Gli insegnamenti della crisi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/12/1921

Gli insegnamenti della crisi

«Corriere della Sera», 30 dicembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 488-492

 

 

 

I due provvedimenti susseguitisi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro – limitazione dei contratti di borsa al contante con divieto dei contratti a termine e ristabilimento dell’istituto della moratoria per gli enti i quali ne facciano domanda e dimostrino la gravità e l’inevitabilità della crisi e insieme il possesso dei mezzi atti a soddisfare i proprii impegni verso i creditori – appartengono a due mentalità diverse. Il primo è provvedimento proprio di un momento in cui si spera ancora di riuscire ad arginare la crisi e ad operare il salvataggio «silenzioso» degli istituti pericolanti. Si temeva, evidentemente, che speculatori meglio informati del pubblico grosso, vendessero allo scoperto azioni della Banca italiana di sconto, le quali erano quotate ancora pochi giorni fa a 500 lire circa, che era la pari; e, determinandone il ribasso, gettassero il panico fra i depositanti. Il tentativo era difficile e pericoloso: difficile, perché non si ricorre a tali rimedi estremi – del resto di dubbia efficacia – se il pericolo non è imminente; pericoloso perché si corre il rischio di gettare il sospetto su tutti i titoli, quelli buoni e quelli cattivi. In tempo di pace la facoltà di vendere a fine mese titoli che non si posseggono, 99 volte su cento non nuoce al credito delle aziende buone e fa correre gravi rischi soltanto ai venditori, obbligati bene spesso a ricomprare ad alti prezzi ciò che hanno venduto nella speranza di un ribasso, che poi non si verifica.

 

 

Comunque sia, il tentativo di salvare la situazione col silenzio non è riuscito. Risulta ormai dai fatti che la Banca italiana di sconto non poteva reggere alle domande di rimborsi crescenti, dell’estero e dell’interno, le quali pare abbiano assorbito la parte migliore dei 600 milioni di lire messi a sua disposizione poco tempo addietro dal consorzio bancario appositamente formato. L’avere, col divieto dei contratti a termine, mantenuto il corso delle azioni poco sotto le 500 lire, non impedì che correntisti e depositanti chiedessero rimborsi a cui la banca era impreparata.

 

 

Dalla situazione al 31 ottobre scorso risulta che l’istituto aveva 922 milioni di depositi e 3 miliardi e 74 milioni di saldi creditori dei suoi corrispondenti. Al passivo corrispondevano altrettante attività; ma queste pare non fossero abbastanza liquide da consentire di far fronte ad un movimento largo e crescente di domande di rimborsi. La banca aveva immobilizzato i capitali proprii e per gran parte anche quelli dei depositanti e dei correntisti in prestiti all’industria. Tipica delle forme di immobilizzo è quella dei larghi prestiti, per parecchie centinaia di milioni, all’Ansaldo. Le industrie debitrici posseggono fabbriche, macchinari, navi, merci; ma anche se tutto ciò conservasse, ciò che non è, un valore eguale al costo, quel valore è tutto affatto irrealizzabile nel momento presente. Con edifici, con macchine, con merci non si rimborsano depositi neppure in moneta di carta.

 

 

Per poter far ciò sarebbe stato necessario che la Banca d’Italia, col consenso del governo, stampasse apposta della nuova carta-moneta e che scontasse effetti della banca imbarazzata, con l’avallo forse delle altre banche. Queste si devono essere rifiutate a dare la garanzia, ritenendo probabilmente di avere adempiuto al proprio dovere concorrendo alla formazione del precedente consorzio dei 600 milioni; e il governo non deve aver dato il proprio consenso alla stampa di nuova carta-moneta.

 

 

Siamo così passati al secondo momento in cui domina una mentalità diversa; e se le cose sono andate all’incirca come dissi sopra, parmi che le banche e il governo abbiano bene operato nel decidere di dar libero corso alla liquidazione della crisi, pur facilitandola nei limiti del possibile. La Banca italiana di sconto ha subito chiesto quella moratoria, che pare siasi istituita appositamente per essa. Ove il tribunale l’accordi, saranno nominati dei nuovi amministratori giudiziali, i quali si sostituiranno agli attuali, che, per fatalità o imprudenza, non hanno gerito bene le cose. Si farà un bilancio esatto delle partite di dare e di avere, liquidando l’aggrovigliata situazione che si era andata formando. È molto meglio per gli azionisti, per i depositanti, per i debitori, per le altre banche, per il paese sapere chiaramente su che cosa si può fare assegnamento, che non vivere nell’incertezza, la quale consentiva agli informati di ritirare tutto, mentre gli ignari vedevano assottigliarsi le attività. Per le altre banche, il fatto che esse non si giovano della moratoria, servirà ad impedire maggiori allarmi. Per il paese, è bene si sia posto il punto fermo ai salvataggi, mercé emissioni di carta-moneta.

 

 

Il governo, rifiutando nuovi aiuti e concedendo la moratoria agli enti che si trovano in imbarazzo, ha dichiarato opportunamente che esso non vuole la morte dei colpevoli, ché anzi ne presume, fino a prova contraria, la buona fede e l’involontarietà della situazione disagiata in cui si trovano oggi; che concede loro un ragionevole respiro per liquidare e rimettersi in carreggiata; ma ha dichiarato altresì che gli enti imbarazzati non possono e non debbono sperare di salvarsi a spese degli istituti sani e prudenti e, quello che è peggio, a spese del pubblico. Il taglio del bubbone gioverà a ridare vigoria all’organismo economico italiano. Bisogna ricordare che in Italia, al 30 giugno 1921, le somme depositate nelle banche e nelle casse di risparmio giungevano a 26 miliardi e 600 milioni di lire; delle quali solo 900 milioni erano depositate alla Banca italiana di sconto. Poiché nel mondo bancario la situazione era nota, tutte le banche da mesi e mesi stavano preparando formidabili mezzi pecuniari per essere in grado di fronteggiare un possibile inasprirsi delle domande di rimborso fra i depositanti. La raccomandazione consueta a questi ultimi di tenere i nervi a posto e di non lasciarsi inconsultamente impaurire, è dunque quasi oziosa. Se le banche di emissione (con 996 milioni di depositi), quelle ordinarie (con 5 miliardi e 612 milioni compresi 900 milioni circa della Banca di sconto), quelle popolari (con 3 miliardi e 665 milioni), le casse di risparmio ordinarie (con 7 miliardi e 475 milioni), quelle postali (con 7 miliardi e 869 milioni), i monti di pietà (con 553 milioni) e le casse rurali (con 444 milioni) hanno detto: «bastano gli aiuti e venga la liquidazione degli organi ammalati», segno è che esse sentono di compiere così il proprio dovere verso i proprii azionisti, verso i depositanti, verso il paese. Se la Banca d’Italia ha ritenuto che convenisse lasciare libero corso alla moratoria invece di procedere ad un allargamento del consorzio, ciò fece certamente perché ricordò, ed è decisa a metterlo in atto, col consenso del governo, il vecchio adagio: dare, dare, senza esitazioni a tutti coloro che si presentano con una situazione netta.

 

 

Anticipare anche due o tre miliardi per rimborsare depositi non vuol dire, notavo pochi giorni or sono, aumentare la circolazione, poiché dopo poco tempo quei miliardi ritorneranno nelle casse donde furono estratti.

 

 

È augurabile però che non occorra nemmeno procedere ad un aumento della circolazione. Il pubblico, sentendo che il processo di liquidazione è in corso, tirerà invece il fiato e riacquisterà fiducia nell’avvenire. Da mesi, banche e casse restringono gli sconti per conservare in cassa miliardi di biglietti, per essere pronte a qualunque domanda di rimborso. Era l’aria greve che precede la tempesta. Scoppiata questa, visto che nessuno perderà la testa, toccato con mano che i primi denari rimborsati ritorneranno là dove erano prima, banche e casse potranno non scemare la prudenza, ma allentare un po’ l’eccesso della prudenza guardinga che le faceva ripugnare negli ultimi tempi da ogni proposta di nuovi affari e di nuovi sconti. La crisi è sempre l’antesignana del bel tempo, purché le si lasci libero corso. Ed è sempre ammaestratrice.

 

 

La crisi odierna insegna quanto fossero nel vero quei «teorici», i quali masticano sempre amaro dinanzi ai trionfi della nuova politica d’affari delle banche a tipo tedesco. Dicevano i teorici: «Le banche non devono impiegare i depositi in prestiti a lunga scadenza alle industrie». Il sistema «nuovissimo» di interessarsi in industrie con partecipazioni e acquisti di azioni sarà il non plus ultra della modernità; ma è pericoloso. La Germania, che lo ha ripreso, dopo che gli inglesi l’avevano abbandonato da un secolo, ha fatto già in proposito esperienze dolorose. L’esperienza della Banca italiana di sconto, coi suoi «finanziamenti» colossali dell’Ansaldo, ecc., insegni per l’avvenire. Le banche, le quali ricevono depositi a breve scadenza, debbono essere prudentissime nel fare anticipi agli industriali perché costruiscano stabilimenti o comprino macchine. È questo il compito di altri istituti, diversamente organizzati: non delle banche. Le banche debbono fare prestiti su cambiali e su titoli, prestiti a breve scadenza e facilmente liquidabili. Sono regole modeste, terra terra, non atte a dare le vertigini ai dirigenti, antiche, sebbene non antiquate. Con esse si è fatta lunga strada, non solo in Inghilterra, ma anche da noi, dove molte sono le casse e le banche che resistettero sempre ai deliri della grandezza e vivono perciò vita sicura. La crisi è ammaestratrice anche per gli azionisti, rispetto ai quali non ripeterò la predica, fatta pochi giorni fa, dell’opportunità di una propaganda d’istruzione a loro favore sui giornali e sulle riviste, perché una rivista economica autorevolmente mi ammonisce che gli azionisti non vogliono saperne di leggere e di istruirsi. Se è così, se è vero che i capitalisti italiani non vogliono spendere nulla per ottenere informazioni sincere e oneste, perché oggi si lagnano? Se è vero che capitalisti senza numero portarono alle banche il loro consolidato per la brama di un abbuono dell’1%, illudendosi che i titoli depositati rimanessero di loro proprietà e non corressero la sorte di un qualunque altro deposito, perché oggi si lagnano? Se comperarono i titoli industriali a casaccio, fidandosi di manifesti emanati dagli interessati, senza richiedere consigli a persone probe e competenti non debbono oggi recitare un po’ il mea culpa?. Sarebbe un gran male se la crisi di borsa spaventasse i risparmiatori contro tutti gli investimenti industriali; ma sarà un gran bene se li persuaderà che non esiste nessun impiego assolutamente sicuro e che essi hanno il dovere, verso se stessi e verso il paese, il quale ha interesse agli impieghi oculati del privato risparmio, di studiare attentamente, con prudenza e senza ingordigia, le occasioni di impiego che di volta in volta si presentano. Nel dubbio, astenersi da qualunque impiego, e contentarsi del 3% dei conti correnti a vista presso banche e casse serie e prudenti.

 

 

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