Glorie e pericoli delle leghe operaie

Tratto da:

Il progresso liberale

Data di pubblicazione: 12/08/1944

Glorie e pericoli delle leghe operaie

«L’Italia e il secondo risorgimento» 12 agosto 1944

«La città libera», 22 marzo 1945[1]

«Il Progresso liberale», 16 febbraio 1946[2]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 507-514

 

 

 

 

Leghe operaie monopoliste e profittatrici? Non è la domanda medesima un’ingiuria agli scopi, all’indole del movimento, il quale innalzò dappertutto in Europa i lavoratori dalla miseria e dall’abbrutimento ad una condizione civile di vita, li chiamò a prender parte alla vita collettiva e politica, uomini integri e consapevoli, invece di strumenti passivi della volontà altrui? Questo, l’elevazione e la trasformazione dell’uomo lavoratore, fu il grande servizio che il movimento di libera associazione, iniziato al principio dell’800 in Inghilterra, variamente diffuso in Europa durante la prima metà del secolo, giunto in Italia poco dopo il 1870, rese al mondo. I lavoratori divennero cittadini quando cominciarono a trattare da pari a pari con i datori di lavoro; e, divenuti pari, furono lavoratori diversi da quelli di prima, sicché, in un ambiente di emulazione e di lotta, in un’atmosfera di libera contrattazione, e perciò informata, invece che ad ubbidienza comandata, all’osservanza di obblighi liberamente assunti ed osservati, essi contribuirono alla produzione più e meglio di prima e meritarono maggiori salari e condizioni più umane di vita.

 

 

L’aumento dei salari e la diminuzione delle ore di lavoro non fu la automatica conseguenza della mera associazione, del presentarsi uniti, invece che isolati, a contrattare. A nulla sarebbe valso il contratto collettivo, se la produzione non fosse aumentata e se la torta del reddito lordo da spartire non fosse cresciuta: il fermento innovatore che provocò, per effetto dell’opera delle leghe, l’aumento del prodotto lordo da spartire, fu la volontà dei lavoratori di vivere meglio, fu la deliberata volontà, resa manifesta dall’unione fraterna di tutti i lavoratori, di non continuare a soggiacere alle condizioni misere alle quali prima erano rassegnati. L’uomo che rialza il capo è diverso da colui il quale lo inchinava ossequioso; e costringe, col suo drizzarsi, l’altra parte a mutare sé e l’impresa sua, se vuole essere capace a trattare come uomo chi non vuole essere più servo. Chi scrive ha sempre veduto, sino dal 1897, quando descriveva i primi scioperi dei lanaiuoli nella Val Sessera (Biellese), in questa trasformazione dell’uomo lavoratore il vero grande servizio reso al mondo dalle leghe operaie; e se anche gli accadde di sentirsi in una delle assemblee legislative italiane vivacemente disapprovato per avere nel 1920, in pieno periodo cosidetto bolscevico, sostenuto la tesi che le lotte sociali allora imperversanti in Italia erano una grande promessa per l’avvenire del paese; se nel 1924 riaffermò la tesi nella introduzione ad un volume dal titolo Le lotte del lavoro, nel quale un indimenticabile diligentissimo suo allievo, presto divenuto scrittore ed editore insigne, epperciò tolto di vita dai fascisti, Piero Gobetti, volle adunare taluni suoi scritti sul movimento operaio; quella tesi, che era allora apparsa eterodossa, è stata confermata pienamente dall’esperienza del ventennio fascistico. Che non fu di pace sociale e di collaborazione fra lavoratori e datori di lavoro, ma di asservimento di ambedue le parti alla volontà ed ai fini di chi comandava. Mossi dalla paura tremante della lotta feconda, i datori di lavoro rinunciarono, per il piatto di lenticchie del divieto di sciopero, al diritto di primogenitura della libera direzione della loro impresa, e si rassegnarono a divenire gli esecutori degli ordini dello stato onnipotente; si sottrassero alle ansie della concorrenza, e vi sostituirono l’intrigo e la corruzione per ottenere favori a danno degli esclusi. Gli operai, a cui fu fatto divieto di associarsi liberamente in difesa dei propri interessi, in parte si abituarono a lasciarsi governare da funzionari corporativi, a cui la vita della miniera, della fabbrica e della terra era ignota; ed in parte ritornarono a cospirare in segreto ed a popolare carceri e luoghi di confino. Vent’anni perduti per l’educazione economica e sociale del paese, e perduti quando erasi già iniziata tra noi la mutazione del tipo del capo – lega operaio! Erano, sì, ancora numerosi gli oratori da comizi e gli agitatori frenetici, da null’altro sentimento mossi fuorché dal bisogno di far rumore, di provocare disordini e di marciare alla conquista di sempre nuove mete. Ma quello non era più il tipo di capo-lega più influente tra i suoi compagni. I lavoratori apprezzavano ognora meglio il dirigente attento, il bravo organizzatore, studioso dei problemi della fabbrica e del lavoro, il quale conosceva statistiche e dati su produzione e su prezzi e sapeva tener testa, nelle discussioni su salari e su cottimi, ai delegati della lega degli industriali.

 

 

Non dimenticherò mai, e lo ripeterò ogni qual volta ne avrò occasione, il motto finale che Francesco Ruffini, maestro di scienza e di vita, trasse da una sua esperienza di super – arbitro in una controversia tra operai ed industriali torinesi: «Durante tutta la discussione, i delegati operai discutevano quasi fossero miei colleghi (professori della facoltà giuridica dell’Università di Torino), ma i delegati padronali parlavano come il nostro bidello!». Il nostro bidello era uomo amatissimo da professori e studenti, ed il paragone voleva soltanto significare che il livello di cultura economica e tecnica raggiunto dai migliori operai era già, un quarto di secolo fa, più elevato di quello dei migliori tra gli industriali. Con siffatto materiale umano, lunga strada si poteva percorrere, se il cammino non fosse stato rotto dal silenzio ventennale imposto dalla tirannide. Il silenzio non ha soltanto vietato che la lotta, non più quella incomposta e violenta dei comizi e degli scioperi, prendesse sempre più sostanza di trattative e discussioni sulla base dei dati di fatto e di ragionamenti. Esso ha instillato nel movimento operaio un veleno, di cui i sintomi sono palesi anche fuori d’Italia e forse soprattutto nella terra madre di ogni avanzamento operaio, nell’Inghilterra; ma appaiono, per l’eredità infausta del regime corporativo, più gravi oggi fra noi che altrove. Anche in Inghilterra, le leghe, potentissime come non mai, tendono a profittare della loro potenza a vantaggio esclusivo dei propri soci; ma solo in Italia si vorrebbe da molti, forse dai più, consacrare siffatta esclusività con la creazione legale del sindacato unico. Le riflessioni che seguono non sono rivolte contro l’unicità, liberamente scelta, dall’associazione operaia entro la cornice della libertà legalmente assicurata ai lavoratori di costituire associazioni autonome indipendenti da quella detta unica. Esse sono rivolte contro la tendenza ad attribuire ad una associazione, comunque costituita, il monopolio delle contrattazioni fra datori di lavoro e lavoratori.

 

 

Il problema può essere posto nella sua nudità così:

 

 

Se una lega operaia riesce a riunire tutti gli operai appartenenti ad un dato mestiere in una data regione economica – intendendo per regione economica quella, dalla quale non è facile emigrare o nella quale non è agevole entrare per trovar lavoro -; e se il livello dei salari al quale tutti gli operai disponibili, supponiamo 100 mila, sarebbero occupati è di sei lire (antiche pre-1914) al giorno, può darsi che la lega abbia interesse a creare disoccupazione.

 

 

Che esista un livello di salari al quale tutti i cento mila operai sarebbero occupati, è certo. Gli imprenditori (datori di lavoro) hanno sempre interesse ad occupare un nuovo operaio, oltre quelli già occupati, sino a quando il salario pagato non sia superiore al valore (netto da tutte le altre spese, compreso un normale profitto per l’industriale) dell’aggiunta di prodotto che si ottiene coll’impiego dell’operaio supplementare. La produttività dell’operaio marginale determina il salario dell’operaio. Gli imprenditori potrebbero impiegare 90 mila operai e pagare a ciascuno di essi un salario di 8 lire (ripeto ancora una volta, ad evitare equivoci, 8 lire ante-1914) perché il 90 millesimo operaio aggiunge col suo lavoro al prodotto antedecedente un prodotto nuovo avente il valore di 8 lire. Ma, se si debbono impiegare altri 5 mila operai, questi aggiungeranno al prodotto, divenuto per ciò più abbondante e di minor prezzo solo più un valore netto, suppongasi, di 7 lire; e se ne debbono impiegare ancora 5 mila, questi aggiungeranno solo più un valore netto di 6 lire al giorno.

 

 

L’imprenditore può così pagare 8 lire se impiega 90 mila operai, perché vende il prodotto ad un prezzo che gli lascia, dedotte le altre spese, 8 lire disponibili; ma se ne impiega 95 mila può pagare a tutti solo più 7 lire, perché il prodotto ribassa, tutto, di prezzo, in modo da lasciargli solo più un margine disponibile di 7 lire, e così dicasi per il salario 6, se egli impiega 100 mila operai.

 

 

Né l’imprenditore può pagare ai primi 90 mila operai un salario di 8 lire, agli ulteriori 5 mila un salario di 7 lire ed agli ultimi finalmente solo 6 lire; perché i consumatori, i quali sono liberi di comperare o non comperare la sua merce, non comprano certamente le partite offerte ad 8 lire, quando ve ne sono disponibili a 7 ed a 6 lire. Tutta la merce, uguale di qualità, posta in vendita sullo stesso mercato e nel medesimo momento è venduta allo stesso prezzo; e se la si vuol vendere tutta, come si deve supporre, fa d’uopo venderla al prezzo di 6 lire.

 

 

Or si guardi all’interesse della lega. Se questa, padrona assoluta dell’offerta di lavoro, offre sul mercato 100 mila operai, deve accettare il salario di 6 lire al giorno. Ma essa può dire a 10 mila dei suoi soci, scelti per spontanea dichiarazione o per minore anzianità o con altri vari criteri: «voi non lavorerete e riceverete, ognuno di voi, dalla mia cassa un sussidio di disoccupazione di 6 lire al giorno pari al salario intero che avreste lucrato se io vi mandassi al lavoro, insieme con gli altri 90 mila vostri compagni».

 

 

Accantonati così gli ultimi 10 mila operai, la lega offre sul mercato solo 90 mila unità di lavoro e consegue un salario di 8 lire al giorno, che moltiplicato per 90 mila dà un salario complessivo di 720.000 lire giornaliere. Pur deducendo le 60 mila lire necessarie a pagare il sussidio di 6 lire al giorno ai 10 mila operai disoccupati, restano disponibili 660 mila lire per i 90 mila operai occupati, il che vuol dire un salario di lire 7,33 al giorno; che è maggiore delle 6 lire che si sarebbero dovute accettare se si fossero voluti impiegare tutti i 100 mila operai appartenenti alla lega.

 

 

Anche tenendo conto di qualche trattenuta necessaria a far funzionare il meccanismo della lega, resta dimostrato che la lega può avere interesse a rarefare il mercato del lavoro, per rialzare il saggio netto dei salari ricevuti dai suoi soci occupati.

 

 

Così facendo, la lega fa il vantaggio dei soci occupati, ma reca alla società taluni gravissimi danni:

 

 

  • crea l’abitudine dell’ozio in una parte dei lavoratori, li disamora dal lavoro e li trasforma in un peso morto sociale, di malo esempio alla famiglia, ai compagni, alla vicinanza;

 

  • scema la produzione dei beni, da quella che si sarebbe messa sul mercato ad un prezzo corrispondente al salario 6 a quella minore che può essere venduta al prezzo corrispondente al salario 8; e perciò priva una parte della popolazione, che avrebbe acquistato a 6 e non può comperare ad 8, delle soddisfazioni che avrebbe ottenuto o creduto di ottenere dal consumo del bene;

 

  • costringe la restante parte della popolazione, quella che continua ad acquistare al prezzo cresciuto corrispondente al salario 8, a privarsi dei beni che avrebbe potuto acquistare se avesse potuto risparmiare la differenza fra 8 e 6 rispetto al bene in discorso;

 

  • inutilizza i fattori di produzione che avrebbero potuto essere impiegati in congiunzione con i 10 mila operai, i quali sono stati persuasi ad oziare;

 

  • e finalmente danneggia, con ripercussioni che per brevità si rinuncia a perseguire, le industrie fornitrici di materie prime, di combustibili, di macchine ecc. alla industria, la cui attività rimane ridotta.

 

 

Nell’ipotesi fatta sopra, si è supposto che la lega dovesse provvedere con i suoi mezzi a pagare il necessario sussidio agli operai disoccupati. Ma che dire quando una legge provvidenziale la esoneri dall’obbligo oneroso? Quando cioè un fondo di assicurazione contro la disoccupazione provveda esso al mantenimento dei disoccupati? Talvolta, per salvare le apparenze, si accolla una parte, la più piccola difficilmente superiore al 20 per cento dell’onere, agli operai ed ai datori di lavoro. Ma è una finta; ché, alla fine, dopo qualche tempo chi paga è un signore anonimo detto contribuente o consumatore.

 

 

La lega, sicura che lo stato, ossia tutti i cittadini in genere, provvederà ai disoccupati, chiederà ed otterrà un salario di 9 occupando solo 85 mila operai, di 10 occupandone 80 mila, di 11 occupandone 75 mila.

 

 

E qui mi fermo, sebbene non esista un limite logico all’ascesa monopolistica dei salari ed alla riduzione della produzione in regime di monopolio delle leghe, combinato con la assicurazione statale contro la disoccupazione; ché alla perfine una qualche reazione dovrà pure intervenire a vietare che si prosegua nel malo andazzo di creare ozio, disoccupazioni, carestia di beni ed impoverimento generale.

 

 

La politica egoistica da parte delle leghe operaie non è normalmente un fatto isolato. Essa si accompagna ad una politica ugualmente egoistica dei consorzi, accordi, cartelli e trusts tra imprenditori, intesi anch’essi a crescere i loro profitti col produrre “disservizi” di scarsa produzione e di alti prezzi. Ma scarsa produzione e prezzi alti vogliono dire impoverimento e miseria e producono malcontento. Il quale sfocia in richieste di interventi legislativi; e, poiché ben di rado gli interventi sono fondati su una analisi scientifica delle cause del male, ma su varie impressioni sentimentali, essi per lo più conducono a rimedi incongrui ed ulteriormente dannosi come protezioni doganali, manipolazioni, ossia falsificazioni monetarie, nazionalizzazioni, ossia burocratizzazioni e cioè irrigidimento ed incadaverimento dell’apparato produttivo.

 

 

Principiis obstat, dunque. Nel tempo stesso che, per salvare gli industriali indipendenti, quelli che non hanno chiesto aiuto al fascismo e non avranno domani bisogno dello stato per creare il nuovo e recare, profittando, servigio alla società, fa d’uopo partire in guerra contro ogni sorta di monopoli e privilegi; così importa fin dal principio negare alle leghe operaie ogni sorta di esclusività e monopolio. Le vecchie gloriose leghe britanniche e, vivaddio! anche le vecchie benemerite leghe operaie italiane e l’antica confederazione del lavoro sorsero e prosperarono in regime di libertà, reclutarono soci volontari e non “appartenenti” forzati, vissero col provento incerto di quote pagate finché ai soci piaceva pagarle in cambio dei servizi ricevuti e non col ricavo forzoso di centinaia di milioni di lire riscosse a mezzo della cartella esattoriale.

 

 

Se noi vogliamo che il movimento operaio ritorni ad essere quello che fu, sprone al progresso economico e sociale e fattore di elevazione umana, dobbiamo volere le leghe libere; libere, se così vogliono i soci, di unirsi o di vivere separate, non l’unica lega monopolistica, onnipotente in virtù di legge. I migliori contratti collettivi non furono quelli stipulati dalle universali uniche e coattive confederazioni fascistiche; ma quelli che erano stipulati prima del 1922 in Italia e sono oggi stipulati e, nonostante siano privi di sanzioni, sono osservati nei paesi di libertà. E dobbiamo volere altresì che le leghe libere si ispirino al principio di chiedere ed ottenere quelle condizioni del lavoro e quei salari, dati i quali tutta la popolazione lavoratrice sia occupata. Ogni altra politica non può non condurre all’impoverimento economico ed alla degradazione morale della collettività tutta e massimamente della classe lavoratrice.



[1] Con il titolo Glorie e pericoli delle leghe operaie. Una lega operaia monopolistica può avere interesse a creare disoccupazione? [ndr].

[2] Con il titolo Industria. Gloria e pericoli delle leghe operaie [ndr].

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