I 200 milioni per la marina mercantile la commissione della camera contro il proposto decreto-legge

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/09/1921

I 200 milioni per la marina mercantile la commissione della camera contro il proposto decreto-legge

«Corriere della Sera», 4 settembre 1921[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 326-331

 

 

 

Alla vigilia della convocazione della commissione della camera dei deputati la quale deve esaminare il secondo progetto Belotti per la costruzione di 200 milioni di lire di piroscafi misti per conto dello stato, è doveroso dire ancora una parola sulla questione, importante in se stessa ed importantissima per il suo significato costituzionale. A ragione il prof. Cabiati sul «Secolo» ricorda essere stato merito della pubblica stampa l’aver indotto il governo a respingere il tentativo primo degli armatori di portar via 2 miliardi ai contribuenti con la invocata proroga pura e semplice per cinque anni del decreto De Nava; e poi il tentativo secondo di contentarsi dei 700 od 800 milioni dei progetti Alessio. Siamo al terzo tentativo, dei 325 milioni, già riuscito per 125 milioni destinati a consentire l’ultimazione di navi già impiantate sul cantiere, e che ora si vuole completare per gli altri 200 milioni, con cui si farebbe costruire per conto dello stato un certo numero di piroscafi misti, per merci e per passeggieri, consentendo così di utilizzare parte del materiale pronto sul cantiere.

 

 

Il Cabiati, suppongo per disperazione, si acconcia a quest’ultimo tentativo, a condizione che i 200 milioni non siano distribuiti a tutti i 90 cantieri esistenti, ma soltanto a quelli di essi che siano capaci a vivere (non più di 40 in tutto) e che si dimostrino tali offrendo di assumere la costruzione al prezzo unitario più basso. Sono d’accordo che, in tesi subordinata, se lo stato si deciderà a far costruire navi per conto suo, debba farle costruire dai cantieri che si assumano il compito al minor prezzo. Troppi cantieri improvvisati sono sorti durante la guerra, troppi contadini si sono trasformati in operai navali allo scopo di imboscarsi, troppa gente incapace si è messa a fare il mestiere del costruttore navale per lo stesso scopo, perché si possa consentire che la bazza continui a danno dei contribuenti. Si chiudano i cantieri, vadano in rovina gli improvvisati e balordi costruttori, ritornino alla terra gli operai. Sarà tanto di guadagnato per l’economia del paese. Questa esige il trionfo dei più adatti e può prosperare soltanto quando capitale, intelligenza e lavoro saranno concentrati nei cantieri migliori.

 

 

Ma l’accordo col Cabiati finisce a questo punto; od almeno io non sono tanto pronto a darmi per disperato intorno agli altri punti del problema dei 200 milioni.

 

 

Egli vuole – facendo spendere i 200 milioni per conto dello stato e non dandoli, come desidererebbero gli armatori, a titolo di compensi a fondo perduto alle costruzioni private -, lasciare impregiudicata la questione fondamentale, se lo stato debba dare un aiuto alle costruzioni navali. Benissimo. Lasciare impregiudicata vuol dire, immagino, non far decidere per arbitrio di governo ciò che deve essere unicamente deliberato dal potere legislativo. Se è così, v’è un’altra questione, ugualmente fondamentale, da lasciare impregiudicata: se lo stato debba far costruire navi per proprio conto. Perché il governo dovrebbe decidere esso, sia pure col consenso di una commissione di un ramo del parlamento, questo problema così grosso? Per dare, così si risponde, un lenimento alla disoccupazione. Ma se questo motivo bastasse, perché il governo, di suo arbitrio e senza chiedere il consenso del parlamento, non compra o non fa costruire per conto suo automobili, case, tessuti e quei mille prodotti delle tantissime industrie, in cui infierisce la disoccupazione non meno che nei cantieri navali?

 

 

Che, facendo comprare questa o quella merce dallo stato si lenisca la disoccupazione, ho già dimostrato essere per lo più una grossa fandonia. Si occupano gli uni e si disoccupano gli altri. Lo stato porta via i denari ai risparmiatori e distrugge la domanda di lavoro che questi avrebbero fatto. Sostituisce ad una domanda di lavoro probabilmente fatta dai singoli in molti luoghi, in campagna e in città, per motivi e con risultati economici, un’altra domanda di lavoro, concentrata nei pochi centri nei quali imperversano gli schiamazzatori più turbolenti. In ultima analisi e per lo più, lo stato cresce, con il suo intervento, la disoccupazione. Tra coloro i quali affermano che i 200 milioni debbano essere spesi per lenire la disoccupazione e coloro i quali sostengono che bisogna pigliarsene ben guardia perché, spendendoli, si acuisce la disoccupazione, perché deve decidere il governo? Chi l’autorizza a far ciò? Quale articolo dello statuto o di legge l’autorizza a farsi mettere la sabbia sui suoi decreti da una qualche commissione parlamentare?

 

 

Ed è bene lasciare impregiudicata un’altra questione, pur essa fondamentale: se lo stato debba esercitare esso linee di navigazione. So bene che questa non è una questione messa direttamente oggi sul tappeto. Ma è inutile fare delle smorfie di orrore o di meraviglia; è inutile prendere impegni più o meno solenni di non volere, facendo costruire navi per conto dello stato, pregiudicare la diversa questione dell’esercizio di stato della navigazione. Chi non vuole che l’uomo cada in peccato, non deve fornirgli occasioni di peccare. Se lo stato possederà navi, sarà spinto dalla tentazione irresistibilmente a peccare ossia a navigare; con quali perdite disastrose si può immaginare chi ricordi le poche cifre spaventevoli, di miliardi, che i ministri del tesoro di quando in quando si sono lasciati per isbaglio indurre a confessare. Lo stato, dice il Cabiati, venderà queste navi; e pare possa venderle per 170 milioni, perdendo 30 milioni sui 200 di costo. Il ciel volesse che la perdita si limitasse a 30 milioni! Chi ci garantirà, che per forza maggiore o per altre diavolerie impreviste, le navi impostate sui cantieri per conto dello stato non costino già 200 milioni e non siano ancor finite?

 

 

Ed è proprio certo che lo stato possa vendere queste sue navi? Anche ammettendo che esso non voglia esercirle direttamente, ci sono mille altri modi di sprecare, con navi di stato, i denari dei contribuenti. Immagino che tutti i membri del parlamento abbiano ricevuto un elegante opuscolo in cui sono elencate le linee esercitate per conto dello stato sulle quali i senatori ed i deputati hanno diritto di viaggiare gratuitamente (vitto a parte) essi e le loro famiglie; quest’ultime limitatamente a tre viaggi d’andata e ritorno all’anno e per compagnia esercente. Se ho capito bene, lo stato fa esercitare per suo conto, ossia, se in lingua italiana le parole hanno il consueto significato, a suo rischio e beneficio, da ben 16 diverse compagnie, un centinaio circa di linee, le quali vanno, dai viaggi tra i diversi porti della penisola e delle isole, a quelli a Tunisi, Tripoli, Siria, Grecia, Costantinopoli, Mar Nero, Eritrea, Somalia, Aden, Zanzibar, Ceylon, India, Estremo Oriente. Tutto ciò potrà essere piacevole per i parlamentari desiderosi di viaggiare per il mondo, ma è spaventevole per il contribuente. E ad uno stato che compie tali misfatti, in silenzio, senza che nessuno ne sappia niente, dobbiamo consegnare navi bell’e nuove, per 200 milioni di lire? Che cosa volete che ne faccia, fuorché continuare sulla bella via intrapresa con tanto slancio? Mancano all’elenco stupefacente linee «urgentissime» per l’Australia, il Canada, la Terra del Fuoco, il Capo Nord, il Capo di Buona Speranza, tutti paesi interessantissimi a visitarsi per viaggiatori a biglietto gratuito o ridotto. Quando le navi ci saranno, come resistere alla tentazione?

 

 

Non è evidente che, per lo meno, prima di decidere se con un bilancio in disavanzo per 5 miliardi all’anno, si debbano fare ulteriori debiti per 200 milioni, debba essere interessato il parlamento?

 

 

Questo può anche decidere, se lo crederà, la propria decapitazione. La camera potrà sanzionare la nuovissima teoria costituzionale che le spese si possono fare col solo voto favorevole della commissione di finanza e tesoro. Essa potrà dire:

 

 

«Sì; io non sono in grado di funzionare, io sono incompetente o sono composta in maggioranza di incompetenti. Tutti i competenti li ho cacciati nella commissione di finanza e tesoro ed in quella dell’economia nazionale. Essi sono ivi in esatta proporzione ai partiti di cui mi fregio; e quindi mi rappresentano mirabilmente, come un viso si riflette nell’immagine dello specchio. Decidano per me le commissioni. Io me ne lavo le mani».

 

 

La camera, se crede, può dir questo ed altro; ed una volta pronunciata la parola della camera, l’eresia conclamata diventa verità di fede. Finora però, la camera non ha detto nulla. Non ha neppure accettato il principio generico di spendere i 200 milioni, deferendo alle commissioni il compito di fissare le modalità dello spendere. Sarebbe un compito più modesto, forse utilmente deferibile alle commissioni, per sgravare il corpo deliberante supremo di una moltitudine di particolari ingombranti. Fino ad oggi, è bene ripeterlo, la camera non ha neppure detto questa parola più modesta; e le sue commissioni non hanno perciò il menomo potere in materia. Se esse se lo arrogheranno, usurperanno poteri altrui e meriteranno di essere messe in stato d’accusa per violazione di poteri legislativi.

E v’è un altro corpo supremo, il quale deve essere chiamato a compiere il suo suicidio: il senato. In materia di spese, il senato, è vero, deve decidere dopo la camera dei deputati. Ciò pospone, non distrugge affatto la sua facoltà di discutere ed eventualmente di respingere la spesa. Con quale inqualificabile arbitrio, con quale aperto sopruso il governo pensa di poter far libito di sua volontà, senza neppure chiedere al senato che cosa ne pensi in materia? tanto più quando si rifletta che la nuovissima teoria costituzionale secondo cui il governo può far leggi di suo arbitrio, perché la camera è incompetente ed è in mille altre faccende e sproloqui politici affaccendata, consiglierebbe per l’appunto di chiedere il parere del senato nel cui seno i competenti in materie navali e finanziarie non sono pochi, e sono sicuri di farsi ascoltare da un’assemblea attenta e desiderosa di mostrare il suo interessamento per i problemi più gravi del bilancio e dell’economia nazionale.

 

 

Orsù! lo si confessi apertamente. Non è l’urgenza di provvedere alla disoccupazione, non sono motivi politici alti, i quali spingono il governo a commettere l’abuso enorme di far spendere per decreto-legge 200 milioni di lire. Se v’è urgenza, si convochi il parlamento. Dinanzi alla necessità di rimediare alla disoccupazione, e di provvedere i mezzi di far rifiorire la marina mercantile, camera e senato non rifiuteranno di sedere anche in settembre. L’anno scorso, per approvare i provvedimenti finanziari Giolitti, la camera sedette sino verso la fine d’agosto ed il senato andò a casa in fine di settembre. Ciò che si fece l’anno scorso, perché non si può fare quest’anno? Rifiutare la convocazione delle camere, attribuire alle commissioni di un sol ramo del parlamento poteri incostituzionali è tale grave affronto allo statuto, che non lo si può spiegare con motivi plausibili. No. Il governo non può rimanere sotto il vergognoso sospetto di aver voluto favorire interessi privati opposti all’interesse collettivo.

 

 



[1] Con il titolo I 200 milioni per la marina mercantile. La commissione della Camera contro il proposto decreto-legge. Si convochino le Camere. [ndr]

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