Governo e Pontefice contro le dottrine antisociali

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 04/02/1901

Governo e Pontefice contro le dottrine antisociali

«La Stampa», 4 febbraio 1901

 

 

 

Per una coincidenza singolare e degna di nota, pochi giorni dopo che il Papa aveva pubblicata la enciclica sulla democrazia cristiana, nella quale avvisava ai mezzi di scongiurare le paurose minacce di sconvolgimenti esiziali per la società, il Governo italiano presentava al Senato del Regno un disegno di legge inteso a difendere la società contro l’anarchia che la minaccia di rovina e di eccidii sanguinosi.

 

 

Aveva detto il Pontefice: «I socialisti copertamente si insinuano nel cuore degli Stati; tra le tenebre di occulte congreghe ed in pubblico, colle conferenze e cogli scritti, aizzano le moltitudini alle sommosse; rigettando ogni freno di religione, tacciono dei doveri e non esaltano se non i diritti, ed infiammano così turbe sempre più grosse di bisognosi, che per la loro miseria più facilmente cedono all’inganno e sono trascinate all’errore.»

 

 

Ed aveva fatto appello a tutti i buoni, a coloro che per nascita, per censo, per ingegno e per educazione godono di maggiore autorità tra i cittadini affine di conseguire i desiderati vantaggi pel popolo ed opporsi al dilagare delle dottrine antisociali.

 

 

L’altro ieri i ministeri del Re d’Italia, dopo aver presentato al Senato il disegno di legge contro gli anarchici ed avere affermato che il Governo farà tutto il suo dovere contro il fenomeno morboso dell’anarchia, si credono in obbligo di dichiarare che una grande responsabilità incombe sulle classi dirigenti italiane. A queste spetta educare le classi più umili a sentimenti civili; e senza questa educazione ben poco sarà possibile ottenere.

 

 

Noi non sappiamo quanta efficacia siano destinati ad avere codesti appelli del Papa e del Governo.

 

 

Purtroppo è scarsissima la fiducia delle classi dirigenti italiane in un Governo oscillante tra l’opposte influenze di partiti politici personali, e troppo debole per guidare un’alta impresa di pacificazione sociale. Raggiungerà forse più facilmente l’intento suo il movimento democratico- cristiano, di cui il Pontefice delinea i lineamenti sommi e le direzioni di condotta nella sua enciclica?

 

 

Per rispondere alla domanda interessante, è d’uopo conoscere che cosa sia in realtà – e non solo nella lettera dell’enciclica – questa democrazia- cristiana che dovrebbe spingere i ricchi ed i potenti a sollevare gli umili ed i poveri.

 

 

Dal giorno in cui Leone XIII pubblicò la famosa enciclica Rerum Novarum, si è ingigantito nel mondo cattolico questo movimento, il quale, confuso e nebuloso dapprima, ha acquistato a poco a poco precisione e profondità ed ha assunto il nome caratteristico di «democratica cristiana». L’enciclica novissima di papa Leone XIII Graves de commune viene in buon punto a spiegare quali siano gli intendimenti della Chiesa intorno alle idee democratico-cristiane.

 

 

L’enciclica non sconfessa né il nome né la sostanza della democrazia cristiana; solo inculca l’obbedienza illimitata ai dettami della Chiesa ed all’autorità dei vescovi, e raccomanda che le Associazioni democratico- cristiane osservino il dovuto rispetto ai maggiori Sodalizi cattolici esistenti in ogni paese, come, ad esempio, l’Opera dei Congressi in Italia. In questo modo l’enciclica non scontenta nessuno: né l’alta gerarchia ecclesiastica, la quale vede riassodata la sua autorità suprema in materia di indirizzo del pensiero e di azione; né i giovani democratici cristiani, le cui dottrine sono riconosciute giuste, pur raccomandando loro la concordia coi superiori e la temperanza nell’opera di propaganda; né le classi ricche e dirigenti, a cui si inculca il dovere della elemosina e della tutela verso i poveri, ma di cui si riconosce, nel tempo stesso, l’alta funzione sociale; e neppure le classi più bisognose, alle quali è detto essere doveroso provvedere con la carità e con svariate istituzioni di miglioramento sociale.

 

 

Ma se l’Enciclica papale consiglia la temperanza e la concordia, ciò non toglie che il movimento democratico-cristiano non sia inviso a molti fra i cattolici; i quali lo ritengono troppo audace e pericoloso. La democrazia-cristiana (e nell’esposizione della dottrina prendiamo a guida un libro recente del giovane ed ascoltato predicatore Giovanni Semeria,

intitolato l’Eredità del Secolo) combatte in verità la soluzione socialista del problema della miseria e della infelicità.

 

 

La combatte perché essa è tutta impregnata di materialismo, perché risolve tutta la questione sociale in una questione di stomaco, mentre invece l’uomo non vive di solo pane.

 

 

Quando il pane l’avrete dato a tutti ed abbondante, di cent’altre cose gli uomini sentiranno il bisogno, anzi allora questi bisogni superiori si faranno tanto più vivi quanto il più basso ed urgente sarà meglio soddisfatto.

 

 

La combatte perché il programma socialista, partendo dal principio che l’uomo nasce buono e la società lo guasta, si propone la felicità terrena come fine e la riforma esteriore come mezzo. La storia invece dimostra che la sufficienza di pure riforme esterne e sociali a ricondurre l’ordine è una colossale utopia. Non è il di fuori che va pulito, è il di dentro che va curato; non è la società, sono gli individui quelli da cui deve cominciare la riforma.

 

 

La combatte perché il collettivismo suppone di poter estendere a tutti gli uomini una organizzazione economica che è buona soltanto per taluni gruppi di persone specialissimi, come gli Ordini religiosi. Gli Ordini religiosi, a cui il Semeria appartiene, stanno da secoli attuando quello che il collettivismo preconizza.

 

 

«Noi – dice l’autore – si lavora ciascuno secondo la sua capacità e si riceve ciascuno secondo i suoi bisogni; ma all’atto pratico, proprio da noi si vede che la cosa non è facile, e sì che si tratta di pochi individui, guidati in genere e sorretti da un alto ideale religioso.»

 

 

Bisogna dunque ricorrere alla soluzione cristiana, la quale non potrà però, ammette subito l’A., essere una soluzione piena e perfetta. Il Cristianesimo parte infatti da questo fondamentale concetto, che la felicità completa sulla terra non la possono avere né i singoli individui, né le civili società; e non la possono avere qui appunto perché la felicità è una ricompensa riserbata nell’eternità ai dolori, alle lotte, alle fatiche del tempo.

 

 

Perciò la democrazia cristiana, conscia che il problema della felicità terrena è irrisolubile, propugna parziali ed umili riforme, rammenta ai ricchi i doveri della proprietà ed agli operai i doveri del lavoro.

 

 

Fin qui il democratico-cristiano Semeria si accorda coll’enciclica; ma il suo pensiero diventa molto più audace e non sappiamo quanto consono agli intendimenti pontificii quando parla nel seguente modo di emancipazione degli operai e di intervento dello Stato:

 

 

Nell’ordine economico i democratici cristiani vogliono diffondere quanto sia possibile la proprietà individuale; i cui mezzi precipui sono, per ora, la cooperazione individuale e l’intervento dello Stato. La proprietà non potrà diffondersi, specialmente nel campo industriale, se non per mezzo della cooperazione, la quale potrebbe intanto eliminare molti di quei congegni che, interponendosi tra il produttore ed il consumatore, rappresentano un lavoro parassitario e di sfruttamento.

 

 

Condurre l’operaio a possedere gli strumenti del suo lavoro, a raccoglierne almeno più direttamente i frutti, è impresa che i democratici cristiani vogliono affidata innanzi tutto alla iniziativa individuale, accompagnata da quelle migliorie morali, senza di cui gli incrementi economici non avverranno mai o non sono destinati a durare. Nel frattempo i democratici cristiani non rifuggono dall’invocare, dove l’opera individuale non basta, l’intervento dello Stato. Allo Stato essi domandano una legislazione del lavoro che impedisca l’eccessivo ribasso dei salari, la smodata fatica dell’operaio, il reclutamento barbaro nelle fabbriche di donne e di fanciulli. Allo Stato una serie di leggi che impediscano il frantumarsi della piccola proprietà a tutto vantaggio dell’usura e del latifondo. Chi legga l’enciclica di Leone XIII non vede alcun accenno a questa emancipazione del proletariato, che il Pontefice vuole bensì amorosamente tutelato e beneficato dal clero e dalle classi dirigenti, ma non ammaestrato a far da sé.

 

 

Tanto meno si vede alcun accenno all’opera integratrice dello Stato, che in Italia potrebbe essere soltanto l’italiano, a meno di supporre che il democratico-cristiano Semeria abbia voluto scrivere il suo libro nella nostra lingua soltanto perché servisse di modello di bello scrivere agli stranieri.

 

 

Questo contrasto tra l’atteggiamento innovatore della democrazia cristiana e il conservatorismo dell’enciclica ci ammonisce a dubitare intorno ai risultati pratici di un’azione i cui principii informatori sono incerti ed in qualche parte contraddittori.

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