Gli insegnamenti della storia per i socialisti

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/12/1902

Gli insegnamenti della storia per i socialisti

«La Stampa», 9 dicembre 1902

 

 

 

Sinora i socialisti avevano scritto alcuni grossi volumi di speculazioni economiche, di cui il principale – il Capitale di Marx – era rimasto chiuso con sette suggelli per le intelligenze delle masse, e vi avevano aggiunto una quantità senza numero di opuscoli e foglietti di propaganda. Tutta la loro suppellettile letteraria finiva lì. Oggi invece essi si mettono a scrivere storie.

 

 

Cominciarono i socialisti tedeschi, fra cui abbondano i Doctoren ed i Professoren, per i quali miglior campo non parve aprirsi alla loro attività che lo scrivere il martirologio della causa santa e le storie della formazione dell’impero tedesco in relazione all’avvento del proletariato.

 

 

Ora seguono i francesi, con maggiore lucidità di forma, sobrietà di contenuto ed attrattiva di letterato e di storico. La Histoire Socialiste dal 1789 al 1900, che il più illustre e colto fra i socialisti francesi, Jean Jaurès, pubblica coi tipi della Casa editrice Rouff, è certamente uno dei fenomeni più interessanti dei nostri giorni. Chi mai avrebbe immaginato venti o trent’anni fa che il partito dei comunardi e degli internazionalisti, buoni solo a scrivere delle visioni profetiche sulla felicità dell’avvenire comunista, si sarebbe indotto a pubblicare due volumi enormi, dove sono narrati con erudizione copiosa, se non sempre compiuta ed originale, molti fatti storici trascurati di solito dagli scrittori, e si sarebbero discussi pazientemente e minutamente i fatti, le questioni, le idee di quella grande contesa fra il terzo stato e le antiche forze monarchiche e feudali, contesa che il socialismo considerava oramai come superata per sempre? Chi mai avrebbe allora creduto possibile, e chi crederebbe in Italia ora possibile che un socialista perdesse il suo tempo a studiare a lungo le conseguenze politiche, economiche o sociali della emissione degli assegnati, del loro disaggio della vendita dei beni nazionali, della abolizione dei diritti feudali? Questioni meschine sarebbero parse codeste ad un partito il quale possedesse lo specifico infallibile e pronto per guarire tutte le malattie dell’umanità. Oggi invece lo Jaurès nel suo libro tutti quegli avvenimenti discute a lungo nei due volumi che ha consacrato alla Costituente ed alla Legislativa.

 

 

Noi non sappiamo se l’aspirazione dello Jaurès di far opera che potesse assomigliare a quella di Marx per il substrato economico, di Michelet per la pittura delle idee e di Plutarco per la idealizzazione degli uomini forti, non sia stata un’aspirazione in parte perniciosa ed in parte soverchiamente ambiziosa. Ma una cosa è certa: che il libro dello Jaurès è riuscito un documento storico assai interessate per se stesso, oltreché per gli avvenimenti che narra. È sempre interessante vedere un partito – il quale si crede destinato a mutare la faccia al mondo con una rivoluzione che sarà l’ultima e definitiva, e la più grande di tutte le rivoluzioni – narrare la storia di quella che fu senza dubbio uno dei più grandiosi rivolgimenti politici e sociali della storia umana. Vi sono dei momenti in cui il rivoluzionario dell’avvenire non sa trattenersi dall’indicare gli errori commessi dai suoi predecessori ed i modi che egli invece avrebbe tenuto per procedere meglio sulla via del progresso. Così quando egli critica a lungo l’atteggiamento guerresco dei Girondini, si vede il rivoluzionario evoluzionista che preferirà nel futuro andare adagio, senza azioni e reazioni violente, allo scopo di non legittimare una nuova dittatura militare. N’è il rivoluzionario che è tale per le qualità più profonde del suo spirito riesce a spogliarsi della sua forma mentale quando giudica uomini e partiti. Luigi XVI è degno della ghigliottina perché «il delitto imperdonabile, inespiabile della regalità è quello di essere stata mentitrice, tristemente astuta, traditrice, di non essersi mai rassegnata alla libertà nuova, di non avere mai accettato onestamente la Costituzione che giurava di servire, e di avere col suo tradimento segreto e doppio, ognora sentito e sempre impossibile a provare, costretto la Francia snervata a gettarsi in braccio alla guerra». (pag. 956). L’abate Maury, che difende dalla confisca i beni ecclesiastici, pubblica con ciò «il primo manifesto della demagogia antisemita» (pag. 446). Il corso forzato degli assegnati, ossia l’obbligo fatto ai cittadini di accettare la carta-moneta rivoluzionaria in pagamento dei loro crediti, è definito in un modo curiosissimo: «lo stabilire il contatto fra gli assegnati ed il paese intiero» (pag. 462).

 

 

Le sollevazioni dei contadini, che bruciano i castelli feudali e saccheggiano i magazzini di grano e costringono i proprietari e cedere ferro, carbone, legna al prezzo fissato dai tumultuanti, erano per Taine un «fenomeno di bestialità scatenata», e diventano invece per Jaures (pag. 1076) «il fremito della vita contadina», una prova della «sottigliezza rurale», e gli appaiono come delle «vaste e fini fermentazioni». Queste sono frasi luminose. Quando, nella prossima rivoluzione socialista, i contadini, interpretando a loro modo i dettami della dottrina vorranno impadronirsi e spartire le terre dei ricchi, questi dovranno rimanere tranquilli di fronte alla meravigliosa «prova della sottigliezza rurale» e dovranno dichiararsi incapaci di comprendere colle «formule grossolane e povere» del diritto capitalista le «vaste e fini fermentazioni», di cui essi saranno le vittime pazienti.

 

 

La Rivoluzione francese dà altri insegnamenti alla prossima rivoluzione socialista. Quando i beni dei nobili emigrati furono colpiti da confisca, l’Assemblea legislativa si degnò di lasciare alla moglie, ai figli ed ai genitori dei fuorusciti l’uso temporaneo di una parte dell’alloggio e, in caso di necessità, anche un sussidio alimentare. E subito lo storico socialista aggiunge: «La grande rivoluzione socialista e proletaria avrà l’ammirevole fortuna di compiersi con un’azione regolare e tranquilla, essa mediterà utilmente sullo spirito di queste prime decisioni, energiche e clementi, della rivoluzione borghese» (pag. 1082). Dunque i borghesi sono avvertiti. Se, scoccata l’ora della rivoluzione, essi si lasceranno spogliare tranquillamente, senza rifiatare, si potrà vedere, dopo lunghe meditazioni, se convenga lasciare qualche stanza ed una pensione alimentare ai loro figli. Ma se per caso vorranno resistere, allora niente alloggio e niente alimenti.

 

 

Intorno al modo con cui i rivoluzioniari dell’avvenire interpreteranno i canoni comuni di moralità, l’istoria di Jaurès ci offre alcuni toccanti esempi. Danton, come è noto, riceveva dei denari dalla reggia per sostenerla contro la rivoluzione, e viceversa si serviva di quei denari contro la reggia. Ma ciò poco monta, perché a ragione Danton pensava che «la foga delle passioni e l’energia del volere erano più necessarie di una meschina e tisica virtù». (Pagina 1168). Nella giornata del 20 giugno Pétion, il quale, come sindaco di Parigi, aveva il dovere di difendere dai rivoltosi la persona del Re e la famiglia reale, chiuse non un occhio solo, ma tutti e due dinanzi ai preparativi aperti ed a lui noti delle bande dei sobborghi. Questa condotta, che per un sindaco non dimissionario ed in linguaggio comune di direbbe tradimento, sapete voi che cosa diventa nella storia socialista? Una «commovente transazione dei giorni di lotta» (pag. 1207). E così di seguito. La pubblicità delle sedute, che fu una delle cause maggiori del trionfo delle bande giacobine, diventa il «mezzo di avviluppare i focolari del moderatismo con la forza popolare».

 

 

Prepariamoci dunque. Quando un Parlamento, ostinato nel suo spirito borghese, non vorrà decretare la socializzazione dei mezzi di produzione ed il trionfo del proletariato, basterà passar sopra a codesta «legalità ipocrita, caduca e multicolore» (pag. 1267), facendola avviluppare con le forze popolari ed obbligando così i deputati recalcitranti a scappare dalla finestra.

 

 

Il lettore non deve però credere che la «Storia socialista» sia soltanto un florilegio di codeste leggiadre massime rivoluzionarie. Anzi, codeste preziose e curiose manifestazioni dello spirito rivoluzionario sono abbastanza rare. Si vede che ogni tanto il propagandista prende la mano allo storico ed arringa dai suoi grossi volumi in quanto la folla marciante all’assalto della fortezza capitalista.

 

 

Ma in sostanza questi due grossi volumi sono un tentativo onesto di esporre la storia. È vero che una storia ad uso dei socialisti. Ma meglio quella che nessuna. Leggendola i socialisti si persuaderanno di quante difficoltà sia irta la via del progresso, e come la realità della vita sociale sia complessa e difficile a capire. Se per abolire il feudalesimo tante difficoltà si dovettero superare e tanti errori si commisero, quanto più difficoltà si dovranno superare nella rivoluzione futura auspicata dai socialisti, e quanti più errori si commetteranno quando la dottrina e l’esperienza dei rivoluzionari futuri siano vuote e scarse, come purtroppo era metafisica la cultura e scarsa l’esperienza dei rivoluzionari del 1789!

 

 

Vi sono molte probabilità che un socialista aderente alla formula rivoluzionaria, dopo aver letto il libro dello Jaurès diventerà riformista. Dal punto di vista politico è questo il più bell’elogio che si possa fare dell’influenza sociale di codesta storia socialista. Sostituire alla lettura falsa e deleterie dei soliti opuscoli schematici di propaganda e dei giornaletti velenosi, la lettura delle dispense a dieci centesimi di una grande storia documentata: ecco il merito principale del tentativo fatto da Jaurès in Francia. Sarà una storia parziale, ma sarà sempre più educativa delle formule semplici e delle declamazioni elettorali. Quando poi lo scrittore si chiama Jaurès ed è cioè una mente larga, filosofica, temperante, è chiaro come il suo tentativo debba aver prodotto un libro degno di essere letto dai socialisti a scopo di educazione, ed insieme da tutti gli spiriti curiosi ed investigatori non solo della verità storica, ma del modo con cui la verità storica viene percepita dagli uomini di parte.

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