Gli scioperi in Italia

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 26/08/1900

Gli scioperi in Italia

«La Stampa», 26 agosto 1900

 

 

 

Gli scioperi sono uno dei fenomeni più interessanti della vita industriale moderna. Essi rappresentano uno stato di lotta tra capitale e lavoro, i quali non riescono a mettersi d’accordo intorno alla determinazione della mercede, alle ore di lavoro, alle condizioni varie in cui si compie il lavoro, ecc. Indici perfetti della prosperità e dalla crisi nelle industrie e nei commerci, gli scioperi aumentano quando gli affari vanno bene, perché gli operai chiedono maggiori salari, e diventano dolorosamente acuti quando la crisi batte alle porte, perché gli operai resistono alle falcidie delle mercedi. È quindi molto interessante vedere come si manifesti questo fenomeno in Italia.

 

 

L’anno 1898 è stato doloroso per avvenimenti di cui permane vivo ancora il triste ricordo. Nella statistica degli scioperi del 1898, recentemente pubblicata di questi giorni dalla Direzione generale di statistica, vi sono le tracce palesi dei moti e delle repressioni di quell’anno. Gli scioperi furono più numerosi che in qualunque anno precedente. Erano 32 nel 1879; salirono a 101 nel 1888, a 126 nel 1889, ed a 139 nel 1890; poi si mantennero pressoché stazionari fino al 1895; indi si elevarono di nuovo rapidamente a 210 nel 1896, 217 nel 1897, ed a 256 nel 1898.

 

 

Gli scarsi raccolti dei cereali ebbero certo una grande influenza sull’aumento degli scioperi, ed il loro numero sarebbe stato probabilmente anche maggiore se la proclamazione dello stato d’assedio in varie province e lo scioglimento delle Camere di lavoro e delle Leghe di resistenza non avessero reso più difficili gli accordi fra gli operai. Difatti la maggior parte degli scioperi avvenne nei mesi di maggio (37), aprile (30) e marzo (27); mentre se ne ebbero pochi in giugno (18) o luglio (12), cioè nei mesi in cui sogliono essere più frequenti.

 

 

Diminuì il numero degli scioperanti (35,705) rispetto al 1896 (96,051) e al 1897 (76,570); ma si deve notare che in questi due anni si ebbero i grandiosi scioperi delle trecciaiuole toscane, che contribuirono molto ad aumentare il numero degli scioperanti. Se si tolgono questi due anni, il 1898 viene secondo dopo il 1890 sotto questo rispetto; e bisogna ricordare che gli scioperanti sarebbero stati più numerosi se non fossero intervenute le repressioni e gli scioglimenti già menzionati.

 

 

Il numero medio degli operai interessati in ogni sciopero fu di 139 nel 1898, inferiore di molto del 1896 (457) e del 1897 (353) e di tutti gli anni precedenti. Ciò è dovuto sia alle più minuziose indagini dell’Ufficio di statistica che riescono a rilevare molti piccoli scioperi, che prima passavano inosservati, sia alla disorganizzazione delle Leghe di resistenza, che sussidiavano gli scioperi più numerosi.

 

 

Il numero degli scioperi che contano poche decine di operai è sempre di gran lunga superiore agli altri e cresce ogni anno. Nel 1898 in più della metà (57 per cento) il numero degli operai scioperanti rimase inferiore a 100. Vi furono 18 scioperi riflettenti da 300 a 1000 operai, 4 da 1000 a 1500 e 1 da 1500 a 2000.

 

 

Oltre gli operai che si posero volontariamente in isciopero, rimasero disoccupate per causa indiretta dello sciopero stesso, cioè perché il proprietario non credette conveniente di continuare la lavorazione coi soli operai che non avevano scioperato, o perché mancò la materia prima, altre 6934 persone, cioè 2194 uomini, 3422 donne e 1318 fanciulli d’ambo i sessi. Il numero delle giornate di lavoro perdute fu di 239.292, di cui 121.332 furono perdute da uomini, 90.607 da donne e 27.353 da fanciulli d’ambo i sessi. A queste si devono aggiungere altre 42.042 giornate perdute da quegli operai che furono per cagioni indirette costretti allo sciopero.

 

 

La perdita subita dagli operai sulle mercedi per la durata dello sciopero si può calcolare, nel 1898, di poco superiore al mezzo milione di lire. In generale sono più frequenti gli scioperi nell’industria tessile e nelle industrie minerarie e meccaniche, perché in esse gli operai sogliono trovarsi riuniti in maggior numero, e perché le dette industrie sono più estese ed occupano molti operai: nel 1898 quasi un terzo del numero complessivo degli scioperi (31 per cento) avvenne nelle industrie tessili; l’11 per cento avvenne nelle industrie minerarie (quasi tutti nelle zolfare di Sicilia), circa il 10 per cento fra muratori ed altri addetti alle arti edilizie, ed un poco meno del 10 per cento fra braccianti addetti ai lavori di scavi di terra, costruzione di argini ed altre opere pubbliche. Il numero maggiore degli scioperi è sempre causato dalla domanda di un aumento di mercede. Nel 1898 se ne ebbero 113 (fra i quali 21 erano accompagnati da altre richieste di miglioramenti) sul totale di 256, cioè il 44 per cento; tuttavia la media percentuale è in diminuzione in confronto degli anni 1896 e il 1897, in cui essa arrivò rispettivamente a 53 ed a 49.

 

 

Dopo la richiesta d’aumento di mercede, la causa più comune degli scioperi è la resistenza ad una diminuzione di salario; nel 1898, 44 scioperi, cioè il 17 per cento, avvennero per questo motivo, e, fra questi, uno sciopero si verificò perché l’esercente la miniera voleva rivalersi sul salario degli operai, dell’onere per l’assicurazione contro gli infortuni. Dodici scioperi (5 per cento) furono causati dalla domanda di diminuzione delle ore di lavoro e 7 scioperi (3 per cento) si verificarono per opporsi ad un aumento di orario.

 

 

In complesso, il 49 per cento degli scioperi avvenne per richiesta di un miglioramento, il 20 per cento per opporsi ad un peggioramento ed il 31 per cento fu dovuto a cause diverse. Quanto alla durata, il 60 per cento degli scioperi durò sino a tre giorni, il 22 per cento da 4 a 10 giorni, il 13 per cento da 11 a 30 giorni, ed il 5 per cento più di 30 giorni. La regola era la medesima in generale anche per gli anni precedenti. Crebbe soltanto la percentuale degli scioperi brevi a causa delle eccezionali circostanze dell’anno 1898, che impedirono l’organizzazione della resistenza operaia per un lungo periodo di tempo. La proporzione degli scioperi terminati con esito favorevole in tutto ed in parte è superiore a quella degli scioperi interamente negativi, tanto se si ha riguardo al solo numero degli scioperi, quanto se si tien conto del numero degli scioperanti, avendo avuto il suo massimo nell’anno 1893 (66 per cento).

 

 

Dal 1894 in poi si era già notata una sosta nell’andamento degli scioperi, terminati in modo del tutto contrario alle domande degli operai, inferiore alla metà del numero totale degli scioperi, pure essa è salita dal 34 (1893) al 46 per cento; e devesi notare ancora che la differenza è a scapito degli scioperi terminati in modo in tutto favorevole agli operai, che sono discesi dal 38 per cento (1896) al 27 per cento (1898), mentre è poco variata la produzione degli scioperi finiti con una transazione, cioè coll’accoglimento parziale delle domande degli operai.

 

 

Quanto alla distribuzione geografica degli scioperi, il maggior numero si verificò nei compartimenti dove la grande industria è più sviluppata, cosicché nell’Italia Settentrionale se ne conta più della metà del numero totale. Nella sola Lombardia avvennero, nel periodo 1897-98, 654 scioperi, cioè più di un quarto nel numero complessivo, e nell’anno 1898 se ne contarono 90 (di essi 60 nella provincia di Milano), cioè più di un terzo di tutti gli scioperi avvenuti nell’anno. Seguono poi il Piemonte (39), le Sicilie (27); gli scioperi siciliani accadono per tre quarti nell’industria solfifera, l’Emilia (26), la Toscana (20), il Lazio (13), il Veneto (14), la Campania (7), ecc.

 

 

Negli altri compartimenti se ne ebbe un numero assai minore, e nella Basilicata, negli Abruzzi, nelle Puglie, nella Calabria e nella Sardegna, in alcuni anni, non accaddero scioperi di sorta. Gli scioperi vanno sempre più estendendosi, cosicché, mentre nell’anno 1895 le province immuni da sciopero furono 34, e nel 1896, 33, nel 1897 si erano ridotte a 27, e nel 1898 a 22.

 

 

È interessante notare finalmente che nel 1898, accanto agli scioperi propriamente detti, vi furono 4 chiusure, ossia sospensioni di lavoro deliberate dal proprietario, di sua iniziativa, per costringere gli operai ad accettare le condizioni da lui imposte, ovvero per motivo di solidarietà che egli intende di mantenere coi padroni di altri stabilimenti. Si aggiungano 14 chiusure di fabbriche, esercizi commerciali, ecc., fatte allo scopo di protestare contro provvedimenti fiscali e contro disposizioni tendenti a fissare il prezzo dei generi di vendita od a regolare l’esercizio del commercio.

 

 

Come negli altri paesi, anche in Italia si è cercato di comporre i dissidi fra mano d’opera e capitale creando i Collegi dei probiviri. Alla fine del 1897 erano 59; alla fine del 1898 erano diventati 81, di cui 27 riguardavano le industrie tessili; 13 le industrie metallurgiche e meccaniche; 5 le industrie edilizie ed affini; 5 le industrie delle pelli; 5 quelle poligrafiche e della carta, ecc.

 

 

Degli 81 Collegi funzionavano però solo 32; nei rimanenti 49 non erano ancora state fatte o rinnovate le elezioni; otto volte le elezioni, quantunque indette, non ebbero luogo, per l’astensione completa degli industriali, e una volta per l’astensione degli industriali e degli operai. Solo undici volte i Collegi di probi-viri ebbero occasione di intervenire per comporre scioperi quasi sempre con successo.

 

 

Finiamo con un augurio: che la consuetudine di ricorrere ai Collegi dei probi-viri si estenda sempre di più; e che all’arma pericolosa degli scioperi si sostituisca a poco a poco la conciliazione e l’arbitrato come mezzo per comporre i dissidi industriali.

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