Gli insegnamenti della conversione del Debito di Roma

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/08/1904

Gli insegnamenti della conversione del Debito di Roma

«Corriere della sera», 2 agosto 1904

 

 

 

Sulla conversione del prestito di Roma demmo già ampi particolari prima e dopo che l’operazione fosse condotta a termine; ma importa ritornarvi sopra a mente calma per trarne alcuni ammaestramenti forse non privi di rilievo.

 

 

Poiché la conversione è riuscita felicemente, se si riflette al momento in cui fu compiuta ed alle questioni giuridiche ed internazionali che la ostacolavano; ma non è riuscita tanto felicemente ad un punto di vista più generale che non convenga trarne qualche prudente ammonimento.

 

 

Riassumiamo in brevi parole i fatti. Il Comune di Roma aveva un debito in obbligazioni redimibili durante un lungo periodo di tempo, obbligazioni fruttanti il 4 per cento in oro netto all’anno e collocate per 81 milioni di lire all’interno e per 72 milioni di lire all’estero. Date le precarie condizioni delle finanze di Roma, parve al Governo buon divisamento facilitare la conversione di un debito che era garantito dallo Stato in un altro debito ad un tasso di interesse minore. Una legge autorizzò dunque la conversione in obbligazioni emesse dalla Cassa di credito comunale e provinciale, fruttanti il 3 e tre quarti per cento netto all’anno, pagabili in oro pei titoli risultanti dal cambio delle vecchie obbligazioni possedute da stranieri e in valuta corrente per i titoli consegnati ad italiani. Il nuovo prestito poteva per stipulazione espressa essere eventualmente assoggettato a nuova conversione al tasso del 3 e mezzo per cento dopo cinque anni. Questi i patti offerti ai creditori del comune di Roma: o contentarsi del nuovo titolo al 3 e tre quarti per cento o ricevere il rimborso delle 100 lire di capitale.

 

 

Si sanno quali siano i risultamenti della convenzione. Su 81 milioni di debito collocato all’interno, i possessori di 76 milioni si contentarono della riduzione al 3 e tre quarti, mentre per 5 milioni si volle la restituzione del capitale. Su 72 milioni collocati all’estero si è chiesto il rimborso del capitale per 27, riducendosi il resto al minore tasso di interesse. Al Ministero del tesoro, che insieme colla Banca d’Italia condivide le responsabilità e gli onori della operazione, si afferma d’essere lietissimi di questo risultato. Bisogna pensare, si dice, alla diversità profonda tra i creditori italiani e quelli stranieri. Dai creditori italiani non poteva venire migliore prova di fiducia verso lo Stato: si chiese il rimborso appena del 6,20 per cento del capitale soggetto a conversione. È questo un fatto patriotticamente molto notevole e promettente. Quanto ai creditori stranieri una percentuale di rimborso del 37,5 per cento è più bassa di quanto facevano presumere i pronostici più ottimisti. Si sapeva infatti che i creditori stranieri, massimamente svizzeri, pretendevano che il debito romano non potesse essere convertito ad un tasso minore del 4 per cento per tutta la durata sua sino ad ammortizzazione completa del prestito; ed era noto che di mala voglia si adattavano all’idea di ricevere in cambio titoli al 3 e tre quarti per cento convertibili dopo cinque anni al 3 e mezzo per cento. Si aggiunga la coincidenza delle abbondanti emissioni di buoni del tesoro russi e giapponesi al 5, al 6 ed anche più per cento, che avrebbero indotti parecchi creditori di Roma a chiedere il rimborso del loro capitale per reinvestirlo in quei titoli gotici; e si comprenderà facilmente come la Banca d’Italia a far fronte ad ogni eventualità avesse accumulato una riserva di 100 milioni. L’effetto superò l’aspettativa, poiché invece di 100 milioni si sono dovuti restituire solo 5 milioni all’interno e 27 all’estero: 32 in tutto. Meglio sarebbe stato anzi che dall’estero maggiori rimborsi fossero stati chiesti; ché allora si sarebbe potuto ottenere su più vasta scala quell’effetto del rimpatrio dei titoli dall’estero che in parte solo fu conseguito. Più che una «conversione», questo era un «riscatto» del debito di Roma da mani straniere; ed è a rammaricare che riuscendo troppo bene la «conversione», il «riscatto» sia stato posto alquanto nell’ombra.

 

 

Nelle argomentazioni che ora si sono riprodotte alcune cose sono esatte. È vero che l’operazione è riuscita quanto di meglio poteva desiderarsi nel difficile momento attuale delle borse europee; è vero che l’operazione urgeva nell’interesse delle finanze dissestate di Roma; è vero che al Consorzio guidato dalla Banca d’Italia poté tornare comodo di dover rimborsare 32 milioni di titoli vecchi, sapendo come collocare la corrispondente quantità di titoli nuovi. Ma da questo al dichiarare che la conversione sia una prova della forza creditizia dello Stato italiano, un buon auspicio per la futura grande conversione degli otto miliardi di Consolidato 5 per cento lordo, ci corre assai. Ci corre tanto che – se non fossero quelle specialissime circostanze che abbiamo elencate più sopra – l’operazione per sé stessa dovrebbe essere considerata come un solenne insuccesso. La proporzione del 6,20 per cento di rimborsi per i creditori italiani è alta assai, e quella poi del 37,5 per cento per i crediti stranieri è addirittura enorme. Non vale il dire che più di una «conversione» dovevasi parlare in questo caso di un «riscatto». Innanzi tutto questa è una giustificazione messa fuori dopo a spiegare lo spiacevole fatto dei così numerosi rimborsi. In secondo luogo qui non si può davvero parlare di riscatto, avendosi questo solo quando l’Ente emittente rimborsa con mezzi propri il debito, senza ricorrere ad un nuovo prestito. Mentre invece il comune di Roma si trova ben lungi dal poter pagare debiti, e non ha fatto che sostituire semplicemente un titolo ad un altro, cosa che, a meno di cambiare significato ai vocaboli, chiamasi «conversione» e non «riscatto». Se la consideriamo come esempio di conversione, questa del debito romano ci ammonisce ad andare molto guardinghi nelle nostre speranze di una prossima grande conversione del 5 per cento lordo. Notisi che l’interesse veniva diminuito solo dal 4 al 3 e tre quarti per cento, che la eventualità di una nuova diminuzione al 3 e mezzo per cento è soltanto una cosa possibile, che potrebbe sfumare se mutassero le condizioni del mercato del denaro, e che si trattava di un piccolo prestito: appena il cinquantesimo circa della massa del nostro grande titolo 5 per cento. Eppure si chiese il rimborso del 6,20 per cento all’interno e del 37,5 per cento all’estero. Al Ministero del tesoro si è fatto il conto che, se le proporzioni rimanessero le stesse nella grande conversione, lo Stato dovrebbe rimborsare 490 milioni all’interno e 380 milioni all’estero, in tutto 870 milioni, mentre, quando prima della guerra ci si preparava al grande atto, si era pronti a far fronte ad un rimborso persino di due miliardi.

 

 

Ora è un bene ed è un dovere garantirsi contro qualunque eventualità; ma una conversione può chiamarsi riuscita solo quando di questi presidi non si ha bisogno e la percentuale delle domande di rimborso è bassissima o quasi nulla. Questa riserva dei due miliardi intanto serve in quanto persuade i creditori che lo Stato non ha nulla da temere dalle loro domande di rimborso, avendo sottomano nuovi capitalisti pronti a prendere il posto dei recalcitranti. Il suo effetto ha da essere puramente potenziale, di minaccia. Ma se i creditori non si lasciano spaventare e costringono lo Stato a valersi delle riserve, è segno che il credito pubblico non è ben saldo o che il momento della conversione era stato male scelto. Tutto ciò è così semplice ed evidente, che forse non valeva la pena di ripeterlo.

 

 

Né lo ripetemmo per criticare l’odierna operazione sul Debito di Roma, che era imposta da circostanze diverse, ed entro questi limiti è riuscita bene.

 

 

Volemmo solo ricordare queste verità semplici per fare argine alle esagerazioni di coloro i quali da questo piccolo fatto traggono deduzioni illogiche intorno ad un futuro grande fatto, che tutti ci auguriamo prossimo, senza poter però precisare quando potrà senza contrasti divenire possibile ad onore del credito italiano.

 

 

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