Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Gli scioperi del Biellese

«La Stampa», 20, 22[1], 25[2], 27[3] settembre e 6[4] ottobre 1897

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 40-62

Scritti economici storici e civili, Mondadori, Milano, 1983, pp. 779-805

 

 

 

 

I

 

Coggiola (Biella), 17

 

 

In viaggio da Biella per Valle Mosso, alcuni operai, un muratore, un falegname mi raccontano dello sciopero della Val Sessera: «Da noi tutti son socialisti. Dopo Crispi, dopo la battaglia d’Adua gli operai si sono schierati tutti nel partito socialista. Vogliamo le otto ore; per ora ci accontentiamo di meno; ma è solo un’inezia; finita la lotta sull’orario, si comincia quella sulle paghe. Con due lire al giorno i meglio pagati, con 8 soldi i ragazzi siamo sempre in debiti: polenta e formaggio e vino niente».

 

 

In quanto al vino però sarebbe interessante fare una statistica delle numerose cantine. A Valle Mosso, ieri, 16, una cinquantina di ragazzi e ragazze attaccafili si sono rifiutati ad entrare in fabbrica; volevano i salari cresciuti da 12 a 25 soldi al giorno; hanno percorso il paese in fila serrata, a quattro a quattro, le ragazze in testa, ed i ragazzi dopo, cantando l’inno dei lavoratori, e gridando: «Viva il nostro deputato, viva Rondani!». In una fabbrica si è già venuto ad un accomodamento, in un’altra si è ancora in trattative.

 

 

Nella Val Mosso e nella Val Ponzone si lavora: lo sciopero, ad eccezione degli attaccafili di Valle Mosso, è ristretto alla Val Sessera; a cominciare dal ponte provinciale a Pianceri, tutti gli stabilimenti sono chiusi. Un solo stabilimento piccolo, con 15 telai, continua a lavorare per circostanze speciali; negli altri lavorano ancora gli operai giornalieri, i sorveglianti per ultimare la fabbricazione in corso e per le riparazioni alle macchine ed agli edifici.

 

 

Gli operai della Val Sessera sono circa 2500; di questi 800 son tessitori e scioperano unanimi e solidali; 1000 sono operai addetti alla filatura, alla tintoria, all’asciugamento, a cui il lavoro è venuto a mancare in causa dello sciopero dei tessitori. Forse 700 lavorano ancora, ma anche di questi il numero va gradatamente scemando per la mancanza progressiva di lavoro. Coggiola è il centro del movimento operaio; ogni giorno vi è adunanza della lega di resistenza; e si scambiano le trattative fra gli operai e la lega degli industriali, ora direttamente ed ora per mezzo del delegato di pubblica sicurezza. Sessanta soldati con un tenente ed un sottotenente vegliano al mantenimento dell’ordine pubblico. Il paese, eccetto in alcuni momenti, sembra però deserto; era molto più animato prima dello sciopero.

 

 

Gli operai di sera affollavano i luoghi di ritrovo. Ora cominciano a stringersi i fianchi. L’ultima quindicina è stata pagata pochi giorni fa; cosicché per un po’ di tempo gli operai possono campare sulle risorse del passato. I fondi della lega non devono essere gran cosa. La lega di resistenza fra tessitori e tessitrici del Biellese è stata costituita il 9 maggio di quest’anno. I soci pagano 50 centesimi alla settimana in caso di sciopero in una delle fabbriche per aiutare i compagni di lavoro; in tempo di quiete 50 centesimi al mese. La lega è dunque troppo giovane perché possa vantare una cassa ben fornita. E la cassa è già stata vuotata altre volte negli scioperi parziali dello stabilimento Bozzalla e dello stabilimento Cerino-Zegna, avvenuti alcuni mesi fa.

 

 

Ora la tattica antica è stata mutata; non più la lotta contro le fabbriche isolate per questioni singole, durante la quale gli operai lavoranti potevano soccorrere gli operai inattivi; ma la guerra contro tutte le fabbriche insieme. Gli industriali, del resto, hanno parata la tattica degli attacchi parziali, fermando contemporaneamente tutti i telai e stringendosi in lega di resistenza contro gli operai. È un fatto naturale che si ripete con meravigliosa esattezza in tutti i paesi dove la lotta fra capitale e lavoro ha assunto un carattere generale.

 

 

Ora l’origine dello sciopero si ha nella domanda di modificazione d’orario. Interrogo alcuni capi operai i quali gentilmente mi danno informazioni: «Prima dello sciopero, scoppiato quindici giorni fa, noi lavoravamo da 12 a 16 ore al giorno; alcuni, che venivano da lontano, per vie difficili di montagna, rimanevano lontano da casa perfino 16, 17 ore. Rimanevano solo più 8 o 9 ore al giorno per riposarci e prendere i nostri pasti. Alla domenica i tessitori fermano i telai ma gli altri giornalieri spesso continuano a lavorare in alcune fabbriche fino a mezzogiorno. Noi abbiamo chiesto un orario di dieci ore di permanenza nella fabbrica e di lavoro: ad esempio nei mesi di settembre e di marzo noi abbiamo chiesto nel nostro memoriale ai capitalisti (non dicono più padroni; il frasario della propaganda socialista è di uso corrente) di lavorare dalle 6,30 alle 12 antimeridiane e dalle 1,15 alle 5,45 pomeridiane senza interruzione. I proprietari hanno accettato l’orario di dieci ore di lavoro; ma vogliono che nella fabbrica si permanga 11 ore, con due mezz’ore di riposo per la colazione e per la merenda. L’orario sarebbe così dal settembre al marzo: dalle 6,30 alle 11,45 antimeridiane, con mezz’ora di riposo dalle 8 alle 8,30, e dalle 1,15 alle 7, con mezz’ora di riposo dalle 4,30 alle 5. Ci siamo abboccati una volta cogli industriali, ma questi, che avevano ceduto subito sulla questione dell’orario, non hanno voluto concederci di far senza della colazione e della merenda in fabbrica, a cui volevamo rinunciare. Finalmente la questione si era ridotta tutta ad una differenza di un quarto d’ora. Gli industriali avevano concesso l’uscita serale alle 6,30 invece delle 7, ma per guadagnare la mezz’ora perduta, diminuivano di un quarto d’ora la merenda, e facevano cominciare il lavoro un quarto d’ora prima. Su questo punto non abbiamo voluto cedere».

 

 

«Ma perché non avete accondisceso alle proposte degli industriali?» domando. «Avevate già ottenuta subito una notevole diminuzione di permanenza in fabbrica, da 13 ad 11 ore; sembra cosa da disprezzarsi?». «Gli industriali durante le trattative ci aveano chiesto se noi avremmo in caso di urgenza di forti ordinazioni fatto qualche lavoro supplementare. Dopo che noi generosamente abbiamo detto di non voler guardare pel sottile per otto giorni od anche per due o tre settimane, essi non vollero abbandonare quell’ultimo quarto d’ora». La ragione non ha davvero molto peso; si tratta di questioni separate, da trattarsi disgiuntamente.

 

 

La realtà si è che gli operai sono meravigliosamente organizzati e solidali. «Siamo operai coscienti dei nostri diritti» afferma uno con occhi sfavillanti in cui è entrata la fede in un programma nuovo «siamo operai onesti che vogliamo regolare le condizioni del nostro lavoro in modo equo ed umano». E nella spiegazione delle vertenze coi padroni sull’orario si sente un linguaggio che contrasta colle attitudini quasi tradizionali di questi operai. Non si dice: Gli industriali volevano che il lavoro durasse mezz’ora di più,  ma: Gli industriali volevano sfruttare una mezz’ora di più.

 

 

E si sente che gli operai, od almeno alcuni capi, credono che la fabbrica l’hanno fatta loro. Il collettivismo non è ancora però diventato l’espropriazione degli sfruttatori da parte di coloro che hanno soli creata la ricchezza. «Noi compreremo le fabbriche in contanti e le eserciteremo per conto della società». Tutto ciò ancora avvolto in una oscura nebulosa; sentono che adesso non è ancora sonata l’ora della rigenerazione e si accontentano di ottenere un minor orario e di affermarsi. Sovratutto affermarsi, e qui i miei discorsi cogli operai cambiano tono ed entrano nella politica.

 

 

Le risposte sono solo più a monosillabi. Quegli stessi operai che prima discorrevano abbondantemente del modo con cui vivevano, del loro orario, diventano sibillini e muti. Ed è qui, non nelle questioni di orario, in cui è facile accordarsi, che sta se non il perno delle lotte, almeno il germe dell’astio insolito che ora divide in due campi opposti padroni ed operai. Al disotto della calma profonda in cui vive la zona, e dalla quale con quasi assoluta certezza non si uscirà per l’indole tranquilla della popolazione e per gli incitamenti dello stesso partito socialista, cova un fermento mal represso. Gli animi sono eccitati contro la chiusura di otto esercizi pubblici, dove convenivano i socialisti. Oggi, in pieno consiglio comunale, sette consiglieri presentano un memoriale contro l’operato dell’autorità politica, dove si biasima il sindaco perché quale primo magistrato del comune non ha impedito i soprusi e le illegalità dell’autorità centrale, e si invita il prefetto di Novara a dichiarare per quali articoli di legge la chiusura degli esercizi fu effettuata, oppure a riaprirli subito. E malgrado che un telegramma del sottoprefetto ordinasse al sindaco di togliere questo argomento dall’ordine del giorno, il consiglio, presenti 11 consiglieri su 20, di cui tre tessitori, gli altri osti, proprietari contadini, piccoli commercianti e bottegai, mugnai, fabbri, unanime vota la mozione ed il biasimo al sindaco. Segno di un profondo mutamento nello spirito delle masse.

 

 

All’ultima ora sento che gli operai andranno lunedì a vuotare i telai, ossia a finire quelle pezze di panno che erano state al momento dello sciopero lasciate incompiute. Era loro dovere.

 

 

II

 

Coggiola, 19 settembre

Ho parlato con parecchi industriali cercando di formarmi una idea esatta della situazione. Non tutti raccontano la medesima storia, ma questa varia nei suoi caratteri fondamentali.

 

 

Ecco quanto ho potuto raccogliere:

 

 

L’industria laniera del Biellese da alcuni anni attraversa tempi se non difficili almeno non più così prosperi come una volta. C’era stato un momento di rinnovata attività al tempo dell’aggio alto; questo agiva come un aumento di dazio protettivo ed impediva la importazione dei tessuti esteri. Allora i telai battevano continuamente; i prezzi erano rimuneratori, i fabbricanti fecero profitti e gli operai ottennero maggiori salari.

 

 

Salvo questo momento di floridezza, la industria della Val Sessera si può dire abbia attraversato un periodo di morta nel 1893-94-95. Le crisi imperversanti nell’Italia, le fallanze agricole si ripercossero sull’industria laniera. Si consumavano meno vestiti nuovi e si facevano durare più lungo tempo quelli già usati. Per conseguenza i telai battevano solo la metà del tempo; quattro, cinque giorni alla settimana in alcuni mesi; ed anche quando la fabbrica era sempre aperta, non tutti gli operai erano occupati. Qui la disoccupazione si manifesta in un modo peculiare. Non si getta un terzo, la metà degli operai sul lastrico, occupando di continuo gli altri, ed obbligando alcuni ad emigrar altrove per cercare lavoro; ma tra una pezza e l’altra si fa passare un tempo più o meno lungo, cosicché mentre alcuni operai lavorano, gli altri rimangono a casa.

 

 

Così gli operai sono tutti saltuariamente occupati per turno; la disoccupazione e la crisi industriale si manifesta col decremento del numero medio dei giorni in cui gli operai lavorano e non coll’aumento degli operai del tutto oziosi. Del resto gli operai stessi non permetterebbero che alcuni soli fossero in tempo di morta occupati e gli altri licenziati.

 

 

Dal periodo di crisi l’industria tessile non è ancora del tutto uscita; un grande stabilimento non lavora il sabato dopo pranzo per non accumulare fondi di magazzino. Si può affermare però che un qualche risveglio nella Val Sessera si è manifestato nelle ultime campagne. Le ordinazioni sono venute più abbondanti e si sperava in una prospera nuova stagione, quando è scoppiato lo sciopero. Gli operai hanno abbandonato il lavoro senza finire le pezze incominciate. Adesso hanno acconsentito a vuotare i telai; ma il fatto ha prodotto una triste impressione sugli industriali, perché dinota la rottura di un’antica consuetudine che ambe le parti avevano sempre osservata.

 

 

Il momento poi è stato scelto dagli operai molto inavvedutamente, secondo gli industriali. La stessa lega di resistenza e qualche influente capo socialista hanno dovuto riconoscerlo. A questo proposito sono necessarie alcune spiegazioni sulle consuetudini commerciali dell’industria laniera. L’anno si divide in due stagioni, d’inverno e d’estate. Nell’inverno si fa la campagna d’estate e nell’estate quella d’inverno. Entro settembre, ad esempio, i fabbricanti finiscono il campionario d’estate e vanno in giro essi stessi o mandano i loro viaggiatori dai grossisti coi cosidetti campioni piccoli, sui quali i grossisti scelgono i numeri che presumibilmente sembra possano incontrare il gusto del pubblico.

 

 

Una volta i grossisti facevano subito le ordinazioni ed i fabbricanti si potevano mettere al lavoro; ora invece si fanno per ottobre e novembre i campioni grandi, che i grossisti distribuiscono ai dettaglianti e su cui si ricevono le ordinazioni definitive a novembre dicembre. Questo è uno dei guai maggiori nell’industria laniera. I campioni piccoli, e più quelli grandi, costano un’enormità; mi si citano delle fabbriche dove si spendono da 30 a 100 mila lire senza alcun compenso. Perché i campioni piccoli e grandi vengono distribuiti gratis ai grossisti, alcuni dei quali di sottomano se ne fanno delle collezioni per rivenderli, od anche per ottenerne imitazioni a buon mercato. È questa però una consuetudine radicata, difficile a togliersi, a meno di fare il dettaglio, cosa impossibile per i fabbricanti, che non possono mantenere un esercito di viaggiatori e non vogliono far concorrenza ai grossisti.

 

 

Lo sciopero è scoppiato quando in alcune fabbriche si era già ultimato il campionario piccolo e si stava per uscire, ed in altre se ne era già iniziata la preparazione. Ora tutto è sospeso. Se il lavoro non viene ripreso, i fabbricanti non usciranno col campionario piccolo, le ordinazioni non verranno e per sei mesi le fabbriche rimarranno ferme. Gli industriali ci rimetteranno le spese generali, il costo del campionario, ma non dovranno subire le multe per inadempiute commissioni. Perderanno sovratutto gli operai, ridotti all’ozio per sei mesi, con risorse diminuenti progressivamente, nell’impossibilità di trovare lavoro sulla terra ingratissima.

 

 

Allora dovranno emigrare e rimpiangeranno i giorni in cui i telai battevano. Non solo emigreranno gli operai, ma emigrerà l’industria. Già alcuni industriali hanno manifestato l’intenzione di trasportare altrove una parte dei loro telai, nell’agro torinese, in Lombardia, dove la mano d’opera, se non altrettanto sperimentata, è meno costosa e più docile. Si ripeterà quello che è accaduto già per l’industria dei cappelli, una volta fiorente nel Biellese ed ora, per le pretese eccessive degli operai, successivamente trasportata ad Intra e poi a Monza. Sarebbe la rovina ultima delle valli, dove l’agricoltura non offre assolutamente alcuna risorsa. Non solo si è scelto male il momento, ma si è errato eziandio nella scelta del pretesto dello sciopero. Gli scioperi precedenti erano stati diretti contro industriali singoli.

 

 

Gli operai degli stabilimenti attivi potevano sussidiare gli scioperanti e protrarre l’inazione per lungo tempo.

 

 

Ora accade qualcosa di simile, perché i tessitori di Valle Mosso, di Val Ponzone, di Biella aiutano i compagni di Val Sessera. Ma non è così facile aiutare 2000 persone, come 350, ed il momento della resa dovrà venire presto.

 

 

Alle domande degli operai chiedenti un orario di dieci ore, gli industriali risposero accettando le dieci ore, ma intercalandovi due mezz’ore per la colazione e la merenda, dimodoché la permanenza in fabbrica era di undici ore.

 

 

Gli operai pretendevano di poterne fare senza, ma gli industriali temevano che i due riposi si sarebbero a poco a poco reintrodotti, riducendo la giornata di lavoro a nove ore. E se essi accettavano la giornata di dieci ore di lavoro effettivo, perché sapevano che l’operaio produce tanto in dieci ore quanto in undici stancandosi meno e lavorando più attentamente ed intensamente, non avevano la medesima certezza quanto all’orario di nove ore. Gli operai potevano, ma non vollero, accettare l’orario modificato. E qui ebbero torto, tanto più che la differenza si era ridotta a poca cosa nelle trattative, come ho già detto dianzi.

 

 

La lega di resistenza degli industriali decise di resistere ad oltranza, anche a costo di sospendere le fabbriche per sei mesi, non tanto per la questione dell’orario quanto per quella delle paghe e del regolamento interno. Per ora non si è parlato di aumenti nel salario, ma gli industriali hanno ragione di credere che se essi cedono sull’orario, poco dopo si sciopererà nuovamente per ottenere un aumento nei salari. E questo sarebbe incomportabile all’industria laniera biellese.

 

 

I tessitori della Val Mosso e della Val Sessera sono i meglio pagati del Biellese, e quelli del Biellese godono i salari più alti d’Italia. È vero che i biellesi sono più abili (da più secoli addestrati alla tessitura), è vero che esiste una maestranza numerosa e adatta ai varii generi di lavoro, ma non si può negare che quando i fabbricanti vicino a Torino, del Veneto, della Toscana pagano 8, 10 centesimi per ogni mille mandate invece di 14, 16, 18 come a Val Mosso od a Coggiola, quelli possono vincere più facilmente i loro rivali sul mercato. Mentre nel Veneto i tessitori si contentano di lire 1,50 al giorno, nel Biellese guadagnano da 2,25 a 3 lire; ed in una fabbrica nel mese scorso ebbero in media un salario per giornata di lavoro di 3,42 al giorno. Del resto gli industriali non sarebbero avversi ad un aumento nei salari, purché questo avvenisse contemporaneamente in tutta Italia. Ciò è però molto difficile!

 

 

All’epoca dello sciopero del 1889 fu concordata fra industriali e tessitori una lista uniforme di tariffe. Per un po’ fu osservata. Ma a poco a poco cominciarono alcuni industriali piccoli ad abbassare la tariffa di un centesimo per volta, ponendo agli operai l’alternativa di accettare i nuovi patti o di chiudere. Cosi si è ritornati al caos antico, e ne soffrono gli industriali che hanno osservato l’accordo. Perché gli operai non dirigono i loro sforzi specialmente contro gli industriali che danno salari più bassi della media?

 

 

La lega degli industriali vuole tener duro non solo per opporsi ad un aumento futuro dei salari, ma anche per mettere argine alle intrusioni della lega di resistenza nella disciplina interna degli stabilimenti. Gli industriali non possono oramai licenziare un operaio senza che gli altri abbandonino il lavoro. A Biella, alla fabbrica Squindo, 90 fonditori hanno scioperato in seguito al licenziamento di due loro compagni. Non è possibile nemmeno redarguire gli operai per lavoro mal fatto e per altre cause senza il beneplacito della lega. Con tutto questo gli industriali sono decisi a farla finita. «Vogliamo» dicono essi «essere padroni a casa nostra; non vogliamo essere coartati nella nostra libertà di assumere e licenziare operai da una lega misteriosa ed occulta. I direttori di fabbrica, i capi su cui pesa la responsabilità della buona o cattiva fortuna degli stabilimenti siamo noi; e non vogliamo essere obbligati a tener elementi turbolenti od a noi invisi. Siamo magari pronti a concedere loro anche due, tre, quattro settimane di preavviso, ma vogliamo poter licenziare chi non ci piace».

III

 

Da tre giorni mi sembra di fare uno strano sogno. Mentre viaggio nelle valli industriali del Biellese, e contemplo le fabbriche grandi e piccole inseguirsi lungo il fondo della vallata, ed ascolto i discorsi degli industriali e degli operai, in cui si mescola all’attrito sprizzante dalla nuovissima propaganda socialista il ricordo di un periodo patriarcale non ancora trascorso nelle relazioni fra i varii compartecipanti al prodotto dell’industria, ritornano dinanzi alla mente mia di studioso di cose economiche, le pagine narranti altre lotte, altre propagande nel paese che primo si è slanciato nella vita industriale, dissolvendo le antiche forme economiche ed instaurando sulle loro rovine quella organizzazione industriale che oggi impera incontrastata. L’industria laniera del Biellese attraversa ora un periodo molto simile a quello che si svolse intorno al 1830-40 nell’Inghilterra, e più specialmente nel paese del cotone, il Lancashire. Biella è stata detta la Manchester d’Italia, ed a ragione.

 

 

Nella storia i medesimi fatti si ripetono ad intervalli nei varii paesi, e sono l’inevitabile risultato delle trasformazioni economiche che così rapidamente si succedono nel nostro secolo.

 

 

Allora, come adesso in Italia, il ceto dei proprietari di terre imperava in Inghilterra, e malgrado che gli industriali si fossero già elevati a grande potenza, forti tasse gravavano su tutti gli oggetti di consumo dell’operaio e sulle materie prime dell’industria; le rivoluzioni nel macchinario si susseguivano a brevi intervalli e sostituivano al telaio a mano il telaio meccanico; gli uomini con salari alti venivano gettati sul lastrico, e le donne ed i fanciulli affollavano le fabbriche e preparavano la degenerazione della razza. Ed assistiamo perciò nell’Inghilterra ad un’agitazione vivissima contro il governo che tortura i sudditi con un sistema tributario iniquo; gli industriali chieggono l’abolizione dei dazi sui cereali; operai, stretti in organizzazioni gigantesche, alzano il grido della carta, bruciano i telai meccanici e mandano al parlamento i loro rappresentanti, coll’incarico di strappare il potere di mano ai signori della terra e dell’industria. La parola guerra di classe diventa il segnacolo in vessillo della classe operaia e gli animi si dividono con un profondo abisso.

 

 

Ora molto è mutato nell’Inghilterra; non più guerra, ma trattative, arbitrati. Gli scioperi permangono, ma vi si ricorre solo più in ultima istanza. Gli operai non hanno cessato di organizzarsi per aumentar la paga già cospicua e diminuir l’orario già diminuito, ma avanzano le loro domande solo quando sanno che gli industriali sono in grado di concederle; colle scale mobili aumentano o diminuiscono i salari, a misura che oscillano i prezzi di vendita della merce, da cui tutto si deve trarre: salari, profitti, assicurazioni, imposte, ecc.

 

 

Nel Biellese la rivoluzione industriale, che nell’Inghilterra avvenne al principio del secolo, è cosa recente. Solo da una ventina d’anni si è compiuta la progressiva trasformazione del telaio a mano nel telaio meccanico; ed essa non è stata esente da dolorose esperienze. Non si è potuto d’un tratto indurre gli operai che tessevano in casa loro, aiutati dalla intera famiglia, con orario irregolare, con giornate saltuariamente intense e prolungati ozi domenicali e lunediani, a venire alla fabbrica all’ora fissa, tutti i giorni della settimana. Non si seppe subito nemmeno fare il conguaglio fra il salario del tessitore a mano e quello del tessitore a macchina. La scarsità della maestranza abile ed i grandi profitti dei primi industriali tennero per un po’ di tempo i salari ad una misura molto alta; e quando la concorrenza costrinse a ribassare i prezzi, gli operai reagirono contro la diminuzione dei salari. Gli scioperi del 1877 e del 1889 ebbero per cagione appunto la necessità di introdurre una rigida disciplina e regolarità nel lavoro di fabbrica e di fissare in modo uniforme il valore della giornata di lavoro.

 

 

Ed ora la situazione industriale è la seguente: sostituito intieramente al telaio a mano il telaio meccanico nei grandi stabilimenti. Rimangono alcuni rari avanzi nelle fabbriche degli antichi telai, conservati per usi speciali, e si veggono ancora lungo le vie radi operai vecchi che si portano sulle spalle il filato per trasformarlo a casa in tessuti. Ma sono eccezioni che vanno rapidamente scomparendo.

 

 

Le fabbriche sono di tutte le gradazioni: da quelle che occupano 5 tessitori a quelle in cui si accentrano 800 tessitori e tessitrici.

 

 

Nelle fabbriche di una certa importanza si compiono tutte le successive operazioni necessarie per trasformare la lana greggia in tessuto pronto alla spedizione. L’industria non si è specializzata; non vi sono stabilimenti in cui si fili unicamente, altri in cui si tessano solo i generi d’estate oppure d’inverno, altri in cui solo si tinga o si apparecchi. L’ampliamento delle fabbriche non si compie per giustapposizione di saloni dedicati al medesimo lavoro, ma per completamento delle operazioni prima mancanti. Tutti gli attuali industriali della Val Sessera, di Val Mosso, di Biella erano due generazioni fa operai venuti dal niente. Né il processo di reclutamento degli industriali nel ceto operaio ha avuto termine.

 

 

Si citano molti fabbricotti, dove si lavora e si guadagna, condotti da antichi operai economi, intraprendenti, riuniti in società, di quattro, cinque amici, o cugini o fratelli. Vi sono molte fabbriche, i cui proprietari o sono andati in rovina od hanno cessato di dedicarsi all’industria, le quali vengono affittate intiere, o per sezioni, a uomini dotati di un qualche capitale, o godenti la fiducia di un amico denaroso o di un banchiere. Si comincia con qualche telaio e si tesse per conto altrui.

 

 

Poi s’imprende la tessitura per conto proprio; si aggiunge in seguito la tintoria, la filatura, e lo stabilimento è sorto e può prosperare anche contro la concorrenza di quelli potenti già stabiliti da lunga data. A Biella vi sono industriali che in una dozzina d’anni sono diventati milionari, ed erano capi operai. Non si vuole con ciò asserire che a tutti sia aperta la via di diventare fabbricanti; ora comincia persino a mancare il sito, a meno che con la trasmissione elettrica a distanza della forza motrice esso non venga artificialmente aumentato. Si vuole dimostrare solamente che la classe degli industriali è molto variegata; e va da quelli che sono mezzi operai e lavorano essi stessi o fanno lavorare i proprii figli e la propria moglie, a coloro che si riservano solo la direzione dell’impresa. Non c’è però ancora nessun proprietario di lanifici il quale sia un puro e semplice capitalista e si accontenti della sorveglianza su direttori stipendiati e di percepire alla fine dell’anno un dividendo variabile a seconda delle buone o cattive annate. Non esistono società anonime; se n’era fondata una, ma ha fatto cattiva prova ed ora si sta liquidando. Gli industriali sono essi stessi direttori dello stabilimento e vi dedicano la maggior parte del loro tempo. Per lo più sono parecchi fratelli, cugini o parenti in diverso grado. Uno si dedica alla parte tecnica, l’altro alla parte amministrativa, un terzo disegna, studia la tendenza della moda nelle stoffe, un quarto viaggia a ricevere le commissioni ed a ordinare le nuove macchine.

 

 

Il guadagno, una volta più cospicuo d’adesso, ma ancora abbastanza rilevante e non mai nullo, che gli industriali ritraggono dalla loro impresa, non è dunque solo interesse sul capitale impiegato, ma nella maggior parte è compenso per la loro opera di direzione, è un salario come un altro. Certo è un salario di gran lunga superiore al salario dell’operaio, ma la loro opera è anche di merito ben maggiore.

 

 

Tutto nelle fabbriche dipende dalla buona direzione ed amministrazione; dove questa manca non giova a nulla avere una maestranza abile ed esperta; gli affari vanno a rotoli e lo stabilimento si deve chiudere con danno del paese e degli operai, gettati sul lastrico ad ingombrare il mercato del lavoro ed a deprimere le mercedi. È vero che i fabbricanti talora sono remunerati profumatamente, ma gli operai non devono solo pensare con ira alle eleganti palazzine ed ai milioni accumulati, ma anche al merito reale di coloro che stanno a capo delle imprese fortunate, ed alla sfortuna di quelli meno abili o vinti nella lotta della concorrenza.

 

 

Ho sentito che nel Biellese ogni anno avvengono in media tre o quattro fallimenti nell’industria tessile. È cosa dolorosa, ma inevitabile, e finora l’unico mezzo per incitare al miglioramento della produzione è tener sempre viva e desta l’attenzione degli industriali su quanto è possibile fare per ridurre il costo e per aumentare l’efficacia del lavoro umano. Finora non s’è trovato altro mezzo per attuare la legge del minimo mezzo; né l’ora sembra spuntata di un nuovo ordinamento industriale nell’industria laniera. Gli accordi da qualche industriale invocati e perfino proposte non hanno ivi alcun avvenire. Sono troppo i generi prodotti, così eccessivamente molteplici i fattori di cui bisogna tener conto e così variabili da fabbrica a fabbrica, che è del tutto chimerico pensare a regolare la produzione, perché i prezzi non ribassino e si possano quindi pagare salari alti. Gli operai devono dunque adattarsi al pensiero che per un tempo indefinito futuro la regolatrice suprema dell’industria laniera biellese sarà ancora la concorrenza, non solo italiana, ma anche estera, e regolare su questa nozione sicura la loro condotta e le loro domande rispetto all’orario ed ai salari; e devono pensare che il capitale può ancora trasferirsi, sebbene con perdite per gli industriali e pel paese, ad altri paesi dove maggiore sia il suo tornaconto, e che il trasferimento non dipende dal beneplacito degli industriali, ma dalle inesorabili leggi del minimo costo.

 

 

Sovratutto poi è necessario ricordare che gli industriali non sono solo in lotta colla concorrenza, e quindi interessati a pagar poco per vendere a buon mercato, ma sono posti fra l’incudine ed il martello: fra la maestranza che chiede buone paghe ed il governo che affligge l’industria con imposte vessatorie, minute, ostacolatrici della produzione e si appropria una parte notevole del prodotto, parte che altrimenti potrebbe andare ad aumento dei salari. È questo un terreno su cui industriali ed operai sono naturalmente non in lotta, ma d’accordo; e possono stringere una sincera alleanza, gli uni per ottenere diminuzione delle imposte gravanti sull’industria, gli altri per ottenere uno sgravio sui loro generi di consumo. Ed a questo accordo fra industriali ed operai, per ridurre alla parte congrua quel partecipante ignoto e lontano che talvolta si attribuisce la parte del leone, è necessario solo un po’ di fiducia reciproca ed un po’ di buona volontà.

 

 

IV

 

«Una casetta un campicello ed una vacca»; questo il grido di alcuni riformatori che in molte contrade industriali si spaventavano davanti allo spettacolo di torme immense di operai raccolti nelle grandi città attorno ad una fabbrica, salariati giornalieri, imprevidenti, beoni, senza legame col suolo, non aventi nulla da perdere e speranti molto in una rivoluzione industriale.

 

 

«Diamo a questi paria dell’industria una piccola proprietà, e li trasformeremo in custodi dell’ordine sociale e tutori delle istituzioni vigenti».

 

 

L’ideale dei riformatori è in gran parte attuato nel Biellese; nella Val Sessera, dove più, dove meno una notevolissima parte della popolazione operaia è anche proprietaria. Nella Val Mosso mi fu detto che l’80% delle famiglie operaie possiede la casa, il prato e il castagneto attiguo. È una proprietà curiosa, frazionatissima: la proprietà-cencio che non dà abbastanza da mangiare, ma pur tiene legati ed affezionati al luogo natio. I padri vecchi e le madri di numerosa figliuolanza stanno a casa, curano le faccende domestiche, conducono in pastura la vacca o la capra, mungono il latte, tagliano il fieno e lo mettono in serbo per l’inverno; sbattacchiano le castagne o le noci, gli uomini e le donne che ci vedono ancora; i giovani e le ragazze vanno alla fabbrica.

 

 

Ognuna di queste proprietà cencio ha un valore altissimo, senza nessuna corrispondenza col reddito effettivo. Solo chi conosce l’affetto intenso del montanaro per la sua terra può spiegarsi come una giornata di terreno, dove non cresce né la vite, né il grano, né la meliga, e dove si raccoglie solo dell’erba, delle castagne e della legna da fuoco, valga da 1500 a 4000 lire, ossia i prezzi attuali dei migliori vigneti nel Monferrato o dei prati della bassa piemontese, dove l’agricoltura non e un’occupazione secondaria ma la principale. Solo in tal modo si può spiegare l’estrema e quasi fantastica suddivisione del terreno, per cui alcuni posseggono poche are, qualche metro quadrato di prato, due o tre piante di castagne. Quando muore il capo famiglia, nessuno rinuncia alla terra; e questa viene divisa all’infinito fra gli eredi.

 

 

Questi operai piccoli proprietari guadagnano salari che, cominciando da 10 soldi per i ragazzini di 12 anni, e salendo a 3,50 pei tessitori, a 150-200 lire al mese pei capi sala, disegnatori, si devono dir buoni e superiori alla media italiana. È vero che in alcune campagne si è lavorato poco; a quanto mi fu detto, nel 1894 e nel 1895 gli operai furono occupati solo metà dell’anno; i salari poterono allora discendere a quelle cifre che alcuni tessitori mi descrissero come media, ossia 40 lire al mese.

 

 

Ma non si può estendere un fatto eccezionale ad alcuni anni e ad alcune fabbriche a tutti gli anni ed a tutti gli stabilimenti. Nel 1897 la media è stata molto più alta, e giunse in una fabbrica, come ho già detto, a 3,42 al giorno. Per un mese del 1897, scelto a caso, e per una fabbrica tipica della Val Sessera, ho potuto raccogliere dati più precisi. Il 6,3% dei tessitori guadagnò 100 lire ed oltre al mese; il 17,5% ottenne una paga da 90 a 100 lire; il 19,5% da 80 a 90; il 26,5%, da 70 ad 80; il 16%, da 60 a 70; il 9%, da 50 a 60; ed il 5,5%, da 30 a 50. La massa dei tessitori ha dunque uno stipendio medio da 70 a 100 lire al mese; alcuni pochi guadagnano di più; il 30% guadagna meno per cause speciali, e sovratutto per le interruzioni nel lavoro, con cui si manifesta il fenomeno della crisi e della disoccupazione nel Biellese. In un altro mese forse quelli che guadagnarono ora solo da 30 a 50 otterranno di più; ed al loro posto verranno altri. Se si pensa che molti operai non devono pagar fitto, e che del resto questo non è superiore alle lire 3 al mese per camera (camere vere e non soffitte come a Torino), che i proprietari ottengono qualche guadagno supplementare o qualche reddito in natura dalla campagna, sorge nella mente di molti la domanda: «Perché gli scioperi sono più frequenti, il socialismo ha gittato più profonde radici, trascinando uomini e donne, vecchi e fanciulli, a guisa di una novella religione, perché le donne leggono in chiesa l’Avanti! e baciano le mani all’oratore socialista nel Biellese e non invece in altri luoghi, dove i lavoratori sono veramente ridotti alla miseria ed alla fame cronica, come nella bassa vercellese o nella pianura lombarda? Perché si sciopera fra gli operai dei lanifici e non nei cotonifici, dove la paga è minore?».

 

 

La questione è complicatissima ed una risposta la si può dare solo con esitanza. Non si tratta, prima di tutto, di un fenomeno isolato e peculiare al Biellese. Prendete qualunque statistica ufficiale e vedrete che in Italia gli scioperi agrari avvengono, non fra gli agricoltori denutriti della bassa Lombardia, ma in quelli più vigorosi e meglio pagati dell’agro emiliano e cremonese; che in Inghilterra ed in America gli scioperi più grandiosi hanno luogo fra gli operai dell’industria metallurgica o carbonifera che hanno l’orario di otto ore, mezza festa al sabato, 10 lire al giorno e la carne al desco durante tutta la settimana, e che ivi aumenta il numero degli scioperi, precisamente come nel Biellese, non negli anni in cui i salari sono bassi, ma nelle annate prospere, quando il lavoro abbonda.

 

 

Non è difficile indicare le cause di questo fenomeno. Gli operai mal pagati non si trovano di solito nella grande industria, ma disuniti e separati nelle case loro e nella campagna; non elevano la loro mente al disopra del cibo giornaliero e della fatica necessaria per procurarselo. La vita di fabbrica cambia tutto questo. Nell’industria tessile non si richiede grande fatica muscolare dall’operaio; la macchina fa tutto da sé; esso deve solo stare molto attento. L’attenzione continua per 10, 11 ore, in mezzo ad un fragore assordante, stanca il sistema nervoso e fa nascere il desiderio di cibi e di bevande riconfortanti. La comunanza di vita in un grande stabilimento, il contatto continuo con numerose persone dello stesso ceto, fa sorgere il bisogno di vivere insieme; rallenta a poco a poco i legami di famiglia, indebolisce la forza di coesione dell’unità familiare e rafforza la simpatia fra i varii membri dello stesso gruppo sociale. Alla sera, finito il lavoro giornaliero, l’operaio desidera di ritrovare quelli con cui ha lavorato tutto il giorno, e casca nell’unico ritrovo attraente da lui conosciuto: l’osteria. È straordinario il numero degli alberghi, caffè, osterie, cantine, spacci di liquori, che il viaggiatore osserva nei villaggi industriali.

 

 

Nella Val Sessera se ne incontra uno ad ogni passo. Nel comune di Pray sono 11, a Portula 22, a Coggiola 42, a Pianceri 9. E gli osti fanno affari. Gli operai non comprano il vino a brente per consumarlo a casa, ma lo bevono unicamente a litri nelle osterie. Si comprende così come una parte notevole dei salari prende la via dell’oste, come gli operai, quantunque piccoli proprietari, siano imprevidenti, indebitati e malcontenti. È necessaria un’opera lenta e faticosa di rigenerazione sociale, la quale potrà solo essere l’opera degli operai stessi e delle persone generose, di cuore e senza seconde intenzioni, che esistono dappertutto ed abbondano nel Biellese, dove le consuetudini migratorie e la grande attività economica hanno creato una classe di persone le quali vivono di un reddito che fluisce nel paese, ma viene da lontano, e possono mantenersi giudici imparziali fra operai ed industriali.

 

 

In mezzo ad una classe operaia disposta dal lavoro di fabbrica alla solidarietà, premuta da bisogni nuovi non prima conosciuti, cadde come scintilla eccitatrice di un grande incendio la propaganda socialista, fomentata ed aiutata dalle discordie fra gli industriali e dalla scissura nel campo costituzionale.

 

 

Ed ora gli operai, che hanno sentito durante due successive campagne elettorali predicare da oratori valenti ed instancabili il verbo novello, vogliono tradurlo in atto, e cominciano col chiedere la riduzione dell’orario.

 

 

Colla fretta dei neofiti essi sono andati più avanti già dei loro apostoli; ed hanno dopo la lotta politica incominciato la lotta economica in un momento tale in cui, come ho già osservato, una sospensione delle fabbriche può avere lunga durata con conseguenze dannose per le valli biellesi.

 

 

Ed accanto alla domanda di riduzione di orario, la quale dopo tutto è stata accettata subito dagli industriali con una differenza minima, spunta lo spettro, pauroso per questi ultimi, di nuove domande: aumento di paghe e impossibilità per i fabbricanti di licenziare gli operai, da loro ritenuti fomentatori di malcontento e di sciopero, senza il consenso della lega di resistenza.

 

 

Amendue le domande sono premature. Io non so se un giorno si giungerà nel Biellese ad una condizione tale di cose in cui padroni ed operai non si credano più in diritto di discutere individualmente le condizioni del loro contratto di lavoro e si sottomettano alle decisioni dei comitati misti delle associazioni padronali ed operaie. In altri paesi oramai è questa una consuetudine radicata contro cui nessuno protesta; ma nel Biellese mi sembra ed è prematuro.

 

 

Il proprietario dello stabilimento non è una società anonima, un essere impersonale, lontano, a cui poco importa di avere piuttosto questo che quell’operaio, e contro i soprusi dei cui rappresentanti sono necessarie delle guarentigie, ma è un uomo che vive in mezzo alla fabbrica, conosce tutti i suoi operai personalmente ed il quale non si lascerà costringere tanto facilmente a tenersi vicino operai che non gli talentino.

 

 

E se i proprietari hanno il dovere di consentire alle domande che sono giuste e ragionevoli, gli operai hanno dal canto loro il dovere di non far proposte, la cui giustificazione si può solo trovare in ambienti ed in condizioni industriali che sono ben lontane dalle nostre.

 

 

È un perditempo discutere se nel lontano futuro impererà la libera concorrenza o la organizzazione collettivistica; non si può mettere a base della vita quotidiana le elucubrazioni che lo scienziato viene serenamente facendo nel suo studio; importa sovra ogni altra cosa che industriali ed operai cerchino di evitare nella pratica i sacrifizi immensi causati a tutte le parti contendenti da quell’arma a doppio taglio che è lo sciopero.

 

 

V

 

Lo sciopero che ancora si prolunga fra i tessitori della Val Sessera e dilaga sporadicamente anche nelle altre valli ed in Biella non è stato privo di insegnamenti agli interessati nell’industria della lana. Agli operai ha insegnato che la tattica degli scioperi deve essere sottile e sapiente e richiede accorgimenti e cautele infinite riguardo ai modi ed ai tempi più opportuni per addivenire all’ultima ratio della guerra industriale. Essi si sono accorti che, come nella guerra vera, occorre sapere a tempo debito battere alquanto in ritirata se si vogliono conservare le posizioni conquistate e se si vuole impedire che il nemico approfitti di una mossa sbagliata per metterli in iscompiglio dopo la effimera vittoria.

 

 

Sovratutto esso ha insegnato loro a pregiare ed a valersi accortamente dell’arma della solidarietà mercé la lega di resistenza.

 

 

Le leghe, che ad alcuni industriali paiono mafie occulte e pericolose da sopprimersi colla forza della legge, sono invece i portati naturali e necessari della grande industria moderna. Ora sono semplici strumenti per lo sciopero, come erano le prime unioni artigiane inglesi. Ma avverrà delle leghe italiane come delle unioni inglesi. Queste, col crescere in potenza ed in ricchezza, videro la utilità di proseguire altri scopi, oltre la resistenza agli industriali, e crearono così nel loro seno casse contro la vecchiaia, la invalidità, le malattie, la disoccupazione, ecc. Inoltre se alle leghe giovani e prive di fondi importa poco iniziare uno sciopero, poiché i rischi sono tenui e si riducono alla perdita di un fondo minuscolo, i capi di potenti unioni guardano con diffidenza allo sciopero che farebbe sfumare come nebbia al vento le centinaia di migliaia di lire di riserva penosamente accumulate e porrebbe in pericolo il servizio delle pensioni e dei sussidi per malattia e per disoccupazione.

 

 

Tutte le più potenti unioni artigiane inglesi preferiscono allo sciopero le trattative, gli arbitrati, le reciproche concessioni, ed addivengono alla guerra solo in ultima istanza, con quanto vantaggio della pace sociale e della industria non è chi non veda.

 

 

Gli industriali, dal canto loro, hanno imparato quanto valore risieda nell’amichevole accordo per opporsi alle domande degli operai. Dal punto di vista dell’impresa, la lega fra gli industriali sopprime la concorrenza reciproca nella caccia all’operaio, come la lega operaia sopprime la caccia al salario. È l’inizio anche questo di un movimento che sarà lungo e fortunoso, ma potrà essere apportatore di conseguenze benefiche. Nelle dispute fra capitale e lavoro l’esistenza di associazioni padronali ed operaie sopprime il carattere personale, astioso, che si possa nascondere nei punti controversi, e lascia solo venire a galla i punti generali ed impersonali.

 

 

Su di questi è più facile trovare il ponte di passaggio per l’accordo fra le parti contendenti. Perché gli industriali ragionerebbero male se dalla forza imprevista esistente nella loro lega conchiudessero alla possibilità ed alla utilità di una guerra ad oltranza contro l’agitazione operaia allo scopo di sopprimere le leghe di resistenza fra le maestranze. L’effetto primo sarebbe forse quello della vittoria e della tranquillità, ma sarebbe vittoria effimera e tranquillità apparente, sotto le cui ceneri continuerebbero a covare i germi della discordia e della lotta.

 

 

La esistenza delle due associazioni opposte fornisce invece il mezzo adatto ad introdurre una nuova forma di arbitrio. Seduti ad un tavolo comune, i rappresentanti autorizzati delle due associazioni non tarderebbero a scovrire coll’occhio linceo di cui sono dotati gli uomini del mestiere un terreno neutro di accordo. Il segretario di una delle più potenti Trade-Unions diceva un giorno: «Da venticinque anni nella nostra industria e nella nostra città non avvengono scioperi. La ragione è facile a scoprire. Quando sorge una controversia, i rappresentanti ufficiali delle leghe padronali ed operaie sentono che su di loro incombe una grave responsabilità; da loro dipende il fiorire od il decadere dell’industria; la tranquillità e la pace di migliaia di famiglie o la loro forzata emigrazione all’estero. Non è mai avvenuto che essi si sottraessero alla loro responsabilità e non addivenissero ad un accordo con soddisfazione reciproca».

 

 

Ciò che accade altrove, può ripetersi nel Biellese, dove si annoverano gli industriali e gli operai più intelligenti e più abili d’Italia. Molti industriali sono avversi all’arbitrato, alle trattative colle leghe di resistenza, e si dimostrano riluttanti perfino a nominare i membri della loro parte nei futuri collegi dei probi-viri, perché credono che arbitrato significhi resa, abdicazione della propria indipendenza, e paventano che le sentenze del collegio dei probi-viri non siano osservate ed eseguite. È questo un errore funesto. L’arbitrato vuol solo dire sottomissione del giudizio individuale che può fallire perché interessato nella questione, al giudizio di una persona estranea la quale più difficilmente fallirà perché imparziale. Allo stato di guerra succedono così le trattative che creano e rafforzano la pace.

 

 

Quanto alla domanda se le decisioni del collegio dei probi-viri saranno eseguite, non si può rispondere se non: provate. E la esperienza del passato è arra sicura che, una volta messa in giuoco la molla della responsabilità collettiva di tutta una classe, questa saprà assurgere all’altezza dei suoi doveri. Se non gli si insegna a servirsi dello strumento nuovo, il novizio non imparerà giammai a maneggiarlo. Del resto i collegi a Como hanno fatto buona prova e preesistevano perfino alla legge nuova regolatrice.

 

 

Pel governo, finalmente, scaturiscono dallo sciopero biellese insegnamenti gravi e solenni. La tranquillità delle masse operaie scioperanti ha dimostrato che è inutile e pericolosa la repressione nei conflitti fra capitale e lavoro.

 

 

Quantunque le osterie siano veramente sovrabbondanti nei villaggi industriali, a me è sembrata inopportuna la chiusura degli otto esercizi pubblici. Ha eccitato gli animi ed ha allontanato il componimento delle vertenze. Il Biellese non è la Sicilia, ed i tessitori della Val Sessera non sono picconieri delle zolfare superstiziosi e forse violenti.

 

 

Il governo deve bensì reprimere le violazioni della legge, ma deve sovratutto regolare le condizioni degli interessati nell’industria, inspirandosi ai supremi principii della igiene, della pace sociale e della preservazione della razza, applicando le leggi esistenti, ed ove occorra, facendone delle nuove. Il ministero ha già iniziato le pratiche per la costituzione dei collegi dei probi-viri, ed ha fatto il dover suo. Esso deve vegliare ancora affinché i collegi si formino e funzionino veramente. Io non so in qual modo si provveda alla osservanza della legge sul lavoro dei fanciulli; certo non se ne curano persone tecniche, ma funzionari amministrativi sovraccarichi di mille faccende diverse. Tanto varrebbe che la legge non esistesse.

 

 

Biella è un centro industriale abbastanza importante perché vi venga adibito un ispettore delle fabbriche apposito ed eventualmente anche un sotto ispettore, scelti nel novero delle persone tecniche e pratiche dell’industria, specialmente tessile. L’ispettore dovrebbe vegliare alla rigorosa applicazione delle leggi esistenti e fare un’inchiesta minuta, precisa, paziente, imparziale sugli abusi che si manifestano e che richieggono un rimedio, ricercare, ad esempio, quali siano le vere cagioni per le quali la media dei riformati nei paesi industriali del Biellese è così spaventevolmente alta (quest’anno a Cossato su 50 coscritti se ne riformarono 48). Sarebbe una inchiesta amministrativa, senza inutili spese, col vantaggio che il medesimo organo che propose le nuove disposizioni sarebbe incaricato di applicarle.

 

 

Senza conoscere i mali che debbono essere riparati, è inutile legiferare; si faranno leggi bislacche destinate a rimanere senza applicazione, come tante altre in Italia.

 

 


[1] Con il titolo La nostra inchiesta sugli scioperi del Biellese. Quel che dicono gli industriali. [ndr]

[2] Con il titolo Il momento industriale nel Biellese. [ndr]

[3] Con il titolo Le cause dello sciopero in sul Biellese. [ndr]

[4] Con il titolo La lezione di uno sciopero. [ndr]

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