Gli scioperi nel 1902. Le statistiche di un socialista

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/02/1903

Gli scioperi nel 1902. Le statistiche di un socialista

«Corriere della sera», 22 febbraio 1903

 

 

 

Tra le statistiche che spesso non presentano alcun interesse per il pubblico sono alcune fra quelle che va pubblicando la Direzione generale della Statistica. Non già perché esse non siano ben fatte; ché anzi dal punto di vista scientifico meritano di essere citate a titolo d’onore fra quelle di moltissimi Stati. Ma hanno il vizio fondamentale di comparire troppo tardi, quando nessuno si ricorda più degli avvenimenti che esse registrano con grande e forse soverchio scrupolo. Ad esempio, noi non abbiamo ancora la statistica degli scioperi del 1901 – l’anno fortunoso della sollevazione proletaria italiana – e se noi sappiamo che dall’1 gennaio 1901 al 31 marzo 1902 quegli scioperi furono 1.844, di cui 889 nell’industria, 295 nel commercio e 660 nell’agricoltura, noi dobbiamo questa notizia all’on. Mazza, che se la procurò dal ministro dell’interno e la inserì nella sua relazione parlamentare sul bilancio degli interni. E se noi sappiamo qualcosa degli scioperi del 1902, noi lo dobbiamo ad un socialista e redattore dell’Avanti!, il dott. Alessandro Schiavi, il quale ebbe la pazienza di rilevare dal suo e dagli altri giornali gli scioperi avvenuti nell’anno ora decorso e volle rendere conto della sua opera meritoria nell’ultimo numero della Riforma Sociale di Torino. Forse, od anzi senza forse, le cifre dello Schiavi non sono esatte; sia perché ad un privato non è possibile di avere contezza di tutti gli scioperi; sia perché le fonti a cui ebbe ricorso non presentano garanzie di imparzialità e di compiutezza.

 

 

Ma quelle cifre sono meglio che nulla; ed è solo a meravigliare che a nessuno – fuorché ad un militante nel campo socialista – sia venuto in mente di fare un lavoro consimile, che avrebbe potuto servire di controllo a quello dello Schiavi.

 

 

Le cifre però sono più forti di ogni idea preconcetta. Ed esse ci dicono che la mania degli scioperi nel 1902 andò scemando di intensità e che diminuì il numero degli scioperi vinti dagli operai. Quanto al numero degli scioperi industriali siamo ritornati alla cifra del 1900, ossia a circa 410.

 

 

Dopo la punta del 1901 in cui si era superato il migliaio, e pur supponendo che la cifra dello Schiavi erri per difetto, il salto all’ingiù è accentuatissimo. Nel 1900, secondo la statistica ufficiale, le sconfitte degli operai erano uguali al 34 per cento del totale; e nel 1901 le perdite giungono al 40 per cento. Nel 1902 le vittorie ammontano all’incirca al 50 per cento; e di queste alcune sono mezze vittorie. Il residuo 50 per cento si può con gran fondamento contare fra le perdite.

 

 

Quanto alle cause degli scioperi, pure mancando cifre esatte, si nota la tendenza alla moltiplicazione dei motivi per cui si abbandona il lavoro: la solidarietà, la lotta contro gli intermediari, la tutela di certi punti d’onore, ecc., ecc., diventano motivi – più frequenti che per il passato – di scioperi. Fra le classi di operai, una delle più propense a scioperare si fu nel 1902 la classe dei tessitori e filatori, con 44 scioperi, di cui appena 16 favorevoli in tutto o in parte. Disastroso sovratutto lo sciopero di Como, che dicesi sia costato 3 milioni di lire, tra affari perduti e salari mancati. La categoria dei muratori viene subito dopo, con 30 scioperi ed un maggior numero di vittorie (18), dovute, dice lo scrittore, all’oculatezza del segretario che dirige la Federazione nazionale, il quale seppe occorrendo opporsi agli scioperi inconsulti. Questo della virtù moderatrice delle Leghe e delle Federazioni sembra allo Schiavi uno dei fenomeni più caratteristici dell’annata; e lo attribuisce sovratutto alle Federazioni nazionali che imposero freni e norme alle organizzazioni locali prima di consentire loro di ricorrere all’ultima ratio dello sciopero. Se veramente l’allargarsi delle Leghe locali in nazionali dovesse avere questo effetto, dovremmo essere lieti che in Italia si cominci ad entrare sulla via nella quale le Trade – Unions inglesi hanno già fatto tanti progressi. Ma dubitiamo forte che la via da percorrere sia ancora lunga; e ne sono prove i pregiudizi, di cui gli operai sono ancora imbevuti su vastissima scala, contro il salario a cottimo. Sono frequenti i casi in cui gli operai scioperano contro il cottimo; mentre avrebbero dovuto lagnarsi invece della applicazione abusiva del cottimo e pretenderne una migliore.

 

 

L’esperienza del 1902 è contraria all’arbitrato: dal lodo del Sindaco di Livorno per lo sciopero del Cantiere Orlando a quello del Sindaco di Firenze per la fonderia del Pignone, ed al caso dei gasisti di Torino, i lodi arbitrali lasciarono dietro di se` lunghi strascichi di recriminazioni e di malcontenti.

 

 

Nell’agricoltura la storia degli scioperi è una storia di sconfitte, eccetto in alcune località della Toscana, dell’Umbria e delle Puglie, dove le Leghe erano nella prima giovinezza ed i proprietari, sbalorditi, non si erano ancora organizzati per lottare ad armi pari. Ma nell’alta Italia le sconfitte furono la gran maggioranza; ed a questo risultato, dice l’A. «contribuirono in parte anche i contadini, che non capirono come le condizioni di lotta e le forze avversarie erano ben diverse da quelle del 1901».

 

 

Non vogliamo finire questi appunti di cronaca senza accennare ad una sentenza in tema di scioperi, la quale prova che anche in Italia vi sono dei magistrati emuli del bon juge Magnaud. Ecco un brano della motivazione «inspirata al nuovo diritto» che fu data dal Tribunale di Cassino il 20 ottobre 1902 e in base alla quale furono assolti i componenti di una Lega di lavoratori dell’Isola del Liri: «Giuste e ben fondate erano, nei loro motivi, le aspirazioni dei lavoratori, che aveano diritto di vedere retribuita la propria fatica con più remunerativo compenso, una volta che la fiorente industria apportava ai padroni lucri e profitti non lievi, fino a far quintuplicare il loro capitale sociale e farli arricchire in straordinaria misura… Essi (i padroni) avrebbero potuto sacrificare alcun poco al bene di quelli che il loro bene e le loro ricchezze producevano; inspirandosi così a quegli equi ed umanitari concetti che sono il fulcro ed il caposaldo dell’odierna società».

 

 

Non c’è che dire: in Italia si progredisce davvero. La dottrina del sopralavoro e della origine usurpatrice del profitto del capitale di Marx è già passata nelle sentenze dei tribunali. Peccato che le sentenze non possano mutare le leggi economiche! Altrimenti gli operai, per mezzo delle sentenze dei magistrati imbevuti dello spirito dei tempi nuovi, potrebbero vantare maggiori conquiste di quelle che le condizioni del mercato del lavoro permisero ad essi di ottenere. Poche davvero furono queste nel 1902 in confronto alle immense speranze concepite; e tanto minori quanto meno evoluta ed istruita era la massa umana che marciava all’assalto degli aumenti di salari.

 

 

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