Gli insegnamenti del concordato di Milano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/02/1919

Gli insegnamenti del concordato di Milano

«Corriere della Sera», 24 febbraio 1919[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 99-102

 

 

 

 

Gli industriali e gli operai siderurgici e lanieri hanno conchiuso a Milano accordi per regolare le condizioni del lavoro nelle fabbriche. Il concordato andrà ricordato nella storia del movimento operaio italiano come quello che introdusse le otto ore di lavoro; ma dovrà essere ricordato anche per altri principii essenziali da esso affermati: l’aumento delle paghe e dei cottimi cosicché il guadagno giornaliero non sia inferiore a quello che si otteneva coll’orario antico; ma nel tempo stesso concessione di premi a quelle squadre di operai le quali sapranno trarre partito dalla minor durata della fatica giornaliera per lavorare più intensamente e consentire una diminuzione del numero degli operai necessario a compiere un dato lavoro. Aumento di paghe per coloro che fossero costretti a lavorare ad economia; ma abolizione della percentuale di aumento per quegli operai i quali rifiutassero di lavorare a cottimo, nei casi in cui il lavoro a cottimo è possibile. Commissioni interne per regolare l’applicazione dei regolamenti, sicché le maestranze esercitino un controllo diretto e riconosciuto sulle proprie condizioni di lavoro.

 

 

Anche senza scendere ad un esame particolareggiato delle singole norme tecniche ed economiche del nuovo concordato fa piacere rilevare uno sforzo, faticoso come ogni sforzo fecondo, di perfezionare la macchina produttiva e di innalzare il livello del lavoratore. La diminuzione delle ore di lavoro, la giornata delle otto ore, le garanzie automatiche contro lo spesseggiare delle ore straordinarie sono il mezzo con cui la classe operaia potrà partecipare alle gioie della vita, avrà tempo libero per migliorare la propria educazione ed istruzione, per rendersi atta a più alte cose, degna col tempo di partecipare direttamente alla gestione dell’industria. Ma la cointeressenza degli operai nelle economie sul costo del lavoro insegna altresì che quell’opera di elevamento non è possibile se si lavora ad alti costi, se la diminuzione delle ore di lavoro e l’aumento delle paghe si interpretano soltanto come un mezzo per fare impiegare un maggior numero di operai per compiere lo stesso lavoro. In termini di lire, ogni italiano, uomo e donna, bambini, adulti e vecchi, prima della guerra aveva in media un reddito di circa 1 lira, ogni famiglia di 5 persone di 5 lire al giorno.

 

 

Oggi le lire possono essere cresciute; ma poiché sono lire deprezzate, la loro capacità di acquisto è all’incirca quella dell’unica lira di prima. Sarebbe certo desiderabile che il reddito medio crescesse, e giungesse ad uguagliare 1,50 o 2 lire, di quelle vecchie, che avevano una notevole potenza d’acquisto, ossia al corrispondente numero di lire nuove. Ma per ottenere l’intento non v’è che una via: produrre di più e produrre meglio. Ferma rimanendo invece la produzione complessiva, l’aumento delle paghe non sarebbe possibile che riducendo la parte spettante a quelli che sono detti ricchi o capitalisti. Ma questi, specie in Italia, sono tanto pochi che se anche la loro quota fosse ridotta a zero, la quota spettante ai molti crescerebbe di pochi centesimi. Ma d’altro canto la macchina produttiva, che vuol dire risparmio fatto in vista di un compenso, organizzazione dell’industria, assunzione del rischio della vendita, sarebbe rotta. Finché alla macchina esistente non si sappia che cosa sostituire, finché non siano disponibili nuovi uomini capaci di organizzare diversamente la produzione, la rottura della macchina produttiva significa la miseria per tutti, operai e capitalisti, ricchi e poveri, significa la riduzione del reddito medio da 1 lira a 50 centesimi, forse a 20, forse a 10 centesimi al giorno. Il reddito si ha, la produzione si compie non perché esiste il capitale, non perché i lavoratori desiderano di lavorare, ma perché esiste una organizzazione, difficilissima a crearsi, agevole a guastarsi, la quale sa combinare capitale e lavoro e sa renderli produttivi. Ricordiamo il grido d’angoscia di Ebert, nell’atto di essere assunto alla presidenza tedesca: «Bisogna che industriali ed operai lavorino e producano. Di più e meglio di prima. Altrimenti la Germania è perduta». Questa verità fondamentale hanno veduto industriali ed operai italiani nelle loro adunanze di Milano. E di ciò va data loro lode. Crescerà la lode se l’esperienza proverà che le odierne «conquiste» non furono ottenute a spese di altri. Sia lecito augurare che l’elevazione delle masse operaie, prevalentemente settentrionali, non avvenga a spese di altre masse più umili e silenziose, prevalentemente meridionali. Le masse contadine pagherebbero in gran parte le spese delle odierne conquiste se gli operai non cercassero di crescere la loro produttività e se gli industriali siderurgici cercassero scampo nel taglieggiare lo stato con alti prezzi di forniture ferroviarie ed i lanieri chiedessero aumenti di dazi doganali tali da consentire rialzi artificiosi di prezzi a danno dei consumatori. In tal caso sarebbe l’Italia agricola e specie l’Italia meridionale a pagare le spese della conquista. Ciò non accadrà. L’industria non può prosperare sulla base di alti costi e di alti prezzi. L’istinto medesimo della conservazione deve spingere l’industriale lungimirante a cercare la via dei bassi costi e dei bassi prezzi. Né le classi operaie vorranno essere accusate di aver stretto alleanza con gli industriali allo scopo di muovere all’assalto dello stato, contro gli interessi collettivi.

 

 

Un altro insegnamento dà il concordato di Milano. Narrano le cronache che il ministro Ciuffelli, appena avuto notizia dell’accordo, abbia dato ordine che esso fosse studiato dal comitato permanente del lavoro, allo scopo di prendere non si sa quali provvedimenti. Il ministro non ha capito che il concordato di Milano è stato firmato e condurrà a qualche utile fine perché industriali ed operai lo discussero e lo firmarono da sé, senza chiedere il suo consenso ed il suo avviso. Non ha ancora capito che le classi produttrici in Italia valgono assai di più delle classi politiche dirigenti; e che esse sanno da sé fare assai meglio e più presto di quanto non sappiano fare i padreterni di Roma, dal ministro all’ultimo segretario e scribacchino, intenti tutti ad ammonticchiare pratiche a centinaia di migliaia e ad inventar pretesti per continuare a disturbare chi ha voglia di fare. Mentre ministri e commissioni governative studiano e metton fuori decreti spropositati e relazioni accademiche, i privati fanno. Ma farebbero assai di più, se i disturbatori si decidessero una buona volta ad andar fuori dei loro piedi e si rassegnassero a rimettersi a fare i loro soliti mestieri, per cui sono nominati e pagati e che oggi vanno alla gran diavola per la mania da cui a Roma tutti furono e sono presi, di fare il mestiere degli altri.

 



[1] Con il titolo I problemi del lavoro. Gli insegnamenti del concordato di Milano [ndr].

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