Opera Omnia Luigi Einaudi

Gli interessi italiani nel levante

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/05/1896

Gli interessi italiani nel levante[1]

«La Riforma Sociale», maggio 1896, pp. 656-678

 

 

 

La minacciosa questione d’Oriente ha fatto nuovamente rivolgere l’attenzione del pubblico a quella parte dell’Asia che più si avanza nel Mediterraneo forma quasi un addentellato tra la nuova civiltà europea ed i successori delle prime civili popolazioni che allietano l’alba della storia antica.

 

 

Sulla riva orientale del Mediterraneo si combatteranno ancora una volta, nell’avvenire, le grandi lotte per la supremazia fra le nazioni europee; e la vittoria spetterà a quella che, colla sua intraprendenza, colla sua operosità, avrà saputo acquistare una larga influenza materiale ed intellettuale fra le popolazioni indigene.

 

 

I popoli colonizzatori non sono quelli che colla forza delle armi si impadroniscono di un territorio barbaro e semibarbaro, e sprecano sangue danaro in pro di una folta schiera di parassiti; ma sono invece le nazioni che sanno sfruttare col commercio e coll’industria le sorgenti di ricchezza, neglette dalla barbarie e dalla ignoranza degli indigeni. Nel medioevo le ultime colonie che resistettero salde all’invadenza musulmana, non furono le effimere signorie feudali dei crociati di Gerusalemme, ma gli scali marittimi fecondati dalla sagace e multiforme attività dei Veneziani e dei Genovesi.

 

 

Nei tempi nostri dietro alla enorme massa di prodotti smerciata nei paesi di Levante dai suoi commercianti, l’Inghilterra si avanza e si impadronisce poco a poco, sotto forme palliate dell’amministrazione e del governo, delle più popolose e fertili provincie dell’Impero turco. È naturale quindi che in questi giorni tutti coloro che desiderano di vedere prospera e grande l’Italia con soltanto per prove di valor militare, ma anche sui campi fecondi delle industrie e dei commerci, si chiedano: Quali sono le condizioni economiche e sociali dei paesi del Levante, quale è stato finora lo sviluppo delle nostre relazioni commerciali e finanziarie con essi, e quale posto ha diritto e dovere di prendere l’Italia fra le nazioni europee che bramano di assicurarsi l’egemonia nel bacino del Mediterraneo orientale?

 

 

È famoso il ritratto che Labruyère faceva nel 1689, un secolo prima della rivoluzione, dei contadini francesi: in “L’on voit certaines animaux farouches, des males et des femelles répandus par la campagne, noirs, livides et tout brules du soleil, attachés à la terre qu’ils fouillent et remuent avec une opiniâtreté invincible. Ils ont comme une voix articulée, et, quand ils se lèvent sur leurs pieds, ils montrent une face humaine; et en effet ils sont des hommes. Ils se retirent la nuit dans des tanières où il vivent de pain noir, d’eau et de racines. Ils épargnent aux autres hommes la peine de semer, de labourer et de recueillir pour vivre, et méritent ainsi de ne pas manquer de ce pain qu’ils ont semé“. Queste le sue tragiche parole, che da sole valgono a spiegare gli abbruciamenti dei castelli feudali e la terribile jacquerie scatenatasi nel 1793 sulla Francia intiera, ci ritornavano alla mente leggendo le melanconiche relazioni dei consoli nostri nell’interno dell’Asia minore. A poca distanza dalla costa si entra in piena barbarie; alle porte di città popolose si accampano i Kirghizi, e schiere di banditi impediscono agli agricoltori di andare nelle campagne a raccogliere i frutti della loro opera. I contadini sono obbligati qualche volta a nutrirsi di erbe e di cipolle e ad abitare seminudi in tane poco sporgenti da terra, per sottrarsi alle rapaci unghie degli esattori, dei proprietari e dei nomadi figli del deserto.

 

 

L’agricoltura è ancora in uno stato primitivo, quantunque sia la sola sorgente dalla quale gli abitanti dell’Asia minore e della Siria traggono i mezzi di esistenza; dallo scambio dei prodotti naturali o coltivati del suolo, frutti secchi, vallonea, cereali, grani oleoginosi, coloranti vegetali, ecc., il coltivatore dei campi ottiene i tessuti, le vesti, i lavori in metallo che gli sono indispensabili. Mia la mancanza quasi assoluta di comunicazioni a buon mercato nell’interno, la configurazione del terreno separato dalla costa da un’alta e scoscesa catena di montagne, e la niuna sicurezza delle campagne hanno impedito che l’agricoltura si sviluppasse e progredisse, esercitando una benefica influenza sui sistemi di cultura. I contadini turchi che formano l’enorme maggioranza della popolazione agricola, hanno conservate immutate le loro abitudini antiche, senza tentare di introdurre dei miglioramenti nella cultura e dell’amministrazione delle loro terre. In molti luoghi dell’interno, in mezzo a spazi ora incolti ed abbandonati e su cui sorgevano una volta abitazioni e poderi ben coltivati, ora rimangono unici testimoni dell’esistenza di villaggi turchi scomparsi alcune pietre tumulari e pochi scarni cipressi. L’agricoltura nell’Asia minore è soggetta a due terribili flagelli: alle estorsioni spietate degli amministratori mandati da Costantinopoli a dei loro subalterni e ad un regime della propria fondiaria antiquato ed incompatibile colle condizioni attuali della Civiltà. I governatori delle provincie in cui si divide il vasto Impero turco, devono la loro nomina agli intrighi di palazzo ed ai ricchi doni che essi hanno saputo accortamente far pervenire ai consiglieri intimi del Sultano[2]; giunti nella loro sede, essi devono cercare di rifarsi ad ogni modo delle spese sostenuta e delle somme che devono continuamente sborsare per non essere sbalzati dal loro posto; e gli umili e lontani agricoltori dell’interno sono quelli contro cui si accanisce meglio l’insaziabile avidità dei valì e dei loro esattori. Teoricamente le imposte gravanti sulla terra sono lievi; l’imposta fondiaria o diritto d’emlak ammonta, per le terre coltivate od incolte, al 4 per mille del loro valore; la decima, che è la più gravosa, assorbe l’ 1 1/2 per cento del reddito lordo annuo.

 

 

Ma il modo di percezione dà luogo ai più gravi abusi, specialmente nei distretti lontani, dove gli appaltatori delle decime possono spadroneggiare a loro agio. Le decime di ogni distretto sono appaltate separatamente per ogni villaggio e per ogni specie di prodotti agricoli. Le operazioni sono o dovrebbero essere sorvegliate dai funzionari dell’amministrazione provinciale; ma non è raro il caso grazie ad influenti protezioni, persone prive dei mezzi necessari riescono ad ottenere importanti appalti per somme considerevoli. Gli appaltatori, avendo ottenuto la riscossione delle decime col solo proposito di estorcere denaro, assoldano uomini privi di ogni scrupolo che trattano i contadini, come si esprime il console francese a Smirne, quali êtres taillables à merci[3]. Le ultime notizie d’Armenia ci hanno narrato gli eccessi a cui ha potuto spingersi l’avidità dei funzionari turchi contro popolazioni fatte segno all’odio del fanatismo musulmano. Ma in tutto l’ampio territorio che dal Caucaso si spinge attraverso la Siria e la Palestina sino ai confini dell’Egitto, i fasti delle esazioni contro i contadini sono egualmente truci. Gli appaltatori, sopratutto quando hanno comprato le decime di parecchi distretti, percorrono le campagne molto tempo prima che i raccolti siano giunti a maturanza, facendo un calcolo approssimativo del loro valore. Quando ritornano per riscuotere la decima, molto spesso il raccolto per le vicende naturali atmosferiche, per la prolungata siccità o per un’invasione di cavallette è minore del previsto. Non vale reclamare; sicuri dell’impunità gli esattori costringono i poveri contadini, per la lunga abitudine ed oppressione divenuti impotenti a reagire, a pagare somme eccessive e gravose. Il coltivatore vedendo inutili i suoi sforzi contro alla rapacità dei delegati del Sultano, si adagia in una apatica indifferenza producendo solamente quel tanto che gli è assolutamente necessario per condurre un’esistenza precaria e miserabile. Del resto, la sua iniziativa si frange ineluttabilmente contro la lontananza dei mercati ai quali dovrebbe condurre le sue derrate, ed il cattivo stato o l’assenza delle strade.

 

 

Un’altra causa dell’inferiorità agricola dei paesi del Levante sta nella condizione confusa, precaria e malsicura nella quale si trova giuridicamente la proprie fondiaria. Essa obbedisce in parte al codice religioso, o cheriat, derivante dal Corano e dalla tradizione, ed in parte alla moderna legislazione civile, opera di Sultani imitatori delle leggi europee, ed intesa a dare a quelli o più agile vita e movimento. Fra le cinque categorie di beni in cui il codice della proprietà fondiaria del 21 aprile 1858 divide le proprietà, una sola, i beni mulks, corrisponde al concetto occidentale della proprie secondo cui il proprietario può disporre in modo assoluto, senza impacci legali. La maggior parte dei beni sono vacuf, ossia sono inalienabili e non possono formare oggetto di ipoteca, donazione e vendita. La proprietà appartiene a Dio e gli uomini non ne sono che gli usufruttuari. Le moschee posseggono estensioni immense di terreno; e come nel medioevo la chiesa per ovviare alla proibizione dell’interesse, permise la costituzione di censi sui beni rurali; così nella Turchia odierna, ove risorgono le condizioni della vita europea dei tempi di mezzo, i proprietari abbandonano le loro terre ai conventi a titolo di voef, ricevendone una somma molto inferiore al valore reale, continuando a goderne però grazie al pagamento di un canone annuo corrispondente alla somma ricevuta. La legislazione religiosa o cheriat, d’altro canto, non dà alcun valore ai titoli comprovanti il lungo possesso o la proprietà; i giudizi in materia di proprietà fondiaria si basano, per i beni regolati dalla legge religiosa, unicamente stilla fede dei testimoni, che i codici europei escludono appunto in questa materia per gli enormi abusi a cui potrebbe dar luogo. Ed invero questo sistema favorendo l’industria dei falsi testimoni rende precario ogni più saldo diritto e scoraggia ogni tenace e lunga opera. Accanto a questi ancora altre categorie di beni esistono oscillanti a volontà dell’amministrazione, come i terreni mirié e merconfé di cui la proprietà spetta allo Stato, che non possono essere modificati con piantagioni, costruzioni, cambiamenti di cultura, opere di drenaggio senza il compenso del governo[4]. È agevole immaginare quale grande impedimento ai progressi agricoli ed al benessere della popolazione coltivatrice costituiscano queste norme.

 

 

Malgrado però la noncuranza del Governo centrale, la rapacità dei suoi funzionari, la poca sicurezza, le scarse e difficili comunicazioni, il difettoso sistema tributario e fondiario, l’Asia Minore e la Siria progrediscono.

 

 

I progressi maggiori, se non gli unici, si hanno lungo le coste.

 

 

Meravigliosamente adatte ai traffici commerciali ed alle imprese marinaresche, le coste levantine coi loro numerosi e tranquilli porti naturali, colle profonde insenature, grazie alle quali il mare si insinua a vivificare col suo bacio fecondo le città interne, colla folta corona di isole operose e ricche, sono divenute il punto di mira di tutte le nazioni europee, desiderose di smerciarvi i prodotti delle loro industrie sovrabbondanti in patria. Smirne ha visto negli ultimi anni aumentare il suo commercio a proporzioni più vaste di quelle del traffico intiero dell’Anatolia al principio del secolo. Il valore delle merci esportate da Smirne sorpassava nel 1894 gli 80 milioni, mentre il valore delle merci importate nella stessa piazza si aggirava intorno ai 110 milioni di lire.

 

 

Queste due cifre rappresentano una grande somma di transazioni commerciali, e non formano che una parte del traffico totale della Turchia Asiatica. Trebisonda importava nel 1894, compreso il commercio persiano di transito, per 38 milioni di lire, ed esportava per 16 milioni di lire di merce. Così Damasco conta una esportazione di 10 milioni di lire contro una importazione di 15 milioni. Alessandretta, uno dei porti principali della Siria, esportava per 94 milioni di merci e ne importava nello stesso anno 1894 per 46 milioni. Tuttociò dinota un intenso risveglio della attività commerciale nei paesi del litoraneo levantino; risveglio promosso dall’apertura delle strade ferrate che partendo da Smirne e Beirut ed inoltrandosi, benché a non grande distanza, nell’interno, hanno dato un nuovo impulso alla agricoltura nelle vallate più prossime al mare. La vicinanza delle autorità consolari europee, alcune delle quali più autorevoli del Governo turco stesso, ha fatto sì che questo si pigliasse a cuore la sicurezza delle campagne nei distretti vicini alle coste; favorite così da un complesso di circostanze propizie le fertili vallate bagnate dal Meandro, dal Caistro, ecc. si sono completamente trasformate; le vigne gli oliveti, gli aranceti si sono moltiplicati: il fico, il cotone, la vallonea, la regolizia hanno dato buoni profitti ai coltivatori, che scosso di dosso l’apatico fatalismo mussulmano, si sono dati con ardore alla cultura delle terre. Ai Mussulmani si sono in parte già sostituiti i greci, razza più attiva ed intraprendente, abilissima a trar partito delle condizioni propizie dei mercati europei, ed a trasformare in relazione a queste i generi di coltura ed a commisurare la qualità delle derrate ai gusti varii delle clientele sparse in tutte le nazioni europee e perfino nell’America.

 

 

Le uve dell’Asia minore hanno, vincendo la barriera apposta dalle dogane francesi, presa la via dell’Inghilterra e della Germania, facendo una seria concorrenza ai nostri prodotti. I fichi sono quasi tutti inviati in Inghilterra; la vallonea va in Germania, Austria ed Italia. Cresce a poco a poco la facoltà di esportazione dei paesi levantini e sorge una nuova e larga concorrenza alla agricoltura italiana; ma nel tempo stesso si apre un larghissimo mercato ai prodotti della industria europea. Ricche di prodotti agricoli, l’Asia Minore e la Siria difettano assolutamente di prodotti industriali; eccettuati i famosi tappeti di Smirne, oggetti di lusso diretti a soddisfare il desiderio di fasto dei ricchi inglesi ed americani, le provincie dell’Asia Minore importano tatto quello che è indispensabile per vestirsi, tutti gli utensili dei mestieri più comuni, cuoi e pelli, carte, mobili, medicine, ceramiche, materiali da costruzione. La clientela è svariata e numerosa; e va dalle antiche famiglie europee da lunga data stabilite nel levante ed ivi legate da numerosi vincoli di sangue e patrimoniali, fino ai mercanti approdati da poco, che cercano ivi di smerciare i prodotti della loro patria, ai numerosi ed attivi greci, ed alla popolazione stabile turca, che a poco a poco si arrende, grazie ai contatti giornalieri con europei, alle usanze nuove ed in proporzione dei maggiori guadagni migliora il proprio tenore di vita. Ad accaparrarsi questa clientela, la quale ogni giorno va crescendo a misura che la civiltà inoltrandosi nell’interno del continente rimedia alla triste condizione di cose descritta più su, vanno a gara tutte le nazioni europee. Trionfatrice suprema nella lotta economica l’Inghilterra. Anche qui grazie alla sua potente industria, organizzata perfettamente alla conquista dei paesi nuovi, essa innonda colle sue cotonerie, colle sue macchine, coi suoi tessuti di lana, coi suoi prodotti chimici le coste dell’Asia Minore, cosicché il terzo delle importazioni di Smirne è di origine inglese. A ciò si limita la sua attività multiforme ed indefessa. Capitalisti inglesi hanno costruito le due maggiori linee ferroviarie che fanno capo a Smirne[5]; e con capitali inglesi è stata costruita la ferrovia da Damasco a Beirut contro la quale si franse la progettata concorrenza di due compagnie francesi che volevano collegare Caiffa ed Aleppo con Damasco. L’Inghilterra domina da Cipro, da Porto Said e dall’Egitto le linee di navigazione del levante e la sua marina mercantile a vapore trionfa su tutte le altre. Né riposa la Francia; orgogliosa di avere sistemato e reso accessibile alle navi di alta portata il porto di Smirne con capitali suoi, si sforza di conquistare nuovo terreno e concorre per un quinto alla importazione in quel porto stesso; e le sue sete, le sue chincaglierie, i suoi corami, non temono confronti per la bontà intrinseca e l’onesto prezzo. L’Austria e la Germania hanno cercato di riparare con l’industre accortezza agli svantaggi della soverchia lontananza; e schiere numerose di commessi viaggiatori cercano pazientemente, con mille accorgimenti diversi e svariate facilitazioni nei pagamenti, di conquistare in quei paesi uno sbocco ai prodotti dell’industria tedesca, la quale nell’ultimo quarto di secolo ha fatto progressi continui e tali da fare impensierire l’Inghilterra stessa. E l’Italia che cosa ha fatto nei trentacinque anni trascorsi dopo la conquistata unità? Quali elementi di vigore e di forza economica rappresentano le sue colonie nei paesi dei Levante? Quali sono i rami del traffico nei quali si è affermata più vigorosamente?

 

 

L’Italia ha delle nobili ed alte tradizioni nei paesi del Levante; i fondaci delle repubbliche di Genova, di Venezia e di Pisa erano sparsi su tutti gli scali dell’Egitto della Siria, dell’Asia Minore e del Ponto Eusino; nelle mani dei nostri mercanti era accentrato tutto il gigantesco commercio di transito dalle lontane regioni dell’India e della Cina verso l’Europa; padroni dell’isola di Creta, i veneziani aveano saputo imporsi colla forza delle armi e colla seduzione potente dei vistosi regali ai sultani avidi di fasto e di ricchezze, ed erano riusciti a farsi concedere privilegi preziosi per l’espandersi dei loro traffici. Tutta questa prosperità, fondata sul commercio di intermediazione, crollò d’un tratto quando Vasco di Gama scoperse la Via del Capo di Buona Speranza e le flotte portoghesi poterono andare ad approvigionarsi direttamente sui luoghi di produzione. Si cambiava così compiutamente la corrente internazionale dei traffici marittimi; le galee portoghesi potevano ora comprare a vil prezzo quelle spezierie indiane che prima doveano attraversare mille ostacoli doganali, e soddisfare alle voglie di lucro dei mercanti indiani ed arabi e dei sultani d’Egitto prima di essere consegnate ai Veneziani che le distribuivano alla loro volta all’Europa intiera. Lisbona sostituì Venezia nel lucroso commercio delle Indie, e da quel colpo la Repubblica delle lagune non poté mai più rilevarsi. Unico rimedio l’apertura di un canale che congiungendo il Mar Rosso al Mediterraneo abbreviasse la strada delle Indie e rendesse ai veneziani la perduta supremazia dei mari. E verso il 1500 quelli che pensavano a questo rimedio eroico non erano pochi a Venezia; nelle istruzioni redatte nel 1504 per Francesco Teldi, inviato ambasciatore al sultano d’Egitto, la Signoria avea introdotto un passaggio che raccomandava il taglio dell’istmo di Suez.[6]

 

 

Era riservato ai nostri giorni di veder compiersi questo voto; che gli italiani sappiano e vogliono sfruttare l’avveramento d’un disegno antico della loro più famosa repubblica marinaresca e ridiventare i commercianti dell’Europa moderna! Ma il commercio delle repubbliche nostre col Levante non riguardava esclusivamente le merci indiane; era anche in parte un traffico coi paesi stessi; i nostri navigli prendevano dall’Asia Minore, dall’Egitto e dalla Siria molteplici prodotti, come le seterie; le vetrerie, che gli industriosi nostri antenati seppero poi imitare così bene, che più tardi nel XV secolo si era già prodotta una rivoluzione nel commercio della seta: Venezia inviava nell’Egitto veli e fazzoletti di seta ricamati in oro; Firenze spediva seterie a Damasco, ad Alessandria e nella Turchia. Le vetrerie veneziane aveano una specialità per la quale trovavano una numerosa clientela in Oriente; quella delle pietre preziose false e delle perle di vetro di colore[7].

 

 

Il commercio dei tessuti dava luogo ad una duplice corrente in senso inverso, l’una dall’Oriente all’Occidente per i tessuti di seta e di cotone, e l’altra dall’Occidente all’Oriente per i tessuti di lana e di lino.

 

 

L’Inghilterra andava allora superba di greggi numerosissime di montoni, che fornivano ai fabbricanti europei un vello fine ed abbondante. Essi producevano troppa più lana che non fosse necessaria al consumo europeo e ne esportavano ancora nell’Oriente. I drappi d’Inghilterra, Fiandra, Francia ed Italia affluivano a Venezia per esservi caricati sulle galee di traffico che li esportavano sugli scali del Levante. Verso il 1420 i fiorentini presso i quali l’arte di confezionare e di tingere i drappi avea raggiunto un alto grado di perfezione, vendevano da soli alle galera Veneziane 16 mila pezze di drappo ogni anno; e tutta questa merce veniva esportata nell’Egitto, in Siria, in Grecia, a Candia, a Rodi, in Cipro. La marina commerciale genovese si occupava altresì della esportazione dei drappi d’Occidente, benché sa scala minore i drappi di Chilons, Douai, Provins passavano da Genova e di là partivano con quelli della Lombardia per la Romania ed il Ponto[8].

 

 

E non solo al commercio, ma anche all’industria attendevano le nostre repubbliche. Le famose miniere di allume della Focea erano esercite da genovesi che le tennero dal 1275 al 1455.

 

 

Tutta questa sana e rigogliosa attività di traffici e di industrie venne meno, quantunque non l’insidiasse alcuna forza naturale contro cui fosse vano ed inutile resistere. Le cause sono varie e complesse. Cominciava un periodo di decadenza morale, politica ed economica per le nostre repubbliche italiane; soggetta Genova all’influenza della Francia, veniva dall’abile politica di questa a poco a poco spogliata dei suoi traffici a vantaggio del rivale porto di Marsiglia; immersa Venezia in guerre ambiziose di conquiste territoriali, non poté arditamente prendere il sopravvento sui portoghesi ed inviare le sue flotte nelle Indie ad approvigionarsi direttamente delle famose spezierie, continuando ad essere, come oggi è Londra, il centro delle transazioni commerciali di tutto il mondo. Le guerre sfortunate col turco le tolsero d’altro canto anche i conservati traffici diretti col Levante. Inoltre l’Italia non era più sola provveditrice del Levante; altre nazioni, come l’Inghilterra, si erano già dallo scorcio del secolo XVI spinte nelle città dell’Asia Minore e della Siria recandovi lane, acciai e metalli a prezzi minori di quelli che potessero acconsentire i veneziani[9].

 

 

Una città sola resisteva fortunatamente nel secolo scorso al principio del presente alla avversa fortuna, il porto franco di Livorno, dovuto alla iniziativa perseverante e tenace dei granduchi toscani. Le merci importate nel 1783 da Livorno a Tunisi ammontavano alla somma cospicua per quei tempi di L. 907,594[10]. Per le sue franchigie il porto di Livorno era divenuto il deposito di tutti gli articoli d’importazione verso le coste del Mediterraneo, cioè cotonina inglese, conterie, chincaglierie, armi di Germania, prodotti coloniali, drogherie, carte, seterie di Firenze e di Lucca, panni ricamati. Nel 1899 una trentina di bastimenti italiani importava verso Tripoli di Barberia 1913 tonnellate di merci caricate in Livorno per il valore di 700,000 lire.

 

 

Dopo d’allora il commercio nostro di intermediazione decade, perché questi articoli si fanno venire più direttamente da Malta, ove sono spedite dai luoghi di produzione[11]. La marina mercantile nostra non si era però data per vinta e seppe trovare nell’immenso commercio di esportazione de’ grani dalle coste della Siria e del Mar Nero una fonte di lucro per sé e per i suoi connazionali. I rapporti diretti costantemente mantenuti dai nostri commercianti con le coste del Levante giovavano anche molto ai produttori ed agli industriali italiani; per non riposare unicamente sul nolo di ritorno caricavano in Italia ogni sorta di merci che i capitani, toccando vari porti, riuscivano a smerciare, grazie alla accurata conoscenza delle piazze ed alle relazioni mantenute coi piccoli commercianti del luogo ai quali si concedevano anche lunghi fidi. Così fino alla metà del nostro secolo la importazione delle tegole, dei mattoni e dei vasi di terra cotta in Cipro si faceva quasi esclusivamente da case italiane coll’intermediario della marina genovese. Ancora nel 1868, in una sua memoria sul commercio di Berdiansk, il console G. B. Giovanetti, accennando ai vantaggi derivanti ai produttori italiani dal commercio dei grani per la maggiore facilità di esportare merci nel Levante, asseriva che la marina italiana acquistava continuamente credito per le buone qualità dei capitani e per la solida costruzione delle sue navi, ed era preferita ad ogni altra pel trasporto delle merci per gli scali dell’Occidente specialmente, per l’Inghilterra e per il continente, e le veniva accordato il maggior nolo esistente in quei paraggi[12].

 

 

Dopo il 1870 ebbe luogo nella navigazione un rivolgimento gigantesco di fronte al quale la marina italiana non trovi in se stessa la forza necessaria a resistere ed a vincere. La navigazione a vapore tolse il primato alla marina a vela, escludendola dai traffici ove è richiesta la puntualità e la velocità, massime negli arrivi, ove i viaggi riguardano merci destinate al consulti o mondiale e dove la speculazione oggidì imperante anche nel commercio delle derrate, mai si potrebbe adattare all’incertezza ed ai ritardi necessari col sistema antico della navigazione a vela[13]. Gli italiani non vollero o non poterono trasformare così presto la loro marina da conservare il primato nei commerci coll’Oriente; lusingandosi continuamente di un ritorno all’epoca della vela, così gloriosa per essi, gli armatori nostri non seppero opporsi audacemente alle compagnie inglesi, francesi e germaniche. Decadevano in tal modo i nostri traffici marittimi, e quando l’Italia si trovò infine nuovamente posseditrice di alcune so non gigantesche almeno importanti Compagnie di navigazione a vapore, queste preferirono rivolgere la loro attenzione ai più lucrosi viaggi americani, lasciando i rapporti coll’Oriente alle linee sovvenzionate, scarse e male servite.

 

 

Le cifre che il movimento commerciale ci offre rispetto ai rapporti commerciali colla Turchia Asiatica sono scoraggianti. La piazza più importante è senza dubbio Smirne che accentra in sé la maggior parte di tutto il traffico internazionale di quei paesi. Ebbene, nel 1889, su 135 milioni di lire esportate da Smirne, le merci comprate dall’Italia superano a mala pena i 3 milioni. L’unico aumento notevole che ci presentino i dati si riferisce agli anni che precedono e susseguono immediatamente il 1885, in cui si raggiunsero i 21 milioni di lire; e di questi 16 si debbono però ascrivere alla maggiore importazione in Italia dei grani. Ma la esportazione dei grani dell’Asia minore e della Siria non può divenire la base di saldi e continuati traffici; troppo precarie sono le condizioni del commercio che riposi su queste sole basi.

 

 

L’Asia Minore non è, come la Russia, un paese dove la cultura del grano sia fatta a scopo di smercio sui mercati esteri, essa per lo più basta a mala pena a soddisfare al consumo interno; ed essendo una derrata di grande volume non può dalle regioni produttrici essere portata sulla costa se non con gravissime spese, che ne fanno oltremodo rincarire il prezzo e la rendono disadatta a lottare proficuamente contro la concorrenza dei grandi paesi esportatori di cereali. Dopo il 1885 il ribasso nel valore delle importazioni dalla Turchia Asiatica in Italia è continuo e costante; si scende fino ad 1 milione nel 1888 per aggirarsi in seguito, salvo una piccola punta a 7 milioni nel 1893, intorno ai 3 o 4 milioni. Le cause della pochezza della importazione dei prodotti del Levante in Italia sono chiare e perspicue a chi per poco abbia riguardo alla natura peculiare della produzione in quei paesi.

 

 

L’unica industria importante è, come abbiamo detto, quella famosa dei tappeti di Smirne, di cui nel 1889 se ne esportarono per ben 8 milioni di lire; l’Italia ne assorbì solo per 2500 lire, cifra davvero meschina e trascurabile, la quale rivela lo scarso elaterio che nel nostro paese trovano i prodotti fini richiedenti un’alta prosperità economica negli acquirenti. L’Italia industriale che pure nell’Asia Minore potrebbe largamente provvedersi di smeriglio, di antimonio e di altri minerali, di bozzoli, ossa, pelli, lane, scammonea, gomma, ne prende una piccolissima parte contentandosi di essere seconda fra le nazioni che si provvedono a Smirne della cera gialla e seconda pure per il sesamo. La vallonea forma il capitolo principale di esportazione da Smirne in Italia; secondo il signor Rougon nel 1889 se ne esportarono per 2,245,725 lire ossia il decimo della intiera esportazione da quel grande scalo levantino. Essi è suscettibile di futuri aumenti in quanto potrebbe essere maggiormente utilizzata dagli opifici di tutore e dalle concerie per la preparazione delle pelli delle quali si potrebbe fare largo smercio nella Anatolia stessa.

 

 

D’altra parte è ovvio come l’Italia, nazione agricola per eccellenza, non abbia tornaconto veruno ad importare dall’Asia Minore prodotti che sul suo territorio prosperano e danno largo contributo al proprio commercio di esportazione, come il vino, l’uva secca, l’olio, i fichi. Sotto quest’aspetto il Levante ci fa una vivace concorrenza, che potremo vincere si migliorando la qualità dei nostri prodotti ed offrendo le nostre derrate, accuratamente imballate, a prezzi minori dei nostri rivali.

 

 

Nella esportazione verso l’Asia Minore e la Siria moltissimo rimane ancora da fare. Mentre l’Inghilterra riuscì ad esportare nel 1892 circa 24 milioni di lire di merci nella sola Smirne, noi rimanemmo intorno ai 2 milioni e mezzo bene addietro alla Francia, alla Germania ed all’Austria Ungheria che pure non hanno al paro di noi tanta facilità di comunicazioni.

 

 

Pur tuttavia si può notare nelle esportazioni nostre nel Levante un qualche progresso sebbene lentissimo e soggetto a forti oscillazioni. Nel 1878 il valore delle merci da noi introdotte nell’Asia Minore di poco superava il milione e mezzo, costituito per la maggior parte da pietre e terre da costruzione, vasellami e vetri. Si scende poi per parecchi anni precipitosamente, essendo mancato forse l’incentivo a nuove costruzioni negli scali littoranei; si ripiglia il movimento ascendente nel 1882 perché si fa più viva la domanda di cereali, paste e farine. Non era però questo un incremento notevole, perché dipendente da una momentanea deficienza nei raccolti dell’interno del paese. L’annata 1888 segna un anno di ristagno profondo nei nostri commerci; in seguito si risale costantemente per fermarsi sui 2 milioni a mezzo. È poca cosa di certo; ma un sintomo lieto dell’espansione che potrebbero prendere i nostri commerci nel Levante, ove viva e vigorosa si risvegliasse l’iniziativa dei nostri produttori e dei nostri commercianti. Né la cosa è difficile. L’Inghilterra, che veglia con affannosa cura all’espandersi dei suoi commerci in tutte le plaghe del mondo, fino dal 1886 gettava un grido d’allarme per la vittoriosa concorrenza che le nazioni estere, e non ultima fra esse l’Italia, le facevano sui mercati del Levante. Il console inglese a Smirne così riferiva: “Nei filati di cotone, e nei tessuti e negli stampati di cotone grigio Manchester è tuttora padrona e signora del mercato; la Svizzera e l’Italia esportano però nella Turchia i filati rossi, e per gli stampati di cotone francesi e Austriaci si fanno a poco a poco strada. Le lanerie dell’Austria e della Germania fanno una vittoriosa concorrenza ai prodotti delle fabbriche del Yorkshire: e l’Austria ha quasi monopolizzato il commercio degli abiti fatti. Per la chincaglieria e la coltelleria la Germania, l’Austria e l’Italia hanno quasi tolto ogni importanza a Birmingham e Shefield. L’Italia e l’Austria hanno conquistato il monopolio del commercio della carta i vetri inglesi per finestra sono sostituiti dai vetri belgi e le vetrerie ed i vasellami sono ora importate dall’Austria e dalla Francia, mentre le sete italiane hanno sostituito le inglesi nei mercati del Levante.”[14] Il console inglese vedeva le cose sotto un punto di vista forse troppo pessimistico; l’Inghilterra ha continuato a mantener ferma la sua supremazia nei mercati di Levante; ma ciò non ha impedito che anche altre nazioni vi sviluppassero grandemente i loro commerci. I paesi del Levante sono ancora semibarbari. Come abbiamo visto nel quadro delineato brevemente delle condizioni economiche e sociali dell’Asia minore e della Siria, molto resta ancora a fare; intiere popolazioni vanno sola mente ora rompendo il legame secolare che le avvinceva alla gleba e le aggiogava ad una profonda e squallida miseria; il fischio delle vaporiere costruite con denari europei farà a poco a poco penetrare, colla sicurezza necessaria al lavoro fecondo e produttivo, anche nuovi bisogni e nuove aspirazioni nelle popolazioni dell’interno. Per quel giorno non molto lontano noi dobbiamo trovarci bene agguerriti, e la lotta odierna con nazioni economicamente più forti ed evolute di noi servirà a metterci in grado di allargare il nostro smercio nel mercato del Levante, dove la supremazia apparterrà al più forte ed al più audace. Non riescirà inutile perciò accennare qui in breve alle merci che l’Italia potrebbe esportare in maggior copia nell’Asia Minore e nella Siria. La categoria dei fili tessuti e manufatti di cotone, di seta e di lana, la più importante nel commercio di esportazione verso l’Asia Minore e la Siria. L’Inghilterra è qui la dominatrice assoluta grazie al buon mercato fenomenale al quale può cedere i suoi prodotti. Però se noi ci siamo lasciati togliere dalla Germania e dall’Austria il mercato del filato rosso detto rosso d’Aleppo, dall’Italia comincia ad importarsi del cotone fine bianco e colorato per ricamo e per maglierie a detrimento della merce inglese finora esclusivamente dominante[15]. Il Cotonificio Veneziano ha stabilito una succursale a Smirne e potrà vittoriosamente concorrere coll’Inghilterra nei ritorti greggi pei numeri bassi, come pure pel cascame filato num. 00, di cui per la fabbricazione dei tappeti turchi si fa a Smirne un consumo rilevantissimo[16].

 

 

Per le seterie, malgrado gli sforzi vigorosi dei fabbricanti italiani, Lione conserva una indiscutibile superiorità. Di contro ad una esportazione dalla Francia di 900 mila lire l’Italia era rappresentata nel 1894 da 400 mila lire. È un notevole progresso se si pensa che nel 1889 le cifre rispettive erano 2,294,553 lire per la Francia e 2425 per l’Italia; ed è un successo che incoraggia gli industriali italiani a proseguire nel cammino così superbamente tracciato, ed a rivolgersi con fiducia alla produzione pel grande mercato internazionale.

 

 

L’Italia, che potrebbe lottare efficacemente coll’Austria, coll’Inghilterra e colla Francia per la confezione dei fez rossi così comuni nei popoli dell’Oriente, si limita a godere di un dominio incontestato nei cappelli di paglia per il buon mercato col quale vengono confezionati dai contadini toscani.

 

 

Nelle mercerie, lanerie, sacchi, vele, l’Italia tiene pure un buon posto.

 

 

Nella esportazione del piombo l’Italia viene terza dopo l’Inghilterra e la Francia. Negli oggetti di chincaglierie l’Italia ha fatto grandi progressi passando da 4657 lire al 1889 a circa 140 mila lire nel 1894. Così pure pel cuoio e per le pelli lavorate l’Italia tiene il secondo posto anche se lasciata di gran lunga indietro dalla Francia. Lo zolfo destinato alle cura delle viti va tutto dall’Italia, e questa non è vinta che dall’Austria Ungheria nella importazione del marmo e delle pietre da costruzione.

 

 

Nell’importazione dei medicinali e di generi di drogheria l’Italia viene terza dopo l’Inghilterra e la Francia, e potrebbe facilmente prendere il loro posto se curasse un po’ più la buona qualità e l’eleganza esterna delle sue merci, e ne fosse accentrato il commercio in poche grandi Case.

 

 

Nei generi alimentari l’Italia non tiene il posto che le spetterebbe per la sua vicinanza e la sua natura di nazione esportatrice di prodotti agricoli; pur tuttavia i suoi burri, i suoi formaggi, la sua carne affumicata ed i suoi pesci salati lottano efficacemente contro la concorrenza delle altre nazioni.

 

 

Per i fiammiferi e la carta l’Italia tiene il secondo posto; ed acquista terreno a spese dell’Austria a misura che i suoi prodotti divengono meglio apprezzati pella buona qualità ed il poco prezzo. Come si vede, la varietà non manca negli articoli di cui l’Italia ha iniziato con buona fortuna l’esportazione nei porti del Levante occorre solo che sappia mantenere il posto preso ed allargare sempre più il suo mercato, non limitandosi ad esportare in una sola piazza, benché di grande importanza, come Smirne, ma iniziando attivi traffici con gli altri porti che numerosi sorgono a nuova e prospera vita sulle frastagliate coste dell’Anatolia e della Siria. Quali sono gli ostacoli che si oppongono alla espansione dei commerci italiani nel Levante, e quali sono i mezzi più efficaci per superarli vittoriosamente?

 

 

Anzitutto la scarsezza delle linee dirette di navigazione fra l’Italia ed i vari porti dell’Asia Minore oppone un ostacolo gravissimo ai commercianti nostri che vogliono iniziare traffici. I commerci con quei paesi avvengono quasi esclusivamente per via di mare; le ferrovie mal possono competere per la elevatezza naturale delle tariffe con i trasporti per mare, ove la concorrenza delle molteplici compagnie ha ribassato i noli ad un saggio mitissimo. Senonché l’Italia compariva in quei paraggi fino all’anno scorso solo coi viaggi compiuti dai piroscafi della Società di navigazione generale fino al porto di Smirne: ed abbiamo visto come ivi i nostri commerci abbiano negli ultimi anni avuto un incremento consolatore.

 

 

Mancavano invece compiutamente i rapporti diretti fra l’Italia ed i porti dell’Anatolia sul Mar Nero, Trebisonda, Kerassonda, Samsun e Batum. Vi si provvide l’anno scorso colla istituzione di una linea di navigazione regolare da parte della massima Società nostra, esaudendo così i voti dei consigli nostri che da più di vent’anni insistevano affinché le navi italiane si spingessero a quei porti. Il primo semestre noi fu molto incoraggiante, se si ha riguardo ai risultati ottenuti[17]. È necessario però che la Società di navigazione generale non abbandoni subito la sua iniziativa perché i principii sono sempre ardui e modesti; ed inoltre nel 1894 la esportazione dei grani per il cattivo raccolto fu nulla, ed il Governo turco, onde impedire che si diffondesse la notizia dei massacri di Samsun proibì la emigrazione dei contadini che ogni anno si recano nella state numerosi a lavorare a Costantinopoli ed a Scutari.

 

 

Mancano affatto poi le comunicazioni dirette fra l’Italia e la Siria; se si eccettuino alcuni viaggi della ditta Cappellino di Genova non si vede mai alcun vapore italiano in quei porti, mentre numerosi vi accorrono i piroscafi inglesi, francesi, tedeschi e russi. Beirut, il porto principale di quella costa, va acquistando ogni giorno più importanza; passato in breve volgere d’anni da 25 mila a 125 mila abitanti, esso accentra in sé tanto il commercio di importazione e di esportazione dalla Siria e dalla Mesopotamia. Le linee ferroviarie che lo collegano a Damasco e ad altre città dell’interno, mentre fanno scadere d’importanza queste ultime, servono ad attirare sulla costa tutta la corrente dei traffici. L’Italia si è fatta viva solo colla istituzione di poche scuole elementari in cui, per la gratuità loro, si accalca la popolazione più povera del Levante[18].

 

 

Il trasbordo che i nostri commercianti sono costretti a subire ad Alessandria od a Porto Said, per le merci che vogliono inviare nella Siria è fonte di tali spese ed inconvenienti da scoraggiare qualunque più ardita iniziativa; avarie numerose, merci mancanti, casse rotte e così via. Non dico che il Governo debba sussidiare, se non forse nei primi inizi, anche questa linea di navigazione[19]; credo molto più opportuno che i commercianti e gli armatori stessi, seguendo l’audace esempio di pochi si scuotano, e facendo da sé inizino viaggi in quei paraggi ; il guiderdone, se anche un po’ tardo, non potrà tardare loro.

 

 

L’operosità nostra non deve limitarsi unicamente ai trasporti marittimi diretti fra gli scali del Levante e l’Italia, ma si deve estendere all’assunzione di lavori e di intraprese d’ogni genere. Ci serva di sprone l’esempio delle altre nazioni e specialmente degli Inglesi e dei Francesi.

 

 

A Beirut, assevera il signor Pavia, gli Inglesi hanno costrutto il porto, la nuova dogana ed i magazzini generali, ed hanno condotto da 16 chilometri di distanza l’acqua potabile. I Francesi hanno aperto una ferrovia da Giaffa a Gerusalemme (82 km.); una Compagnia inglese ha stabilito una linea fra Caifa ai piedi del Carmelo e Damasco e l’Hauran per far concorrenza ad una Società belgo francese, che ha cominciato a costruire una ferrovia di 130 km. da Damasco all’Hauran; ad una Società tedesca è stata concessa la costruzione e l’esercizio delle tre prime sezioni della grande linea da Ismidt a Bagdad che traverserà tutta la Turchia d’Asia[20]; la Francia gode di una larga partecipazione nella Compagnia ottomana per l’illuminazione a gaz di Beirut; e Francesi sono i concessionari della ideata linea tranviaria a vapore Tripoli, Beirut, Saida[21].

 

 

Numerose miniere di smeriglio, antimonio, marmi rimangono inesplorate per mancanza di capitali; anche le grandi fattorie agrarie condotte coi sistemi più perfezionati ed economici aprirebbero un largo campo alla attività dei capitalisti nostri se questi sapessero unirsi ed osare con fermezza e costanza. Il Governo ottomano vedrebbe con piacere sorgere qualche altra nazione ad opporsi alla prepotente e temuta influenza dell’Inghilterra e della Francia. Il nostro paese soffre, è vero, delle conseguenze di una intensa crisi economica che ha distrutto numerose fortune; ma i capitalisti, benché terrorizzati dall’insuccesso delle pazze speculazioni edilizie e ferroviarie, dovrebbero pure pensare che coll’iniziare lavori all’estero si favorisce una delle più nobili industrie di cui vada altera l’Italia: quella della marina mercantile. Testimoni l’America meridionale, che rigenerata dal danaro dei mercanti genovesi e dalle braccia dei nostri contadini emigranti è oggi fonte di lucrosi guadagni alle nostre Società di navigazione e rimunera ad usura i capitali impiegati nella fondazione delle colonie italiane.

 

 

La conquista di un mercato forestiero è una lotta a coltello fra le varie nazioni che si contendono la supremazia; pur troppo occorre notare che l’Italia non è riuscita finora a togliere lo scettro ai suoi competitori ed a guadagnare ai suoi prodotti quella stima che è necessaria per la loro larga diffusione. Non bisogna volere imporre ai clienti, specie forestieri per abitudini, razza, religione e costumi, le merci fabbricate per il consumo nostro interno, ma bisogna studiare invece le circostanze speciali dei vari mercati e produrre secondo i gusti del paese in cui vogliamo smerciare i prodotti delle nostre industrie. L’Inghilterra ha saputo crearsi una cosi larga e solida clientela per le suo cotonerie grazie alla meravigliosa organizzazione data al suo sistema manifatturiero. In esso predomina la divisione del lavoro condotta alla maggiore perfezione possibile; le fabbriche che producono i tessuti fini per i clienti europei ed americani non attendono ad altro; allo scopo di provvedere i tessuti a buon mercato per le popolazioni semicivili dell’India, dell’Asia e dell’Africa esistono stabilimenti giganteschi ove la lavorazione viene compiuta in proporzioni enormi, ed ove il costo di produzione viene ridotto al minimo possibile. Specializzazione ed accentramento; ecco le due molle del progresso industriale inglese ed il segreto della sua superiorità nei paesi del Levante[22].

 

 

L’Italia che ha nelle sue vallate alpine copiose forze di motrici naturali può rivaleggiare con i distretti del Lencashire, e seguitare quel movimento ascendente che fa sperare così bene della industria nazionale cotoniera.

 

 

Al buon prezzo occorre si accompagni l’abilità nello smercio; e nei paesi del Levante, ove più che alla buona qualità intrinseca si bada alla apparenza esterna, bisogna portare i nostri prodotti in guisa adatta a colpire; onde imballaggi buoni e senza risparmio perché le merci arrivino in buono stato pei tessuti; colori vivi e fiammeggianti graditi alla fantasia ed ai gusti degli orientali. Sovratutto gli industriali vadano essi stessi ad impratichirsi, dei gusti dei consumatori e mantengano attive e continuate relazioni coi commercianti del paese per mezzo di abili commessi viaggiatori. La Germania deve tutto ai suoi viaggiatori che con pazienza teutonica si sparpagliano nelle più lontane e piccole città per cercare di gettarvi il seme di una relazione commerciale che potrà essere nell’avvenire fonte di lucrosi guadagni. Colla conoscenza accurata e personale dei luoghi si eviteranno le sorprese dipendenti dalla mala fede frequente nei commercianti stranieri a cui si è costretti di affidare la propria rappresentanza, e si attenueranno i pericoli inerenti al sistema dei lunghi fidi necessari in quei paesi ove le transazioni commerciali non hanno ancora il carattere di puntualità e di sollecitudine che hanno assunto nell’Europa. Manca inoltre un valido e potentissimo aiuto nei nostri traffici coll’Oriente; voglio dire la esistenza di forti Case commissionarie che rendano inutile la costosa intermediazione straniera a cui dobbiamo ora ricorrere. Troppo spesso i commercianti anche ardimentosi si scoraggiano alle prime prove per le perdite subite, grazie alle avidità ed alla mala fede dei propri corrispondenti; inoltre i membri delle Case commissionarie forniti di larga cultura commerciale e pratici degli usi dei luoghi potrebbero fornire preziose indicazioni ai connazionali, promuovendo il sorgere di continuate relazioni colla madre patria; giova anche a questo proposito la istituzione degli agenti consolari e gioverà ancor più se, tesi più indipendenti e precisata la loro posizione rispetto al Governo, gli agenti potranno guadagnarsi quella larga fiducia che nei commerci è indispensabile[23].

 

 

A Genova spetta l’iniziativa di accentrare in sé tutto il movimento finanziario coll’Asia Minore e colla Siria; ed in genere dalle città marinare dovrebbe partire quel movimento nei traffici che darebbe nuova vita alle industrie dell’interno dell’Italia. Queste sono, delineate per sommi capi, le condizioni prime della espansione delle nostre relazioni commerciali e finanziarie coi paesi del Levante; e non è impossibile riuscire nell’intento quando si pensi a quello che l’operosità italiana ha saputo fare in un paese vicino, la reggenza di Tunisi, malgrado gli impedimenti frapposti dal sospettoso protettorato francese. Ivi la principale ferrovia che collega Tunisi con Goletta è stata costrutta con capitali italiani; ed italiano è l’elemento più ricco ed intraprendente della popolazione intiera. Non è meraviglia perciò che i nostri rapporti commerciali con Tunisi e Tripoli siano vivi ed operosi. La Compagnia di navigazione generale mantiene due servizi settimanali fra la Tunisia e l’Italia; e la nostra marineria tiene un alto posto sia per numero di navi che per tonnellaggio di fronte alle altre nazioni. Così nel 1894 entrarono nel porto di Tripoli 125 navi italiane, di cui 102 a vapore, con un tonnellaggio complessivo di 87,904 tonnellate, su un totale di 269,762 tonnellate, venendo subito dopo a noi la Francia con 83,022.

 

 

Le navi italiane entrate nei vari porti della reggenza di Tunisi furono 1667, della portata di 610,139 tonnellate di fronte ad un totale di 1,828,998 tonnellate, nelle quali hanno però larga parte le navi da guerra francesi. Le nostre esportazioni nelle due reggenze, dopo un lungo ristagno durato fino al 1580, si sono elevate, sorpassando le importazioni, a poco a poco da 2 milioni a 9 nel 1893, per ridiscendere, è vero, a 4 nel 1889, ma risalire subito dopo e fermarsi a 7 milioni nel 1594. All’incremento contribuirono in eguali proporzioni i vini, gli olii, i tessuti di cotone, la seta greggia ed i tessuti di seta, i mobili, le pietre da costruzione, i cementi, i marmi ed i fiammiferi. Mentre numerosi operai italiani trovano lavoro rimuneratore e copioso nei commerci, nelle industrie, nelle professioni liberali, i nostri connazionali hanno acquistato una importante posizione accresciuta dal fatto che una parte della proprietà fondiaria urbana e rustica si va accentrando nelle loro mani.

 

 

Anche l’Egitto ha sempre mantenute attive ed importanti relazioni commerciali con noi. Iniziata con 18 milioni nel 1573 la importazione da quel paese, cade a poco a poco fino al 1878, nel qual anno essa, giunge solamente a 9 milioni. La causa principale che ha prodotto questo regresso così sensibile si deve rintracciare nella diminuita produzione della seta in Egitto in causa delle malattie che in quel torno di tempo resero più difficile l’allevamento dei filugelli ed alla sostituzione del cotone fecondo in quel paese di così splendidi risultati. Aumentò invece l’importazione in Italia dei generi coloniali, droghe e del cotone che condussero negli anni 1879 e 1880 ad un enorme incremento del valore totale delle merci spedite dall’Egitto in Italia (31 e 26 milioni di lire rispettivamente). Si estendeva infatti allora la coltivazione della canna da zucchero e del cotone e su quei terreni dava risultati insperati. Dopo il 1850 si scende giù fino a 13 milioni nel 1581, a 12 nel 155, a 13 di nuovo nel 1553. È naturale però che scemassero i traffici commerciali in quelle annate di torbidi politici e di grave disorganizzazione sociale, che precedettero e susseguirono immediatamente la occupazione degli Inglesi avvenuta nel 1852. Dopo d’allora, salvo una brusca diminuzione nel 1856, perdurata per due anni di poi e dovuta al mancato o deficiente raccolto del cotone, l’andamento della importazione ci presenta un aspetto costante e relativamente buono, aggirandosi intorno ai 2 milioni. Su questi le cifre più cospicue ci sono offerte dal cotone greggio, fatto comprovante la cresciuta potenzialità produttiva della nostra industria cotoniera, e dallo zucchero coi 15 milioni. Le granaglie, che prima venivano copiose dalle pianure fecondate dalle acque magiche del Nilo, ora quasi più non hanno alcuna importanza; non potendo reggere alla concorrenza indiana ed americana, hanno ceduto il posto a coltivazioni industriali ben più proficue per i contadini ed i proprietari egiziani. Passando alle esportazioni nostre nell’Egitto, la somma totale di esse raggiungeva nel 1873 i 19 milioni di lire, di cui 10 milioni di chincaglierie, mercerie ed oggetti diversi, e 3 milioni di manufatti di seta. Una parto di questi oggetti non era veramente italiana, ma veniva mandata dai luoghi d’origine ai porti italiani, Genova e Livorno, donde la marineria nazionale a vela la trasportava poi nell’Egitto. Colla decadenza della nostra marineria e coi fieri colpi che la industria serica ebbe a subire in Italia decaddero anche i nostri commerci fino al 1878, nel qual anno ricomincia il movimento ascendente che raggiunge il suo punto più alto nel 1883 con 22 milioni.

 

 

Era il tempo in cui l’Italia agricola andava trasformandosi e dalla coltivazione estensiva dei cereali passava alla cultura intensiva della vite e degli olii; ancora non ci premeva la concorrenza spagnuola e le vigne francesi devastate dalla fillossera non potevano inondare i mercati forestieri dei loro vini fini e pregiati; e così la importazione dei vini e degli olii italiani saliva fino a 2,110,000 lire nel 1889. Risaliva pure la esportazione delle sete e manufatti di seta specialmente nel 1883 e 1884 per l’avvento dei nuovi dominatori inglesi; anche i mobili nostri toscani e lombardi trovavano liete accoglienze in quel tempo, in cui non esisteva ancora la concorrenza austriaca che in seguito pel maggiore buon mercato riescì a batterci, se non nelle classi più ricche, almeno in quelle medie che alla solidità badino punto o poco, bramose soltanto di spendere meno.

 

 

Dopo essere lentamente diminuita fino al 1886, si nota un leggero e costante miglioramento negli ultimi anni (10,604,000 lire nel 1894) grazie ai tenaci propositi di alcuni grandi viticultori che seppero, producendo in grandi quantità, dare la necessaria serbevolezza e costanza ai prodotti delle loro cantine, e grazie anche all’aumento nel benessere economico e sociale dell’Egitto il quale permise un incremento nella domanda dei nostri mobili e della carta prodotta dai nostri stabilimenti[24].

 

 

Nell’Egitto la colonia italiana per numero è la più numerosa dopo la greca assommando nel 3 maggio 1882, data dell’ultimo censimento, a 18,665, accentrati la maggior parte nelle grandi città come Alessandria, Porto Said, Suez. Il grosso della colonia qui come altrove è formato dall’elemento operaio avventizio attratto nella terra dei Faraoni dai grandi lavori di ricostruzione edilizia e stradale che susseguirono la inaugurazione del predominio inglese. Ma compiute le arterie stradali e dato termine ai maggiori lavori di navigazione, cominciò un periodo di crisi per i nostri operai, che dovettero cercare altrove, come nella vicina Massaua, un impiego alle proprie forze. Una prova limpida ed evidente di questo fatto ci è offerta dal seguente prospetto il quale ci dimostra come nel quinquennio 1887/91 le partenze abbiano preso il sopravvento sugli arrivi:

 

 

Quinquennio

1882/86

Arrivi

14,326

Partenze

12,832

Quinquennio

1887/91

Arrivi

7,723

Partenze

8,779.

 

Se gli operai e gli agricoltori hanno poche probabilità di migliorare le proprie condizioni nell’Egitto, non così per i professionisti, i commercianti e gli imprenditori. La occupazione inglese ha aperto una nuova era di benessere e di prosperità per questo paese che va rapidamente innalzandosi alla condizione ed alla dignità di grande nazione civile; e benché i posti della amministrazione superiore siano ora riservati a sudditi inglesi, anche i professionisti ed i commercianti di altre nazioni riescono ad acquistare splendide posizioni. È impossibile fare un calcolo della fortuna immobiliare rustica ed urbana appartenente ai nostri connazionali; ma specialmente nella città di Alessandria essa deve essere cospicua. I fondi appartenenti ad italiani presso la cassa di sconto e di risparmio, la posta, e la Banca Anglo Egiziana ammontano a 1,375,740 lire; e si deve notare che sono esclusi i depositi esistenti presso i due maggiori istituti del luogo, la Banca Ottomana ed il Credit Lyonnais, per cui non si sono potuti ottenere dati di sorta[25].

 

 

L’esempio dell’opera nostra nella Tunisia e nell’Egitto deve incoraggiare gli italiani ad acquistare la stessa importanza anche nei traffici commerciali coll’Asia Minore, infiltrandosi a poco a poco in tutti i rami della attività economica ed intellettuale dei paesi del Levante. A quest’opera solerte, industre e paziente è adatta la colonia italiana esistente nell’Asia Minore? E quali sono gli incoraggiamenti e gli aiuti dei quali la madre patria dovrebbe essere larga verso di essa per stimolarla all’opera benefica ed incoraggiarla a perseverarvi con tenacia e costanza?

 

 

La colonia italiana nel Levante è una delle più numerose venendo subito dopo quelle dei greci e dei persiani, che sotto un certo aspetto si possono quasi considerare indigene, e supera di gran lunga le colonie di tutti gli altri paesi europei. Ma alla importanza numerica non corrisponde l’importanza morale e materiale che derivano dalla ricchezza posseduta, dallo spirito tenace di nazionalità, e dalla coesione fra i vari elementi di cui è composta[26].

 

 

La maggior parte delle famiglie italiane residenti negli scali del Levante discende dagli sparsi nuclei che all’epoca gloriosa delle nostre città repubblicane si erano stabiliti in Levante per attendere alla mercatura; essi costituiscono quello che bene si può dire l’elemento dirigente delle colonie nostra, a cui fanno capo tutti i vari interessi commerciali fra l’Italia e le città dell’Asia Minore e della Siria. Le poche grandi Case commerciali e bancaria appartengono a questo antico strato di popolazione emigratovi prima della fine del secolo scorso, il quale, in virtù delle capitolazioni strette dai vari Stati italiani e conservata dopo la unificazione patria, conserva la nazionalità italiana. È molto difficile accertare quale sia la fortuna approssimativa delle nostre colonie di commercianti ad industriali; ad ogni modo la proprietà fondiaria è estremamente scarsa fra di essi; nulla prima del 1867 per la proibizione fatta agli stranieri di possedere beni fondiari su territorio ottomano, è andata a poco a poco aumentando dopo la promulgazione della legge 16 giugno 1867 colla quale fu data facoltà agli stranieri di godere del diritto di proprietà degli immobili urbani e rustici in tutta l’estensione dell’Impero ottomano ad eccezione della provincia di Hediaz: parò i loro beni anche adesso si limitano in gran parte al possesso di casa e di giardini nelle città litoranee e nelle loro vicinanze immediata; né la poca sicurezza delle campagne, i pregiudizi esistenti fra i fanatici mussulmani dell’interno permetterebbero per ora di dedicarsi, salvo in luoghi vicini alle ferrovie, a grandi speculazioni agrarie. La colonia italiana di Smirne, secondo i dati forniti dal console italiano nel 1892 sulla Daira Emlak o ufficio del Catasto, annovera nel suo seno 430 proprietari fondiari di cui 150 donne. Il valore stimato di tali proprietà è di piastre 9,800,000 pari a circa 2,254,000 lire italiane; ma il console crede di potere, senza temere di errare, asserire che il valore reale di esse supera almeno della metà questa cifra[27]; nel distretto di Gerusalemme un solo italiano possiede un fondo rustico che non rende l’interesse del capitale impiegato nell’acquisto; Beirut, Acri, Caifa, Damasco, Tripoli di Soria e Lattachia i possidenti italiani sono una ventina. Ad Aleppo le famiglie italiane possedenti beni rurali sono otto. Il valore approssimativo di detti fondi è da 150 a 900 mila lire. Maggiore è il numero di coloro che posseggono proprietà urbane. Se ne contano da 15 a 20 per un valore di circa un milione di lire. Come si vede non esiste un nucleo italiano che abbia saputo acquistare salda base nella proprietà specialmente delle campagne. Tutta l’attività di quella che ben puossi chiamare la parte dirigente della colonia italiana si concentra nel commercio. Sono commercianti non solo i discendenti delle antiche famiglie genovesi e veneziane da lunga data stabilite nel Levante, ma anche i figli di operosi ed intraprendenti israeliti livornesi venuti per ragione di traffici a fondare degli stabilimenti commerciali quando Livorno era diventato, nella prima metà del nostro secolo, come abbiamo visto più su, quasi l’emporio del commercio nel Mediterraneo orientale.

 

 

Non esistono però veri e propri Istituti di credito italiani. Solamente a Smirne, dove per la regolari e dirette comunicazioni con l’Italia la corrente dagli affari è maggiormente continua e vivace, alcune Ditte italiane, unitamente al loro commercio, si danno ad operazioni di Banca, a di questa si occupano più particolarmente, a detta dal nostro console, la ditte Fratelli Mainetti, G. Marcopoli e figlio, Giudici Caraman, Mainatti a C. Quest’ultima è costituita sotto forma di una Società in accomandita per azioni, con un capitale versato di lira italiane 180,000, e si occupa quasi esclusivamente di affari bancari.

 

 

Un’altra parte dalla popolazione italiana nel Levante è costituita da piccoli commercianti, artigiani, bottegai, commessi, professionisti, stabiliti anch’essi da più o meno lungo tempo in quei paesi, originari per lo più del mezzogiorno, legati da mille aderenza e relazioni di affari con la classe superiore, alla quale forniscono l’elemento rinnovatore e vivificatore.

 

 

Una vera emigrazione dall’Italia nell’Asia Minore e nella Siria attualmente non esiste; le varie ferrovie iniziatesi, i lavori di sistemazione dei porti attirarono un certo numero di operai e di terrazzieri italiani, pregiati per i loro pochi bisogni, per la loro tenacia al lavoro e la loro indole tranquilla. Dove è inefficace l’opera dei degradati operai indigeni, gli italiani trovano lavoro rimuneratore per essi e per gli imprenditori, i quali volentieri pagano un salario maggiore, certi di avvantaggiarsene ancora. Nelle miniere di antimonio si impiegano quasi esclusivamente operai italiani, anzi il piccolo villaggio di Giulikarà è formato per tre quarti di essi.

 

 

Costituiscono però questi operai e manovali un elemento nomade troppo poco stabile, che si accresce all’inizio dei grandi lavori per scomparire subito quando ne è cessato il bisogno. Nelle città dove sono in gran numero essi insieme cogli artigiani, bottegai e colla popolazione indigena costituiscono l’elemento che frequenta le scuole create dal Governo italiano nelle più importanti città dell’Anatolia e della Siria. Le scuole italiane e le Società di beneficenza create dal nostro Governo a tenute su dall’opera amorosa dei consoli e degli insegnanti italiani operano molto bene e servono a rinsaldare i vincoli di amore fra la madre patria e le classi medie e povere delle colonie, ed a divulgare la lingua d’Italia fra le popolazioni indigene.

 

 

Purtroppo però è doloroso il dovere constatare che il ceto dirigente della colonia d’italiano conserva bensì la nazionalità ed il ricordo dell’origine antica, ma non il sentimento profondo ed intimo e l’affetto tenace. La Francia ha saputo attrarre a sé cogli stabilimenti di educazione e d’istruzione religiosa e laica gli elementi migliori dalla nazionalità nostra; e la lingua italiana che ancora 30 o 40 anni fa era conosciuta e comunemente usata dai commercianti levantini, ora è stata quasi del tutto dimenticata; solo i vecchi la ricordano mentre i figli educati nelle scuole secondarie, commerciali e superiori francesi, imbevuti di sentimenti antitaliani hanno adottato nell’uso comune la lingua francese.

 

 

Purtroppo le condizioni critiche nelle quali si dibatte il bilancio italiano non consentono che si istituiscono scuole superiori tali da poter reggere al paragone con quelle magnifiche americane, inglesi, francesi ed anche russe.

 

 

Gioverebbe che il Governo italiano concentrasse tutti i suoi sforzi nel sorreggere gli istituti di educazione elementare a media nelle grandi città, e cercasse colla bontà degli insegnamenti di contrapporsi vittoriosamente alla invadente propaganda francese nel seno delle nostre colonie stesse più numerose e fiorenti. D’altro canto però è bene non dimenticarsi che esistono sparsa in tutto l’Oriente scuole fondata da missionari italiani, e specialmente da Francescani, per merito delle quali la lingua nostra, nella prima metà del nostro secolo, era diventata diffusissima ed era adoperata nelle relazioni ufficiali del Governo indigeno coi residenti europei. Ora tutta questa larga opera di propaganda a favore della lingua e della nazionalità italiana è venuta in parte meno ; raddoppiata l’attività delle varie Società private francesi, riconosciuto nel Congresso di Berlino il protettorato della Francia sui missionari cattolici nell’Oriente, sospesi i sussidi dati dal Governo nostro alle scuole religiose, i cui insegnanti non si togliessero da un protettorato straniero ad ostile ai sentimenti italiani, molte di quelle scuole dovettero chiudersi o vegetano miseramente, con grave jattura dell’idea nazionale nei paesi dell’Oriente. Molto bene ha fatto in favore delle scuole nostre all’estero l’associazione nazionale per soccorrere i missionari cattolici italiani, e dell’operosità sua larga e benefica formano bella testimonianza le scuole da essa dirette e fondate con intendimenti schiettamente italiani e nazionali a Fayum, a Beni Suef, a Luqsor, ad Assiut, ad Asmara, ad Assab, al Cairo, a Rodi e a Benghasi. Ma occorre fare più ancora; occorre moltiplicare le scuola italiane non solo nelle città litoranee, ma anche nell’interno, dove italiani non sono e dove l’insegnamento deve dirozzare le menti degli indigeni ed attaccarli coi legami della cultura e dell’affetto ai nostri paesi; ed a tanto non può arrivare l’opera di un’Associazione privata. Ora a questo intento indubitato che giovano più le scuole religiose che non le laiche. Queste hanno largo campo aperto all’opera loro nelle grandi città, a Smirne, a Costantinopoli, a Tunisi, ad Alessandria, dove più folto si accalca l’elemento italiano di nascita e dove trattasi solamente di conservare e di rinsaldare nei nostri connazionali l’amore alla terra natia. Nelle città piccole, invece, nei luoghi dell’interno, dove l’elemento italiano scarso, e dove pure urge di far penetrare, antesignana dei prodotti nostri, la cultura italiana, sono molto più utili ed infinitamente meno costosi i tempi sussidi concessi alle scuole rette da missionari Francescani. “L’Italia deve a quest’Ordine dei Francescani (leggesi a p. 180 della Relazione Cairoli del 1880) l’influenza ed il prestigio di cui gode ancora in molte regioni del Levante… In ragione dei meriti che quest’Ordine ha verso la civiltà e verso l’Italia, dei servigi che rende e che potrà rendere, dei sentimenti politici corretti che la più gran parte dei religiosi che lo compongono nutrono nell’animo, conviene, a parere di chi scrive, proteggerlo, aiutarlo, e fare in modo che conservi il carattere italiano che lo distingue. Ciò che la Francia ha fatto per gli Ordini più specialmente francesi – Gesuiti, Lazzariti, Fratelli delle scuole cristiane divenuti nelle sue mani veri instrumenta regni, il vero senso politico, quello che pone il vantaggio nazionale a capo di ogni pensiero, che fa convergere a quello scopo supremo tutte le forze del paese, senza trascurarne, senza disprezzarne alcuna, il vero senso politico ci consiglia di farlo per l’Ordine Francescano”[28] (12).

 

 

Largo è dunque il campo aperto alla operosità ed all’intraprendenza degli Italiani, se questi sapranno sfruttare efficacemente le condizioni propizie esistenti allo svolgersi ed al prosperare dei commerci nel Levante.

 

 

All’iniziativa privata spetta il compito più grave; i nostri industriali debbono fare da sé, senza aspettare i sussidi e gli incoraggiamenti ufficiali; la presenza dei loro viaggiatori commerciali ed il basso prezzo della merci da loro offerte varranno più dei rapporti consolari e dei campionari inviati ai Musei di Torino e di Milano. Il necessario che una grande Società di navigazione instauri, fiduciosa nell’avvenire ed intrepida contro gli insuccessi inevitabili del primo momento, comunicazioni dirette fra l’Italia ed i numerosi porti dell’Anatolia e della Siria, ove la bandiera nostra è ignota; e l’avvenire non potrà a meno di ricompensare degnamente coloro che oseranno fondare alcune forti Case commissionarie nelle piazze del Levante, allo scopo di sottrarre i rapporti commerciali al dominio assoluto dei forestieri e degli indigeni. Ma non meno importanti sono i doveri del Governo in questi anni di torbidi nell’Impero turco; a lui spetta l’obbligo di far rispettare il nome d’Italia in quegli scali, diffondere con istituti d’istruzione la nostra lingua e la nostra cultura; ed aiutare con numerosi e tenui sussidi le scuole fondate con carattere italiano dai missionari nostri nelle regioni dell’Oriente. I lieti, sebbene scarsi, indizi di un incremento nei rapporti fra l’Italia ed il Levante ci fanno sperare che all’opera ardua non saranno impari le forze dei privati e del Governo.

 



[1] L’avv. Alberto Geisser di Torino, socio patrono del Laboratorio di Economia Politica, mise a disposizione del Direttore del medesimo Lire duecento, esprimendo il desiderio che una parte della somma fosse assegnata a quel socio od allievo che in apposita monografia avrebbe trattato delle relazioni etniche ed economiche dell’Italia col Levante. La monografia fu presentata e letta in Laboratorio dal socio residente dott. Luigi Einaudi, e per unanime consenso dalla direzione, del patrono proponente o dei soci e allievi che ne udirono la lettura, fu assegnata all’autore la somma di lire cento. È un lavoro che ai lettori della Riforma Sociale tornerà certo gradito, e al quale le circostanze presenti danno una speciale importanza.

[2] The Economist, 19 ottobre 1895, pag. 1363.

[3] F. Rougon, Smyrae. Situation commerciale et economique des Vilayets l’Aidin de Konieh, et des iles. Paris, Barger Levroult, 1892, pag. 182.

[4] Per maggiori particolari vedasi il citato libro del Rougon, chapitre VIII: Regime de la proprieté fonciere

[5] La ferrovia Smirne Cassaba, lunga 266 chilometri, è stata ora comprata per 36 milioni di lire da una compagnia belga francese.

[6] W. Heid, Histoire du Commerce du Levant au Moyen Age, Leipzig, 1886, vol. II, pag. 552. Invece del Teldi andò inviato al sultano Bernardino Giova; il suggerimento fu cancellato per pentimento del Consiglio dei Dieci. Vedi su tutta questa questione Archivio Veneto, vol. II, p. 174. R. Fulin, Il canale di Suez e la Repubblica Veneta.

[7] Id. pag. 709, II.

[8] W. Heid, citato pag. 707.

[9] S. Cognetti De Martiis, Cenno storico sulla industria italiana, p. 15/16.

[10] Augusto Forti, La Tunisia ed il suo commercio. Torino, 1886.

[11] Cenni sul commercio e sulla navigazione dell’antica reggenza di Tripoli. Bollettino Consolare, 1861, pag. 379 e segg.

[12] Bollettino consolare, 1868, pag. 81.

[13] Per le cause della decadenza della marina a vela confronta la Inchiesta sulla marina mercantile, ed il prezioso saggio di C. Supino, La navigazione dal punto di vista economico, pag. 42/48.

[14] Second Report on the depression of trade. Appendix, Part. II, pag. 353

[15] Loreto Pasqualucci, Nuovo Annuario dell’Industria e del Commercio.

Roma, 1895, pag. 166. Utilissima pubblicazione che merita larga diffusione nel ceto dei commercianti e degli industriali e può riuscire di valido aiuto all’espandersi dei nostri traffici.

[16] Delle statistiche pubbliche nel Movimento Commerciale si hanno i seguenti dati che dimostrano un notevole risveglio nelle nostre esportazioni nel 1984.

[17] Commercio e navigazione nei porti di Trebisonda, Kerasonda e Samsun nel 1894. “Bollettino di notizie commerciali”, pag. 584.

[18] L. Pavia, Interessi italiani nel Levante, “Pensiero Italiano”, 1893, vol. VII, pag. 332.

[19] C. Supino, La Navigazione dal punto di vista economico, pag. 109.

[20] Journal des Economistes, ottobre 1893, pag. 87. Azarian, La question des chemins de fer dans la Turquie d’Asie.

[21] Pensiero italiano, 7/464.

[22] Schulze Gaeverniz, The cotton trade in England and on the Continent, cap. III, par. 1: Organisation and division of labour in the industry, p. 65.

[23] Monzilli, Studi di politica commerciale, parte II, cap. V – VIII; T.A., Di alcune istruzioni per accrescere i traffici internazionali in “Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie”, dicembre 1895, p. 524.

[24] Lord Cromer, England in Egypte; W. Stuart, Progress of reorganization in Egypt since the British occupation in 1882, London, 1895.

[25] Emigrazione e colonie. Rapporto dell’avv. G. Chiostri da Alessandria d’Egitto (nov. 1892), p. 580.

[26] Dal Censimento degli italiani all’estero del dicembre 1881 togliamo le seguenti cifre che indicano in cifre assolute e relative la popolazione italiana nella Turchia Asiatica in quell’epoca distinta per professioni e condizioni: Produzione agricola 136 = 3.9%; produzione industriale 254 = 7.2%; trasporti per terra 16 = 0.5%; per acqua 212 = 6.1%; commercio 453 = 12.9%; professioni liberali, istruzione, impieghi pubblici 137 = 3.9%; proprietà e capitale 62 = 1.8%; domesticità 17 = 0.5%; famiglia 1947 = 55.5%; culto 229 = 6.5%; mestieri girovaghi 27 = 0.8%; detenuti 27 = 0.8%; di altre professioni o condizioni 10 = 0.3%; Totale 3505. Da un quadro a pag. 28 dalle Tavole nello stesso volume rileva come gli Italiani nella Turchia Asiatica erano in tutto 5622 divisi così: Aleppo 451, Beirut 411; Damasco 23; Palestina 156; Arabia 5; Anatolia 2000; Armenia e coste asiatiche del Mar Nero 139. La differenza fra i due totali si spiega notando che non tutti gli Italiani interrogati hanno dichiarato la loro professione.

[27] Emigrazione e colonie. Rapporti dei regi agenti diplomatici e consolari. Roma 1893, pag. 546.

[28] Veggasi il Bollettino pubblicato a Firenze per cura del Comitato centrale dell’Associazione nazionale per soccorrere i missionari cattolici italiani. – E. Schiaparelli, Gli interessi italiani in Oriente e l’opera dei missionari. – “Rassegna Nazionale”, vol. XLI. – Senatore F. Lampertico, Indole e scopo dell’Associazione… in relazione alle condizioni presenti ed avvenire dell’Italia. Idem, vol. XXXVI.

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