Guerra politica e guerra commerciale
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 19/01/1917

Guerra politica e guerra commerciale

«L’Unità», 19 gennaio 1917

 

 

 

Nella nostra corrispondenza si moltiplicano le lettere di amici, che ci chiedono argomenti da studiare, ci fanno domande su difficoltà che si presentano al loro spirito, ci presentano obiezioni, ci invitano a pubblicare studi su determinati soggetti, ecc. ecc. Noi siamo lieti e orgogliosi di questo movimento d’idee, che sorge intorno al nostro giornale. Siamo lieti e orgogliosi sopratutto delle lettere di coloro, che ci dicono di non essere d’accordo con noi e che ci invitano a discutere le loro obiezioni. E preghiamo vivamente i nostri lettori a voler continuare e intensificare questa loro preziosa collaborazione al nostro lavoro. Solamente, occorre che essi ci permettano un poco di… respirare. Il nostro giornaletto non è molto ricco di spazio; i due direttori, e i collaboratori permanenti, non hanno a loro disposizione che 24 ore al giorno, molte delle quali sono preoccupate da altri doveri: a tutti i desideri, a tutti gli inviti, a tutte le … tentazioni, non è possibile pertanto, rispondere in breve tempo. A poco a poco, settimana per settimana, cercheremo di rispondere a tutti.

 

 

In questo numero, pubblichiamo una lettera, in cui un amico fra i migliori dell’Unità espone il suo dissenso dal nostro modo di vedere sulla questione doganale, e la postilla che Luigi Einaudi ha fatta a questa lettera.

 

 

La postilla dell’Einaudi dimostrerà, fra l’altro, ai nostri lettori quanti problemi e quante discussioni può sollevare una lettera breve e a prima vista semplice e chiara. Lo stesso avviene di parecchie altre lettere che ci pervengono giorno per giorno. Data la straordinaria complessità degli argomenti, che l’Unità vuole studiare, i lettori non devono sperare o pretendere di trovare in un numero solo la risposta a tutte le loro curiosità e a tutti i loro dubbi. Essi devono considerare l’Unità come un libro, di cui ogni settimana si pubblica un capitolo, e in un solo capitolo non si può avere il contenuto del libro intero.

 

 

Continuino, dunque, i nostri lettori a scriverci. Ma non siano impazienti nell’aspettare le risposte.

 

 

Cara «Unità»,

 

 

Permettimi alcune osservazioni sulla campagna, che conduci contro il protezionismo doganale, e contro una guerra commerciale in riguardo agli Imperi centrali.

 

 

L’ideale sarebbe che non vi fossero più barriere doganali e daziarie; ma l’ideale spesso dà di cozzo col reale.

 

 

Ecco perciò il ragionamento, che mi son fatto, dopo quanto è risultato evidente dacché l’Europa è in convulsione.

 

 

Pur essendo d’opinione che ogni cittadino di qualsiasi Stato dovrebbe avere il diritto di comprare la merce, che più gli aggrada, sia per il prezzo, sia perché rispondente ai suoi bisogni, senza guardare alla origine di questa, tuttavia per la difesa della collettività non vedo possibile l’uso di tanta libertà.

 

 

Quando si pensi che una Nazione come la Germania, con lo scopo di rovinare le industrie di altre nazioni, ha mandato all’estero le sue merci sottoprezzo scapitando fortemente da principio, e così si è impadronita delle industrie dei paesi avversi, e può dopo elevare i prezzi oltre il valore reale; quando una Nazione consimile ha tentato di sottomettere economicamente le altre Nazioni in tal modo, cercando poi di dar loro il colpo di grazia con le armi; io comincio a credere che il bene dell’individuo debba scomparire di fronte al bene degli individui che costituiscono la Nazione, e che si deve trovare, in qualche modo, una difesa a questo genere di commercio subdolo.

 

 

Non penso già che si stabiliscano dazi doganali tali da favorire pochi speculatori, senza compenso della collettività; ma certo qualcosa si deve fare per evitare di ricadere sotto il dominio teutonico.

 

 

Sono con l’Unità quando trova illogico e stupido il boicottaggio della merce tedesca. Ma da questo a lasciare ai tedeschi campo libero per soffocarci nuovamente con i loro prodotti, c’è tal distanza da poter trovare una via intermedia, in modo che si stabilisca uno scambio di prodotti diciamo alla pari, favorendo invece, da ora in avanti, i prodotti delle Nazioni alleate.

 

 

L’Inghilterra, per quanto io sappia, ha invaso il mondo con i suoi prodotti, ma non con lo scopo subdolo con cui l’ha invaso la Germania.

 

 

Dunque, se non sarà una vera guerra commerciale che si dovrà combattere con gli Imperi centrali dopo la guerra decisa con le armi, certamente vi sarà da escogitare il modo con cui gli scambi dovranno esser fatti senza danno nostro.

 

 

Conclusione: con la campagna che fa l’Unità vediamo di non cadere dalla padella nella brace e di fare, senza volerlo, gli interessi dei tedeschi.

 

 

E. B.

 

 

POSTILLA

 

 

I problemi che E. B. solleva colla sua lettera sono molti e gravi; e poiché, a trattarli adeguatamente, occorrerebbe un lungo studio e non una semplice postilla, mi limiterò a schierarli, per così dire, indicando di essi la portata e le principati difficoltà.

 

 

 

 

I. Vi è innanzi tutto un problema politico-militare.

 

 

Non bisogna esagerare la cosa e credere che tutti i tedeschi si recassero, prima della guerra, all’estero per fungere da lunghe mani del governo tedesco intento ad impedire il sorgere di industrie inservienti alla guerra o, se sorte, a sottometterle ad una direzione ligia ai suoi voleri.

 

 

Per lo più, si recavano all’estero semplicemente per guadagnare col lavoro, coll’industria, con il commercio e con la banca, meglio di quanto non guadagnassero in patria. Se taluni di essi raggiunsero posizioni eminenti e poterono perciò rendere servizi non piccoli al governo patrio contro gli interessi dei paesi che li ospitavano, il merito è della loro capacità tecnica, dello scrupolo con cui adempievano ai loro compiti, studiandosi di rendere di più di quanto non costassero, della bontà delle merci che vendevano. E la colpa è della incapacità tecnica dei loro concorrenti italiani, francesi, inglesi, della tendenza non infrequente nei nostri subordinati a farla al principale e della relativa inferiorità della merce venduta.

 

 

Dopo la guerra, il pericolo politico tedesco sarà, almeno per alcuni decenni, grandemente diminuito per la diffidenza da cui i tedeschi saranno dappertutto circondati e che loro impedirà di riconquistare tutti i posti di fiducia di prima.

 

 

Ma è certo che, per eliminare durevolmente il pericolo, sarebbe bene che col frattempo gli italiani, per parlare soltanto di noi, sviluppassero quelle doti di preparazione dottrinale, di tecnicismo, di diligenza e di coscienziosità nel lavoro compiuto, per cui i tedeschi erano apprezzati.

 

 

La cosa non dovrebbe essere impossibile, se si pensa che, durante la guerra, abbiamo organizzato un esercito, e questo ha imparato a fare la guerra. Niente di male nell’imparare dagli avversari, aggiungendovi quel meglio che noi potremo.

 

 

Ma in tutto ciò poco hanno a che vedere i dazi protettori; e molto l’istruzione, l’educazione e la coscienza del dovere.

 

 

II. I dazi possono servire soltanto a tener lontani quei prodotti tedeschi i quali, venendo in Italia, impedirebbero il sorgere delle industrie indispensabili alla difesa del paese nel momento della guerra.

 

 

Gli economisti sono tanto più propensi a riconoscere la legittimità della protezione doganale in questo caso, in quanto essi unanimi, da Adamo Smith (1776) in poi, ben prima che i neonati protezionisti italiani venissero ad insegnarcelo, affermarono che poteva essere necessario stabilire dazi doganali per tutelare l’esistenza delle industrie di guerra.

 

 

Il problema da risolvere non è sul principio, che è pacifico, ma sui limiti delle sue applicazioni. A sentire i neo protezionisti, tutto è industria di guerra, perché tutto, anche il vino, serve all’esercito o alla popolazione di un paese belligerante.

 

 

Il partito più ragionevole sembra a me, invece, di distinguere fra le industrie degli armamenti in senso stretto (costruzioni di navi da guerra, fabbricazione di cannoni, fucili, munizioni) e le industrie sussidiarie, semplicemente produttive delle materie prime necessarie alle industrie degli armamenti e degli alimenti e forniture diverse occorrenti per l’esercito e la popolazione civile.

 

 

Per le industrie degli armamenti, mi riferisco alla soluzione esposta da me nel numero 3 di questo giornale. Trattasi di un affare di Stato, da sottrarsi alla iniziativa libera privata. Qui non servono o non bastano i dazi protettori, ma occorre adottare un metodo, il quale combini l’efficienza produttiva dell’industria privata con la padronanza dello Stato sugli scopi e sui mezzi di esercizio dell’impresa.

 

 

Per le altre industrie, bisognerà discutere caso per caso e scegliere la soluzione più economica.

 

 

III. Per citare un esempio, non basta dire che il dazio, attualmente sospeso, di lire 7,50 per quintale di grano è necessario per garantire l’Italia contro il pericolo della carestia in tempo di guerra, ma occorre dimostrare:

 

 

  • che il dazio di lire 7,50 è efficace per raggiungere l’intento. E poiché l’esperienza fatta sino al 1914 pare sia stata negativa, indicare quale altro dazio più alto si suppone efficace a far produrre in Italia tutti i 60 o 65 milioni di quintali che ogni anno ci occorrono;

 

  • dimostrare che quest’altro dazio non produrrebbe la diminuzione di altri prodotti, come il granoturco, i foraggi e quindi il bestiame, altrettanto necessari, come il frumento, in tempo di guerra;

 

  • dimostrare che i costi che anno per anno l’Italia sopporterà per assicurare la necessaria produzione interna di frumento per es., di 250 milioni di lire all’anno, sono inferiori alla spesa che bisognerebbe impostare nel bilancio della marina per la costruzione di tante navi da guerra e di tanti sottomarini quanti basterebbero per renderci rispettati da qualunque paese forestiero e per far andare via la voglia di averci nemico a chi potrebbe disturbare i nostri trasporti marittimi;

 

  • dimostrare che il fatto di produrre in casa il frumento necessario al consumo interno è cagione di tanta forza militare e di tanto ascendente politico e perciò economico quali si avrebbero se la identica somma fosse spesa in altro modo.

 

 

Bisognerà prendere in considerazione anche la probabilità di guerre future, il tempo di loro occorrenza ecc. ecc. Guerre simili all’attuale si hanno a distanza grande l’una dall’altra. L’ultima guerra, che interruppe le comunicazioni e produsse uno sconquasso industriale paragonabile a quello odierno finì nel 1815. In tutte le altre guerre combattute tra il 1815 ed il 1915 le difficoltà degli approvvigionamenti, anche bellici, non diedero luogo, tenuto conto dei tempi, ad apprensioni notevoli. Val la pena di pagare il frumento 7 o 10 o 15 lire di più per quintale durante 97 anni di pace o di guerre tollerabili per evitare di pagarlo 30 od anche 50 od anche 75 (da 25 a 100 lire al quintale) lire di più durante 3 anni di guerra gigantesca? Non ci sono altri mezzi più economici di raggiungere il medesimo intento? Maggiori scorte di frumento, di carbone, di ferro (per questi ultimi è inutile sperare di ottenere all’interno produzioni sufficienti) non potrebbero essere organizzate convenientemente?

 

 

IV. Il problema è inoltre economico in senso proprio.

 

 

Qui la lettera di E. B. ripete le argomentazioni di coloro che vogliono dazi speciali di ritorsione contro il cosidetto dumping tedesco. «Finché» – si dice – «lo straniero si limitasse ad inviarci merci sue a più buon mercato o migliori delle nostre, niente di male od anzi molto di bene. L’Inghilterra così opera e nessuno se ne lagna. Il male tedesco invece è di venderci prodotti a sotto costo, allo scopo preordinato di rovinare le nostre industrie; e queste distrutte, rialzare i prezzi a nostro danno».

 

 

Non è possibile in un solo articolo di un piccolo giornale discutere l’argomento in maniera appena appena sufficiente. Comincerò a rimandare E. B. ad uno studio del prof. P. Jannaccone: Prezzi di guerra – A proposito di sindacati, di dumping e di protezione (in «Rivista delle Società commerciali», 30 giugno 1914), ad un fascicolo della Riforma Sociale (marzo 1915), tutto dedicato al dumping e contenente articoli dei proff. Loria, Cabiati, Jannaccone, del marchese Ridolfi, ecc.; e ad uno studio del prof. Cabiati: La Mitteleuropa e le più recenti allucinazioni dei protezionisti (in volume I Problemi finanziari della guerra, estratto dal Giornale degli Economisti, Athenaeum, edit., Roma, 1916).

 

 

E farò poche osservazioni, tanto per non cavarmela solo con qualche rinvio:

 

  1. Sta di fatto che esempi di industrie distrutte dal dumping non ne furono citati; e neppure si indicarono casi di elevamento di prezzi avvenuti dopo la ipotetica distruzione. Grandi lagnanze; solite a farsi in ogni caso di lotta commerciale; ma fatti probanti pochi. Nei pochi casi nei quali pare probabile che un’industria non sia sorta o sia intisichita a causa del dumping, non si badò ad altre industrie che prosperarono a causa del dumping. L’industria meccanica, e la industria delle conserve prosperarono grandemente in Inghilterra a causa delle svendite tedesche di ghisa, ferro e zucchero a cosidetto sotto costo;

 

  1. sta di fatto che assai più acerbe e forse più spiegabili delle lagnanze italiane, francesi ed inglesi contro il dumping tedesco, furono le lagnanze degli industriali tedeschi consumatori di ghisa e ferro contro i loro connazionali produttori di queste materie prime, i quali le esportavano all’estero a prezzo vile pur di poterne mantenere elevato il prezzo all’interno. Voi, dicono le industrie consumatrici tedesche, favorite l’estero a danno delle industrie nazionali!

 

  1. sta di fatto che l’Inghilterra ebbe, prima della Germania, a patire la sua parte di accuse. Basta leggere il Sistema di Economia nazionale del List per persuadersi che nella prima metà del secolo XIX tutte le accuse che oggi si muovono alla Germania, allora si muovevano contro l’Inghilterra. Né pare che questa sia riuscita ad impedire lo sviluppo industriale dei suoi rivali; né è dimostrato che in questo sviluppo abbia avuto parte principale od anche solo notevole la protezione doganale;

 

  1. finora nessun metodo pratico è stato inventato il quale potesse combattere il dumping, pur fatta l’ipotesi che sia utile combatterlo.

 

 

V. Non serve il metodo americano, il quale applica un dazio di ritorsione uguale al sussidio o premio all’esportazione accordato da un governo estero; poiché i governi non danno, se non rare volte, premi all’esportazione; ed il dumping si fa da privati con mezzi proprii.

 

 

Non giova il metodo canadese il quale colpisce di dazio di ritorsione ogni merce importata nel Canadà ad un prezzo inferiore al prezzo corrente nel paese d’origine. Come conoscere il prezzo corrente nel paese d’origine? In che momento correva? Non cambiano i prezzi continuamente? A quale riferirsi? Come tener conto delle diverse qualità e condizioni di vendita? Come evitare inoltre, osserva bene lo Jannaccone, che i produttori tedeschi vendano prodotti siderurgici ai loro rappresentanti al prezzo tedesco? Ecco il ferro importato in Italia senza dumping, e senza alcuna differenza di prezzo in confronto col prezzo in Germania. Una volta che poi il prodotto tedesco è sdaziato e nazionalizzato, chi può impedire al rappresentante italiano del produttore tedesco di perdere denari, vendendo ad 80 ciò che ha comprato a 100?

 

 

Obbiezioni simili solleva ogni proposta finora fatta per combattere il dumping. Trattasi di proposte impraticabili e quasi sempre produttive di un danno maggiore del malanno che vogliono evitare.

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