare nell’errore principale che in quel punto si lamenta. Perciò gli articoli di giornale debbono essere forzatamente unilaterali; e solo chi potesse attaccarne molti insieme potrebbe scorgerne l’unità complessa. Perciò bisogna seguitare a battere sul chiodo del Piave della circolazione; perché, nonostante tutto, l’errore più tenace diffuso nei ceti di banca, di borsa, del commercio e dell’industria è ancora quello antico, qui combattuto: che sia bensì dannoso il biglietto creato dallo stato per colmare disavanzi di bilancio, ma sia invece innocuo e necessario il biglietto creato per soddisfare a reali, effettive, sane esigenze del commercio e dell’industria. Fortunatamente, dopo che noi professori siamo insorti contro siffatto errore, antichissimo e volgarissimo, anche Bianchini, Observer ed Occiduo, che tutti sanno essere uomini pratici, dirigenti di associazioni bancarie o banchieri militanti, hanno cominciato a far la stessa lezione ai loro colleghi. Oramai, ritengo che i banchieri ne siano persuasi, perché hanno capito che l’aumento della circolazione per ragion di commercio è un piano inclinato, in fondo al quale c’è l’annullamento del patrimonio delle banche, come successe in Germania. Non ne sono ancora persuasi in tutto gli industriali, i commercianti e gli agricoltori, ai quali sembra incredibile che non si debbano stampar biglietti per aiutarli a fabbricar merci, a costruire case od impianti, a far migliorie agricole. Noi, dicono essi, non li sprechiamo i biglietti; li convertiamo in vigne, in fossi di scolo, in concimaie, in macchine, in edifici, in merci, in ricchezza effettiva. Che male può fare un biglietto, quando è il mezzo di creare controvalori materiali, tangibili, effettivi?

 

 

In tempi di circolazione sana, quando esiste l’obbligo del cambio a vista dei biglietti in oro ed esiste libertà di esportazione dell’oro all’estero, si può consentire alla banca di emissione di emettere, pagando una tassa uguale alla ragione dello sconto, quanti biglietti crede per soddisfare alle richieste del commercio. Così accadeva in Italia prima della guerra e nessuno gridava. Ma allora esisteva un rimedio automatico, infallibile: se la banca emetteva troppi biglietti, ed i prezzi in paese tendevano perciò ad aumentare, tendevano anche le esportazioni a diminuire (non si esporta o si esporta di meno da un paese dove i prezzi sono alti in confronto all’estero) e le importazioni a crescere (si importa dall’estero di più in un paese dove i prezzi sono relativamente alti). La bilancia dei pagamenti coll’estero tendeva perciò a diventare sfavorevole. Occorreva spedire oro all’estero per colmare la differenza; e, per spedirlo, lo si chiedeva alle banche di emissione presentando biglietti al cambio. I biglietti in circolazione perciò diminuivano ed alla lunga non potevano superare la quantità necessaria per mantenere i prezzi interni allo stesso livello dei prezzi esteri. In realtà, il movimento dell’oro e dei biglietti era ancor più rapido, per effetto delle variazioni dei cambi e dell’intervento della speculazione, di quello sopra descritto. La banca di emissione, appena si accorgeva di una diminuzione delle sue riserve metalliche, rialzava la ragione dello sconto, rendeva ai commercianti ed agli industriali costoso l’uso del danaro ed evitava così, in fasce, le possibili richieste di biglietti.

 

 

Era questo un meccanismo meraviglioso, su cui poggiava l’economia dei paesi civili; che la guerra ha rotto ed oggi faticosamente si va ristabilendo. Taluno, ammaestrato dagli insegnamenti monetari della guerra, vorrebbe perfezionarlo; ma pare che oramai ci sia un accordo abbastanza largo nel senso di ritenere che, per ora, sarebbe gran mercé ristabilire il meccanismo ante bellico. In seguito, si penserà a perfezionamenti.

 

 

V’è davvero gran bisogno di ristabilire il meccanismo tradizionale; poiché oggi, nei paesi a circolazione cartacea inconvertibile, non funziona più alcun freno. I biglietti emessi non ritornano automaticamente alla banca, se essi sono troppo abbondanti in relazione al livello dei prezzi esistenti. Non c’è un rapporto immediato tra prezzi-carta interni e prezzi-oro esteri; l’oro non può chiedersi alle banche ed essere esportato. Perciò i prezzi-carta interni salgono ad ogni giro di torchio e salgono i cambii. L’industriale che aveva bisogno di altre 100.000 lire in aggiunta al milione già investito nell’azienda, si avvede ben presto che il milione e le 100.000 lire d’adesso valgono altrettanto e probabilmente meno del milione di ieri. Ognuno, dopo il pasto di biglietti a corso forzoso, ha più fame di pria. Esempi clamorosi dell’abbassamento del potere d’acquisto di una quantità crescente di biglietti si sono avuti in Russia, in Austria ed in Germania; ma, entro i limiti naturalmente di gran lunga più ristretti, sebbene ugualmente ammonitori, si osservò anche in Italia un analogo fenomeno. Ho calcolato nella tabellina seguente, basandomi sui numeri indici Bachi, quale fosse la potenza d’acquisto della massa totale dei biglietti circolanti a date successive, in confronto alla potenza d’acquisto della massa circolante nell’anno anteriore alla guerra. Supponendo che l’aumento della circolazione eserciti la sua influenza in un momento successivo, ho calcolato la potenza d’acquisto della circolazione alle diverse date sottosegnate a norma dei prezzi all’ingrosso correnti nell’anno (dal 1920 al 1923), nel semestre (31 dicembre 1924) o nel mese rispettivamente seguente (circolazione dal giugno all’agosto 1925).

 

 

 

Quantità totale di biglietti circolanti (miliardi di lire)

Potenza d’acquisto della lira

Potenza d’acquisto della quantità totale dei biglietti circolanti (miliardi di unità di merci)

31 dicembre 1913

2,8

1

2,8

31 dicembre 1920

22,0

0,173

3,8

31 dicembre 1921

21,5

0,178

3,8

31 dicembre 1922

20,3

0,174

3,5

31 dicembre 1923

19,7

0,171

3,4

31 dicembre 1924

20,5

0,151

3,1

30 giugno 1925

21,1

0,141

3

31 luglio 1925

21,4

0,137

2,9

31 agosto 1925

21,5

0,138

2,9

 

 

Questa tabellina è la prova parlante della vanità delle emissioni cartacce. Ci vuole un po’ di tempo prima che i fatti economici superino le resistenze opposte dalle abitudini, dalle consuetudini, dalle leggi limitatrici (ad es. vincoli dei fitti, calmieri, ecc.). Le resistenze fanno sì che invece di giorni o di mesi il processo di assestamento duri anni e forse decenni. Alla fine, tuttavia, quell’assestamento dei prezzi interni al livello dei prezzi esteri mondiali che, prima della guerra ed in virtù del meraviglioso meccanismo sopra sbozzato, era rapido, ha finito ugualmente per imporsi. Oggi, il livello dei prezzi italiani è suppergiù, con uno scarto non grande, adeguato al livello estero. In confronto al 1913 i prezzi negli Stati uniti, ossia nel mercato regolatore per eccellenza, sono saliti, in dollari, da 100 a 160. Poiché il dollaro a sua volta è aumentato da 5,18 a 25 lire circa, facendo le debite proporzioni, i prezzi in Italia e in lire dovrebbero, per rimanere alla parità con i prezzi americani, essere saliti da 100 a 750 circa. Il numero indice Bachi accusa infatti un aumento a 730 in agosto e a 720 in settembre. Grosso modo si può dire che oramai i prezzi interni sono in equilibrio con i prezzi esteri. L’avvenimento è di importanza straordinaria, perché vuol dire che, dopo una lunghissima decennale resistenza, oramai è scomparso o sta scomparendo il vantaggio che alle industrie esportatrici derivava dalla circostanza che i prezzi esteri, ridotti in lire, erano più alti dei prezzi nazionali e fungevano quindi da premio di esportazione.

 

 

Il verificarsi di questo fatto non deve essere stato senza influenza sugli avvenimenti descritti nella tabella sopra costrutta. Eliminate o in via di eliminazione le resistenze all’aumento dei prezzi interni, adeguati o in via di adeguazione i salari e gli altri elementi di costo al livello nuovo dei prezzi, che cosa resta in mano all’industria, al commercio ed all’agricoltura dell’enorme gonfiamento verificatosi della circolazione? Nulla. Dopo un periodo, dal 1920 al 1923, in cui effettivamente i possessori dei biglietti esistenti potevano comprare una massa maggiore di merci o di ricchezze di prima: 3,8 miliardi di unità di merci nel 1920 e 1921 in confronto ai 2,8 miliardi del 1913, a poco a poco si ritorna al punto d’origine; finché nei mesi di agosto e di settembre la massa di biglietti circolanti, pur tanto maggiore di quella circolante nel 1913 (21,5 miliardi di lire contro 2,8), acquista esattamente quasi la stessa quantità di merci dell’anteguerra (2,9 contro 2,8). A che pro, dunque, desiderare di avere una disponibilità maggiore di biglietti, quando siamo sicuri che la nuova aggiunta non servirà a nulla e sarà esattamente controbilanciata da una diminuzione nella potenza d’acquisto della massa di biglietti preesistente? Dico di più. Senza voler far parlare le cifre oltre quanto esse possono dire, le cifre del 1925 sembrano dimostrare l’avvicinarsi di quello che l’amico Sella intitola il «punto critico», e cioè quel punto al di là del quale ad ogni aumento della circolazione corrisponde una diminuzione più che proporzionale del valore della quantità preesistente di biglietti. Badisi che quel punto critico fu toccato e sorpassato sino al valore zero in alcuni paesi a circolazione avariata; e ricordisi che la battaglia della lira fu iniziata ed è combattuta dal governo sostanzialmente allo scopo di impedire con la massima energia che a quel punto mai si giunga. Epperciò dico che non solo i banchieri, i quali se ne sono già persuasi, ma anche gli industriali, i commercianti e gli agricoltori hanno il dovere strettissimo di collaborare alla battaglia per la lira. Lo possono fare in un solo modo: astenendosi rigidamente, ognuno per conto proprio, dal chiedere aumenti di sconti e di anticipazioni, anche per affari solidi, anche per esigenze serie della propria intrapresa. Fa d’uopo per qualche tempo sospendere le nuove iniziative e marcare il passo; sino a che il risparmio nuovo non fornisca i mezzi a slanci maggiori. Dovranno liquidarsi le imprese deboli; falliranno le iniziative meno solide. Sbarazzato il campo, consolidata la situazione monetaria, il risparmio nuovo, quello vero originato dal sovrappiù delle entrate sulle spese degli italiani singoli consentirà la immancabile magnifica ripresa.

 

 

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