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La Stampa

Gli umori delle Camera e il nuovo Ministero.

L’aumento della tassa di successione – Quali saranno gli sgravi? – L’«aut- aut» dell’Estrema Sinistra – Brutti indizi di scioglimento della Camera

«La Stampa», 22 febbraio 1901

 

 

 

Montecitorio non è molto animato; la maggior parte dei deputati si era allontanata da Roma subito appena scoppiata la crisi, e solo rimasero quanti dallo svolgimento della crisi speravano almeno in un Sottosegretario di Stato. Ora che la crisi è risolta sono fuggiti anche i pretendenti poco fortunati, e sono ritornati in seno alle loro famiglie a curare la ferita all’amor proprio; non potrei dirvi con precisione il numero degli ammalati di tale morbo, ma non esagero dicendo che dal più al meno una cinquantina ne è affetta certamente.

 

 

Però a Roma siedono in permanenza i capi dei varii gruppi, sia perché alla capitale hanno stabile dimora, sia perché l’imminenza dell’apertura della Camera – che avrà luogo quasi certamente il 6 marzo – non permette loro d’assentarsi.

 

 

Ma se mancano i deputati, non perciò tace la politica, e non sono rotti i fili che legano le province a Roma. Qualche sintomo sicuro degli umori della Camera giunge a Roma dai varii Collegi, e tanto il Ministero quanto gli oppositori scrutano con molta diligenza ogni più piccolo indizio per sapere quale sarà il contegno della Camera di fronte al nuovo Ministero. Le notizie che giungono dalle province variano naturalmente a seconda degli individui e delle regioni dalle quali provengono. Il Ministero nuovo ha amici arrabbiati, come ha avversari accaniti; gli uni giurano che il Ministero vincerà tutte le prove e ne uscirà vittorioso; gli altri – i più benigni – prevedono una vita di qualche mese, fino a dicembre; mentre alcuni profetizzano addirittura che il Ministero cadrà prima delle vacanze.

 

 

Come è facile immaginare, per sapere la verità non bisogna attingere notizie né dagli amici né dagli avversari, ma da qualche spirito sereno, solitario, che pur facendo parte della Camera dei deputati, vive all’infuori di tutti gli intrighi della farmacia di Montecitorio. E questo spirito sereno e imparziale mi ha delineata con molta precisione la situazione.

 

 

Riassumo il suo parere per sommi capi.

 

 

La vita del Ministero non sarà né facile né piena di rose; le difficoltà che deve superare sono molto gravi; e di due ordini, di cose e di persone. Il Ministero, che deve la sua origine ad un programma economico, non può assolutamente venire meno ad esso, se non vuole votarsi al suicidio a breve scadenza. Gli uomini più notevoli che ne fanno parte hanno parlato di sgravi sul dazio-consumo, sul dazio del grano, sulla tassa del sale, sulla tassa del petrolio…..

 

 

Non è chi in tesi generale non possa approvare questo programma. Ma se dalla teoria passiamo alla pratica occorre trovare cento milioni da sostituire alle tasse delle quali si propone l’abolizione. Una parte di questi cento milioni può essere data da un ritocco (il contribuente italiano conosce già per esperienza che portata abbia questa parola) sulla tassa di successione. È quasi certo che una delle nuove imposte che proporrà il Ministero Zanardelli sarà l’aumento della tassa nelle successioni, che superano qualche migliaia di lire. Credo che questa tassa non solleverà molti oppositori di parte costituzionale, perché si ammette da tutti che è l’unica forma sotto cui si possa ancora gravare l’esausto contribuente. È una tassa che nessuno sente vicina, che si paga una volta o due nella vita. Ma questo aumento non dà che circa dieci milioni.

 

 

E gli altri novanta dove si prenderanno? Forse il Ministero modererà le sue aspirazioni e proporrà soltanto uno sgravio parziale su qualche tassa; ma allora verrà implicitamente a rinnegare il programma in nome del quale è sorto, ed è facile che per via venga pure a mancargli l’appoggio di quanti gli sarebbero sinceramente amici se quel programma non venisse alterato.

 

 

Si sussurra, non so con quale fondamento, che non si pagheranno per qualche anno i debiti redimibili. Non credo che il Ministero voglia seguire questa via; ma se la seguisse solleverebbe nella Camera una viva opposizione. Si ritornerebbe al metodo della finanza leggera, perché non pagare i debiti, che si devono pagare, è come farne dei nuovi. Il Paese è stato troppo scottato dai sistemi Magliani e compagnia per approvarli ora, qualora, ciò che non credo, dovessero essere messi novamente in onore dal nuovo Ministero.

 

 

Dunque come farà il Ministero ad effettuare una parte, sia pure modesta, del suo programma senza toccare alla stabilità della pubblica finanza? Ecco il problema che i parlamentari imparziali si pongono, e dalla cui risoluzione dipenderà la vita o la morte del Ministero.

 

 

Poiché certi umori battaglieri d’opposizione per l’opposizione sono scomparsi e vanno scomparendo man mano che si avvicina l’apertura della Camera. Non mancano i soliti gregari, che, più papalini del Papa, vorrebbero dare subito battaglia al Ministero; ma i capi più sereni hanno opinato che si debba dare tempo al Ministero di far conoscere il modo con cui intende applicare il suo programma. Su ciò si potrà aprire un’ampia discussione e magari provocare un voto.

 

 

Molte ragioni di altissima politica e di sentimento patriottico hanno militato nel senso di non attaccare subito il Ministero. Innanzi tutto quei pochi che pensano ancora al Paese si domandano a quali conseguenze potrebbe condurre una crisi in questo momento. Ogni soluzione sarebbe pericolosa, e non escluso il pericolo di scioglimento della Camera; perciò, se crisi deve farsi, dovrà avere una designazione netta e precisa, che non dia più luogo ad equivoci.

 

 

E questa designazione non può essere data che dalla discussione sulla politica finanziaria del Governo. Il quale troppo tardi si accorge della verità dei suggerimenti di qualche amico sincero, che non crede che amicizia debba consistere nell’approvare anche l’errore degli amici; che cioè fu un grave sbaglio l’avere sperato in un appoggio dell’Estrema Sinistra.

 

 

Questa, che doveva essere il più valido appoggio del nuovo Ministero, dichiara formalmente che non solo negherà la benevola aspettativa, ma passerà decisamente all’opposizione, se il Ministero innanzi tutto non risolve la questione delle spese militari. L’ultimatum è esplicito e chiaro: o il Ministero accetta il programma dell’Estrema Sinistra su questa questione, o l’Estrema vota contro. è la premessa di ogni accordo, di ogni appoggio. Anche se il Ministero risolvesse bene il difficilissimo compito di fare gli sgravi con nuove imposte sulle classi più abbienti, l’Estrema Sinistra direbbe sempre: No, non votiamo un centesimo di imposte nuove, sia pure sui ricchi, se prima non avete risoluto il problema militare.

 

 

Non imposte, non riforma tributaria, non altri mezzi, se prima non toccate l’esercito. L’Estrema Sinistra, dicono piano e forte i suoi rappresentanti al Parlamento, sarà intransigentemente avversa a ogni riforma tributaria che non abbia per premessa la riduzione della spesa militare; su questo argomento concreto, bene afferrabile anche dalle masse, dicono i deputati estremi, accadrà l’urto risolutivo fra Governo e Estrema, l’urto che porterà alle elezioni generali.

 

 

Poiché è bene che il pubblico sappia come ci siamo messi in una situazione così intricata e difficile, che a Montecitorio da molte parti si comincia a pensare all’eventualità delle elezioni generali. Vi pensa con grande voluttà l’Estrema Sinistra, ed ha forza e potere – ah! la deplorevole, antipatriottica, anarchica scissione dei gruppi costituzionali! – di imporle, volente o nolente il Governo. Il Ministero Pelloux insegni. Vi pensa qualche ministro, che non si illude sull’accoglienza che la Camera può col tempo fare al nuovo Ministero. E guai in Italia quando si comincia a pensare alle elezioni generali. È un sintomo che fatalmente prelude all’avvenimento.

 

 

A questo ci conduce la politica disastrosa dei gruppi di Montecitorio. Con un partito costituzionale forte di quattrocento e undici deputati l’Estrema Sinistra troneggia ed impera e detta il suo verbo all’Italia. Abilmente alimenta le scissioni nel partito nostro; cerca di scavare un abisso fra Giolitti e Sonnino, perché sa e sente che il giorno in cui questi due uomini si mettessero d’accordo gettando a mare reciprocamente qualche amico troppo zelante e troppo interessato, il partito costituzionale potrebbe riacquistare la simpatia del Paese con un programma di azione benefico a tutte le classi.

 

 

Ma purtroppo i nostri uomini parlamentari sono ciechi; l’Estrema Sinistra, come il becchino di Shakespeare, scava allegramente la fossa. Gli Amleti parlamentari chiacchierano e discutono. E il becchino continua imperterrito nell’opera sua. Poi magari, come Amleto e Laerte, litigheranno ancora nella fossa sulle responsabilità reciproche. Povera patria! Così mestamente conchiuse il mio interlocutore; e così concludo anche io: Povera patria!

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