I 200 milioni e la corruzione dei costumi politici…

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/04/1922

I 200 milioni e la corruzione dei costumi politici…

«Corriere della Sera», 1 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 638-640

 

 

 

I danni dell’intervento dello stato nelle cose private sono palesi dalla fatuità con la quale uomini investiti di alto ufficio pronunciano incredibili cose senza esserne essi medesimi scandalizzati e senza eccitare scandalo negli ascoltatori. Lo spirito pubblico è stato siffattamente pervertito dalla lunga inframmettenza degli uomini politici in faccende di cui non si intendono né punto né poco, che la reazione è fiacca ed il palato è divenuto quasi insensibile alle notizie più assurde.

 

 

Ecco l’on. De Vito, ministro della marina, il quale non solo è deliberato a far fare 200 milioni di debiti allo stato per far fabbricare navi di cui è grandemente dubbio il bisogno, in un momento in cui la merce «nave», è una delle più vilmente abbondanti che ci siano sul mercato; ma si vanta pubblicamente, dinanzi ad una commissione di 30 senatori e deputati, di poterne disporre per distribuirli qua e là, a questo o quel cantiere, a seconda che egli riterrà opportuno. Vuol viaggiare, il ministro De Vito; girare i cantieri d’Italia, sentire le querimonie dei loro proprietari ed «affidare a ciascuno di essi, secondo le rispettive facoltà lavorative, la costruzione e la riparazione di piroscafi e di navi da guerra, ecc. ecc.; dichiarando che, prima di procedere all’assegnazione di tali lavori, intendeva rendersi conto della situazione esistente in ciascun cantiere».

 

 

Né pare, a giudicare dai resoconti dei giornali, che nessun senatore e nessun deputato abbia avuto alcunché a ridire. Ognuno di essi, tra sé e sé, avrà pensato che le parole dette erano per la platea e che la realtà sarebbe stata ben diversa. «Ci penseremo noi a dimostrare che il cantiere situato nella nostra circoscrizione politica è il migliore di tutti, quello che ha la più grande potenzialità lavorativa. Di quei duecento milioni, una buona parte spetta a me e la assegnazione alla mia provincia mi procaccerà lode e seguito e voti di preferenza nelle venture elezioni generali».

 

 

Ecco la pura, la nuda, la sola verità. Né l’on. De Vito, né alcuno dei parlamentari ha la minimissima capacità di dire se e dove e quando devono essere costruite navi. Chi parla o pensa diversamente pecca, forse senz’avvedersene, di superbia. Le navi si costruiscono dai proprietari di cantieri se e quando presumono di venderle con profitto ad armatori liberi d’acquistarle dove e quando credono. Se questi armatori pronti ad ordinare navi non ci sono, perché una nave dev’essere costruita? E perché deve un ministro, proprio lui, giudicare quale dei cantieri deve costruire la nave? L’unico criterio onesto e legittimo è, a parità di qualità, il prezzo. Chi produce a minor prezzo, colui merita di ottenere la commessa. Non c’è nessun bisogno che i ministri vadano in giro a farsi infinocchiare dagli industriali più astuti a vendere lucciole per lanterne o a far finta, con grosse parole, di far il bene pubblico, ammiccando a vicenda, come facevano gli auguri antichi. Se commesse si devono dare, il solo merito deve decidere; e l’unico criterio del merito, tenuti fermi i requisiti di qualità, è il prezzo. Chi produce a minor prezzo, ha diritto a servire il pubblico. Ogni lira pagata in più, è una lira rubata ai contribuenti, è un delitto contro il paese.

 

 

Il peggior danno dei favori elargiti dallo stato, come pure del protezionismo, non è il danno economico; è la corruzione della vita politica. Il ministro che ha 200 milioni da distribuire diventa un centro di immoralità politica. Sono corrotti i rapporti fra industriali e governo; dandosi la prevalenza non ai migliori produttori, ma ai procaccianti, ai maneggioni di anticamera, a coloro che fan la spola tra la provincia e Roma ed hanno a Roma ai loro servizi mezzani di alto bordo, forniti di entrature facili nei ministeri. Sono corrotti i rapporti fra deputati e ministri; poiché non esiste assolutamente alcuna differenza tra il metodo che una volta si teneva di pagare i deputati privatamente per ogni voto favorevole – tutti ricordano che nel secolo diciottesimo in Inghilterra i deputati mettevano svergognatamente all’incanto i loro voti – e quello seguito ora di accattarne i favori concedendo 200 milioni ai cantieri navali, 1.000 milioni per la disoccupazione, dazi doganali proibitivi a questa o quella industria. La differenza non è morale; essendo amendue le specie di corruzione abiettissime; è finanziaria, e sta in ciò che a Walpole in Inghilterra bastavano poche migliaia di lire sterline per comprare il voto della maggioranza della Camera dei comuni; laddove oggi occorrono le centinaia di milioni ed i miliardi per far vivere un gabinetto. La corruzione è divenuta tanto più pericolosa quanto più i singoli ministri e deputati sono personalmente inattaccabili. Chiedere per altri, per la propria provincia sembra essere divenuto atto nobilissimo. A tanto è giunta, coll’annebbiarsi delle idee, la perversione dei costumi!

 

 

 

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