Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Gli sgravi a favore della piccola proprietà

«La Stampa», 5 e 13 gennaio[1] 1898

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 66-75

 

 

I

 

Nella sua esposizione finanziaria il ministro del tesoro Luzzatti ha esposto un piano organico di provvedimenti intesi a portare rimedio alle tristi condizioni della piccola proprietà coltivatrice. Il progetto è interessante per lo scopo che si propone e come sintomo della nascente attenzione dello stato per i coltivatori italiani. Esaminiamolo brevemente.

 

 

Dall’1 gennaio 1873 al 31 giugno 1896 si verificarono ben 169.973 devoluzioni per un debito d’imposta e sovraimposta sui terreni e sui fabbricati, pari a lire 7.982.864,24.

 

 

Per impedire nel futuro questa espropriazione in massa del piccolo proprietariato agricolo, il Luzzatti propone di esentare da ogni tributo le proprietà gravate da un’imposta principale che non superi 10 lire, concedendo subito intanto agli espropriati di far ritorno ai campi abbandonati per debito d’imposta e non acquistati da terzi. Nel 1893, sopra 5.916.000 articoli di ruolo, ve ne erano 4.666.000 di importo non superiore alle 10 lire. Siccome gli articoli di ruolo non rappresentano altrettanti proprietari, così si può ritenere che tre milioni e mezzo di proprietari non paghino più di 10 lire; della esenzione beneficheranno solo coloro i quali non avranno altri cespiti di entrata tassabili, onde il numero di esenti si ridurrà a due milioni e mezzo. La esenzione dalla imposta si concederà gradatamente: prima ai paganti da lire 0,01 a lire 2, poi a quelli da lire 2,01 a 5, e finalmente ai colpiti da 5 a 10 lire.

 

 

Non basta però esentare da ogni onere di imposta fondiaria più della metà dei proprietari italiani; è necessario far sì che la vita delle piccole intraprese rurali possa svolgersi vigorosa; e ciò non è possibile quando le proprietà siano troppo piccole o frazionate in minuscoli appezzamenti gli uni dagli altri lontani. In alcune parti d’Italia ciò ha condotto ad assurde conseguenze; nella Sardegna e nelle regioni montagnose in genere vi sono proprietari di 30, 40 e più appezzamenti separati di pochi metri quadrati; uno spazio prezioso è perduto in sentieri, vie d’accesso, fosso di separazione, siepi, ecc., ed un tempo non meno prezioso è sprecato dal contadino nel recarsi ogni giorno dall’uno all’altro brandello di terreno per accudire alle sue faccende campagnuole.

 

 

In Germania si sono costituite commissioni di consolidazione, le quali, dietro domanda della maggioranza semplice dei proprietari di un villaggio, procedono a riunire gli appezzamenti disgiunti in un solo podere facile a coltivarsi, il quale formi una unità agraria organica. In Italia se alcuno osasse proporre un procedimento così drastico, si griderebbe al sacrilegio, alla violazione dei sacri diritti della proprietà, ecc.

 

 

Il Luzzatti, conscio di queste difficoltà, si limita a proporre l’esenzione da ogni tassa per tutti quegli atti di permuta e di compra – vendita che intervengano per dieci anni fra i titolari di coteste piccole proprietà, i quali abbiano per fine gli arrotondamenti e la costituzione di aziende agrarie di più giuste proporzioni. Così pure il ministro del tesoro vuole accordare la esenzione per le ipoteche accese a fine di migliorie ed egualmente la riduzione al minimo della tassa di successione.

 

 

Chi sappia quale insuperabile ostacolo offra il polverizzamento della proprietà all’adozione dei buoni metodi di cultura, non può non approvare incondizionatamente queste ultime proposte, augurandosi che il mutato stato della coscienza pubblica riguardo al diritto di proprietà conceda presto di mutare il semplice incoraggiamento delle riunioni delle parcelle di terreno nella sua obbligatorietà in seguito al voto favorevole di una data maggioranza dei proprietari del villaggio.

 

 

Nel concetto dell’onorevole ministro non basta però che le piccole proprietà si riassodino in un’azienda organica; è necessario sottrarle alle strettoie dell’usura e dell’ipoteca. Per conseguenza, quando le proprietà consolidate abbiano raggiunto un valore il quale dia affidamento di più proficua coltivazione e di vantaggioso uso del credito per le migliorie, e quando in genere si tratti di proprietari meritevoli e paganti da 10 a 20 lire di imposta erariale, lo stato concederà una prestanza a condizioni di favore come viatico ad esistenza più robusta e sufficiente a se stessa.

 

 

Il prestito si darà alle proprietà aggravate da ipoteche i cui titolari siano privi di altri beni. Un apposito istituto di stato, una specie di magistratura amministrativa d’equità a presidio dei campagnuoli concederebbe questi mutui di favore, curando opportuni e liberi componimenti con i creditori.

 

 

Oltre a rafforzare i piccoli proprietari esistenti importa crearne dei nuovi. In Italia vi sono ampi terreni incolti, sui quali potrebbe svolgersi largamente la colonizzazione, e vaste superfici di terra che, per difetto di capitali, non sono coltivate in modo razionale, anzi rispondono ad un tipo di cultura spogliatore. Da queste terre possono trarsi ampi mezzi per contribuire alla formazione di una nuova e forte compagine di piccoli proprietari enfiteutici con obbligo di miglioria, privi per ora delle facoltà di affrancazione e tenuti in solido al pagamento del canone convenuto, valendosi all’uopo per legge dei demanii comunali, ora malamente quotizzati, dei beni patrimoniali, incolti o peggio coltivati, proprii dei comuni, delle province e dello stato e per effetto di libere contrattazioni dei beni degli enti morali e degli stessi privati, come qua e là si inizia nell’agro romano. Pure a questi piccoli enfiteuti si dovranno accordare fidi di favore ed altri presidi per un certo periodo di tempo, sufficiente a convertire le nuove proprietà in aziende che bastino a se stesse.

 

 

Lo stato sopporterebbe la metà dell’interesse dei mutui; su 100 milioni di lire al 4% netto l’aggravio pubblico sarebbe di 2 milioni di lire. Il servizio dei mutui sarebbe fatto pel tramite delle casse di risparmio.

 

 

Tale, nelle sue linee generali, il piano ideato dal Luzzatti a rafforzamento della piccola proprietà agricola.

 

 

Esso avrà avversari tutti quelli i quali, basandosi su teoriche troppo assolute e vaste, credono che la piccola proprietà sia irrimediabilmente votata alla rovina e che vani siano tutti gli sforzi per tenere in piedi un istituto contraddicente alla evoluzione economica moderna, che dappertutto sostituisce la grande alla piccola impresa, la unione delle forze produttive alla loro disgregazione.

 

 

Chi scrive è persuaso che se vera fosse la tendenza ora accennata, inutile sarebbe ogni tentativo di fare procedere a ritroso la grande corrente della storia; disgraziatamente per i suoi fautori, la teoria non risponde alla realtà. I piccoli proprietari, assaliti da ostacoli gravi, oppressi da imposte e da interessi usurai, dalle crisi di smercio, resistono pertinacemente e si moltiplicano dovunque l’ambiente territoriale vi è favorevole.

 

 

Sarebbe troppo lungo riportare le prove statistiche dell’affermazione ora fatta; ma è certo però che in Italia, in Francia, in Germania, in Danimarca, negli Stati uniti il numero dei proprietari aumenta e non si avverte un processo di accentramento nella terra, quando, per speciali circostanze, come l’irrigazione, ecc., l’avvento della grande proprietà capitalistica non sia evidentemente utile e proficua.

 

 

Se la creazione ed il rafforzamento del ceto dei piccoli proprietari non contraddice alle tendenze economiche moderne, il soverchio sminuzzamento della terra si oppone dappertutto alla sua fruttuosa lavorazione; il podere agrario deve fondarsi su una unità di cultura, grande o piccola, ma sempre adatta all’ambiente territoriale; non mai un appezzamento di poche are di terreno può essere considerato, eccetto nelle vicinanze delle città, come un’unità culturale bastevole al sostentamento della famiglia; e per conseguenza all’approvazione rivolta per ragioni economiche all’esenzione delle quote minime uniamo l’approvazione pei provvedimenti intesi a consolidare le piccole proprietà in un tutto organico.

 

 

Meno incondizionata ci sembra dover essere l’approvazione, sempre sotto il punto di vista puramente economico, delle proposte rivolte a rendere lo stato quasi il banchiere dei piccoli agricoltori, coi mutui di favore al 2% per cento. La mancanza di particolari precisi vieta di fare un esame ed una critica minuta della concezione, nuova per l’Italia, dello stato banchiere per gli agricoltori.

 

 

All’estero non mancano gli esempi di consimili iniziative da parte dello stato. In Russia una Banca dei contadini funziona accanto alla Banca della nobiltà; istituzioni governative entrambe destinate a far mutui l’una ai grandi proprietari, l’altra ai piccoli agricoltori.

 

 

Nella Germania una legge del 31 luglio 1896 ha creato una Cassa centrale delle associazioni con un capitale di cinque milioni, aumentato poi a venti milioni di marchi, la quale deve concedere credito agli agricoltori. La cifra di affari nel primo semestre 1896 fu di 141,5 milioni di marchi, nel secondo semestre di 328 milioni e nel 1897 non deve essere inferiore ad un miliardo. La cassa può ricevere depositi dai privati e deve imprestare solo alle casse rurali, alle associazioni di credito, non a privati.

 

 

Il concetto del Luzzatti sembrerebbe avvicinarsi a questo tipo, rendendo intermediarie dell’opera le istituzioni esistenti di risparmio.

 

 

Le casse di risparmio, comprese le casse postali, adempiono molto bene al loro ufficio di raccoglitrici dei rivoli sparsi del risparmio nazionale, ma molto male alla funzione non meno importante di fecondatrici dell’agricoltura e dell’industria.

 

 

La proposta del Luzzatti apporterebbe un rimedio alla mancanza e sarebbe il primo inizio di uno stato di cose in cui il mezzo miliardo assorbito dalle casse postali verrebbe riversato in benefica pioggia sulla nazione invece di immobilizzarsi sterilmente in titoli di rendita. Lo stato italiano non sembra però finora adatto alle funzioni attive di banchiere, quantunque adempia bene alle funzioni passive; e parrebbe opportuno avviso perciò di costituire la costituenda cassa di prestanze agrarie in istituto il quale non sovvenisse direttamente i privati ma fornisse i fondi alle casse di risparmio locali, alle banche popolari, alle casse rurali. Con ciò si promuoverebbe quel movimento verso la concessione di credito a buon mercato per mezzo di banche a tipo mutuo, che è il metodo finora più efficace per combattere l’usura e l’ipoteca e nel tempo stesso per diffondere le buone cognizioni agricole.

 

 

Se dal lato economico-sociale le proposte del Luzzatti si appalesano in linea di massima opportune, sono desse poi attuabili finanziariamente e politicamente?

 

 

II

 

 

Opportuno e commendevole sotto l’aspetto economico – sociale, lo sgravio delle quote minime è un provvedimento compatibile colle condizioni odierne delle finanze nazionali?

 

 

Il Luzzatti così compendia la parte passiva dei provvedimenti da lui proposti:

 

 

Esonero dei terreni per i quali paghi sino a lire 10

Lire 10.442.000

Decimo

L. 1.044.000

Sovraimposte calcolate al cento per cento inmedia e sgravio dei piccoli fabbricati

L. 10.442.000

Totale

L. 21.928.000

 

 

Siffatta perdita per effetto delle eliminazioni dipendenti dalla condizione non disagiata dei contribuenti e per i quali l’esonero delle quote minime non potrà ammettersi, deve ridursi di un quinto, e perciò a 17 milioni di lire all’incirca. Aggiungonsi i due milioni annui a concorso nel pagamento degli interessi pei mutui ai piccoli proprietari e i sei milioni richesti per la riforma dell’imposta di ricchezza mobile. Ne segue che insieme ai 17, si accumulerebbero, fra minori entrate o maggiori spese, 25 milioni, i quali salirebbero sino a 33 per le perdite dipendenti all’applicazione della legge sulla perequazione fondiaria.

 

 

A queste perdite dovrebbe far fronte il fondo di sgravio, alimentato dai

seguenti cespiti:

 

 

Avanzo di bilancio utilizzabile entro il triennio

L. 10.000.000

Economie sui lavori pubblici

L. 11.000.000

Economie sulle convenzioni ferroviarie

L. 5.000.000

Economie sulle convenzioni marittime

L. 1.000.000

Abolizione delle sotto – prefetture

L. 1.200.000

Riforme nell’amministrazione giudiziaria e dell’interno, a calcolo

L. 2.300.000

Fusione di tutti i demani, limitazione nell’ammissione di impiegati nuovi

L. 1.000.000

Economie sull’istruzione pubblica

L. 1.000.000

Economie in tutte le altre amministrazioni

L. 2.000.000

Marchio obbligatorio

L. 2.000.000

Tasse di borsa

L. 700.000

Titoli nobiliari e riforme sulle tasse di successione, sugli annunzi legali, sull’appalto delle pubblicità per le sigarette, chinino, caccia, ecc. ecc

L. 6.000.000

Totale

L. 43.200.000

 

 

La differenza in dieci milioni servirebbe a far fronte alle eccessive valutazioni nelle economie e nei nuovi cespiti ed alle minori valutazioni negli sgravi d’imposta.

 

 

È arduo compito presagire se le previsioni del ministro delle finanze si realizzeranno specialmente per quanto si riferisce ai nuovi cespiti. I dieci milioni di avanzo di bilancio e gli undici di economie sui lavori pubblici sono cifre grosse destinate, quanto alla seconda, a realizzarsi solo in sei anni ed a sfumare eventualmente quando mutassero nella incessante ridda ministeriale i criteri che presiedono alla pubblica spesa e le necessità elettorali.

 

 

Le economie nelle convenzioni ferroviarie marittime, che pur sarebbero bene accette, ci paiono difficili ad ottenere, perché l’esercizio ferroviario privato attuale ha dimostrato che, senza le costruzioni, l’esercizio delle ferrovie non avrebbe dato dividendi; ci sono poi i fabbisogno delle casse pensioni e mutuo soccorso ferroviarie per oltre 160 milioni, e molte linee da rifare, e molto materiale mobile da acquistare. Dopo ciò come sperare 5 milioni di aumento all’entrata? Eppoi questi 5 milioni di economie nell’esercizio ferroviario e nelle convenzioni marittime significano il permanere delle attuali tariffe alte e dannose al commercio nazionale. Lodevoli gli sforzi diretti a limitare con opportuni tagli l’invadenza della burocrazia; salutare l’abolizione delle sotto – prefetture, ma destinata, temiamo, a naufragare, sia per i non adatti progetti presentati, sia per l’urto degli interessi locali. Difficilmente si permetterà altresì la fusione delle scuole tecniche coi ginnasi in un istituto di cultura generale. Problematici molto, finalmente, i 5 milioni sperati dalle tassicciuole sui titoli nobiliari, sugli annunzi legali, sull’appalto della pubblicità per le sigarette, sul chinino, sulla caccia, ecc. ecc.

 

 

Eppure, malgrado lo scetticismo più profondo sulla possibilità di far fronte agli sgravi di imposte coi nuovi proventi delineati dall’on. Luzzatti non rimangono scrollate neanche finanziariamente la necessità e la utilità somma di iniziare la riforma tributaria in senso democratico a sollievo delle economie più disgraziate e vacillanti.

 

 

Diciamo di più: anche quando fosse matematicamente provato che i 43 milioni di nuove entrate sfumerebbero alla resa dei conti come nebbia al sole, sarebbe ancora utile iniziare lo sgravio progressivo delle quote minime.

 

 

Sarebbe infatti questo il principio della fine di molte brutture, le quali inquinano il sistema tributario nostro e relegano l’Italia ad uno degli ultimi posti nella schiera delle nazioni civili.

 

 

Suonerebbero allora i primi rintocchi funebri di un sistema i cui cardini riposano sulla esenzione sostanziale delle fortune più cospicue e sull’assorbimento del 40% delle entrate delle famiglie operaie, sulla protezione accordata ad industrie tisiche ed ai grandi assenteisti del mezzogiorno e sulla fiscalità massima contro le industrie ed i commerci; di un sistema in cui le entrate dello stato sono consacrate in massima parte a pagare gli interessi di un grosso debito pubblico, che sterilizza, colla sicurezza del periodico tagliando, le iniziative audaci e feconde, e ad accrescere e gonfiare un militarismo che è soverchio per l’Italia; di un sistema finalmente in cui solo le briciole della pubblica imbandigione sono devolute a soddisfare i vitali bisogni dell’istruzione scientifica e tecnica, dell’agricoltura, delle industrie e dei commerci.

 

 

Lo sgravio delle quote minime sarà l’inizio di una lunga catena di riforme tributarie. Gli operai e le classi medie cittadine sorgeranno a domandare l’abolizione del dazio sui cereali, sullo zucchero, sul caffè, sul petrolio, sui tessuti; e non vi si opporranno i piccoli agricoltori, i cui interessi collimano con quelli delle classi produttive cittadine.

 

 

A riparare alle ampie falle aperte in tal modo nel bilancio dello stato, sarà necessario ricorrere ad economie vere ed audaci nelle spese militari ed anche a nuove imposte a larga base.

 

 

L’attuale congerie di balzelli opprimenti specialmente i ceti di persone economicamente meno adatte a sopportarle dovrà lasciare il luogo gradualmente ad un nuovo assetto tributario più conforme a giustizia.

 

 

Risorgerà allora l’imposta progressiva sulle fortune maggiori, sepolta alcuni anni or sono, prima ancora di essere discussa; e potrà riannodarsi al concetto della progressività nelle imposte lo sforzo di colpire le forme di reddito in cui meno rifulge la operosità di chi ne gode; la esperienza delle crisi edilizie dovute alle speculazioni sui terreni indurrà a credere che la tassazione della rendita urbana possa procacciare cospicui redditi pur rimanendo lontana dalle inutili fiscalità delle moderne imposte sui fabbricati.

 

 

Le avvivate correnti dei traffici, ed il rinato spirito di intraprendenza non più aduggiato dall’ombra maligna del fisco, reagiranno senza dubbio beneficamente sul bilancio dello stato e permetteranno di realizzare l’auspicato sogno di tanti ministri del tesoro: la conversione del debito pubblico ad un saggio di interesse più consentaneo allo stato del mercato monetario europeo.

 

 

Ma per raggiungere questi intenti è indispensabile un governo forte e vigoroso; né la tempra del Luzzatti, animo elevato di apostolo e di riformatore, ci sembra abbastanza tenace da trionfare sulla inerzia forzata del ministero di cui fa parte, stretto fra le esigenze opposte delle fazioni parlamentari, personali e dei gruppi potenti di interessati dell’alta burocrazia, del latifondismo meridionale e dei protezionisti del settentrione.

 

 

Forse uno dei non minori meriti della riforma tributaria timidamente iniziata ora, sarà appunto di provocare la formazione di nuovi ed organici partiti basati sulla reale forza delle forze sociali contendenti nell’Italia contemporanea.

 

 



[1] Con il titolo Riforme finanziarie. Sgravi problematici. [ndr]

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