Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

I 60 o 93 milioni regalati alla cooperativa dell’on. Giulietti

«Corriere della Sera», 21[1] e 26[2] maggio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 729-736

 

 

 

I

 

La vendita a prezzo di favore alla cooperativa Garibaldi

 

L’on. Giulietti, segretario della federazione della gente di mare, ha dovuto di questi giorni sopportare un vivacissimo assalto per la vendita fatta dallo stato di cinque piroscafi ad una cooperativa Garibaldi di cui egli è l’anima e di cui il comandante Rizzo, nome caro ad ogni italiano, è il presidente. Il fatto è questo: cinque navi, venute in possesso del governo italiano per ragione di guerra, furono vendute per bonarie private trattative alla cooperativa Garibaldi, costituita dal Giulietti fra i marinai a lui fidi, ad un prezzo di sette milioni. Il prezzo corrente delle navi, in libero mercato, e invece di cento milioni di lire. Il Giulietti ammette sostanzialmente la cifra di 100 milioni, che qualche critico con benevolenza riduce a 62. Di qui l’accusa fatta al governo di essersi voluto ingraziare il temutissimo capo di una delle meglio organizzate corporazioni operaie italiane con questo regalo gratuito di 93 milioni, tolti ingiustamente al tesoro dello stato. E Dio sa se il tesoro italiano abbia oggi bisogno di far regali e di accrescere perciò necessariamente d’altrettanto il debito dello stato!

 

 

Da quanto ho potuto capire, il fatto non è negato da nessuno, né dal governo né dall’on. Giulietti. Ma, poiché esso è certamente, nella sua nudità, tale da far rimanere a bocca aperta anche chi sia ferrato ad ogni più straordinario racconto di sprechi del pubblico denaro, così il capitano Giulietti fu indotto a difendersi in un’intervista sul «Giornale d’Italia». La difesa è dettata nel tono di chi è seccato si sia fatto tanto rumore intorno ad una cosa da nulla; ma infine è una difesa, la quale è ancora più straordinaria dell’elegantissimo passaggio dei 93 milioni che essa intende spiegare.

 

 

In primo luogo, sembra voler dire sottovoce il capitano Giulietti, i 93 milioni furono regalati ad una cooperativa di marinai, ossia di «proletari». Quindi…; ma il quindi non è pronunciato che a mezza bocca, perché l’argomento dà un suono falso. A questa stregua chi non si professerà proletario e cooperatore in Italia? Non vorranno essere tali soltanto marinai e facchini di porto, abituati a salari di 40 e di 60 e di 80 lire al giorno; ma anche autentici borghesi, di quei falsi borghesi che amano lavorar poco e prendere il colore dell’ora che volge per vivere a ufo, mangiando i denari dello stato. O non è l’Italia coperta di false cooperative, la cui unica ragion di vita è di spillar quattrini al pubblico erario, terrorizzando ministri e funzionari deboli?

 

 

In secondo luogo, oggi c’è rischio a comperar navi. Valgono 20, quando nell’anteguerra valevano 1; e tendono a ritornare al prezzo antico, perché i noli vanno ribassando. Quindi nessuno avrebbe interesse a comprare oggi a 20 ciò che si sa dovrà valere fra qualche anno 1 o 2, perché non si è sicuri di ammortizzare nel frattempo con il ricavo di noli altissimi il sovraprezzo di 18 o 19. Fa d’uopo perciò che lo stato intervenga a pagare il sovraprezzo, accollandosi il rischio che i privati non sono in grado di sostenere; e permettendo in questa maniera il costituirsi di una forte marina mercantile.

 

 

Dico che il ragionamento è assurdo. Sul mercato libero e nell’ipotesi che lo stato non intervenga con premi di nessuna specie, la nave non può valere 20, se il compratore non spera di ricuperare tutti i 20 dai noli sperati in futuro e dal prezzo normale a cui la nave in avvenire si fermerà quando l’attuale periodo sarà sorpassato. Ci si pensi un momento; e si vedrà subito che i venditori non sono assolutamente in grado di pretendere un prezzo maggiore. Come è immaginabile che il possessore di una nave riesca a venderla oggi a 20 milioni di lire, se il compratore non speri di riprendersi la somma spesa grazie ai noli sperati ed al ricavo della nave rivenduta sia pure ad 1 milione solo fra qualche anno? È assurdo che il prezzo della nave non sia uguale a quello che conviene pagare. Non monta nulla che i noli tendano a ribassare od a crescere. In amendue i casi, si tiene conto della tendenza nel prezzo, il quale sarà più basso o più alto appunto a ragione dei timori di ribasso o delle speranze di aumento dei noli. La necessità dell’intervento dello stato per rendere possibile l’acquisto di navi è una favola. Certo è elegantissimo acquistare per 1 milione una nave che ne vale 20; ma non si dica che ciò è necessario per comprare la nave. È necessario solo ed esclusivamente per farsela pagare dai contribuenti ed averla così in regalo.

 

 

Ma, ribatte il capitano Giulietti, – ed è questo il suo terzo argomento – era necessario che la mia cooperativa acquistasse per 7 ciò che val 100 milioni, perché essa si obbliga a far trasporti per conto dello stato a noli più bassi non si sa se di quelli correnti o di quelli pagati per il decreto De Nava, così da restituire all’erario sotto forma di ribassi di noli i 93 milioni di regalo oggi ricevuti.

 

 

Campa caval che l’erba cresca; vien fatto di osservare. I 93 milioni di regalo sono un fatto attuale e certo. Il capitano Giulietti li ha avuti certamente in graziosissimo regalo o li ha fatti regalare ai suoi marinai, ossia ad una classe ristretta a spese della collettività . Quanto al restituire il regalo ricevuto, chi vivrà vedrà . È probabile che nessuno mai più ne abbia a veder nulla. Mutano gli uomini e mutano i noli. Come fare il calcolo esatto dei sottonoli di cui il capitano Giulietti ed i suoi cooperatori faranno godere lo stato in avvenire? Come fare a distinguere i sottonoli dai ribassi di noli che si sarebbero ugualmente verificati per ragion di concorrenza, e nonostante i quali oggi sarebbe giustissimo pagar le navi non 7 ma 100 milioni di lire? Quali salari e partecipazioni verranno dati ai cooperatori della Garibaldi? Qual ministro oserà farsi dare conti precisi, dai quali risulti che i soci della cooperativa, prima di ripartirsi utili, sovrasalari, gratificazioni, anche sotto forma di minor lavoro, hanno restituito i 93 milioni di regalo?

 

 

Il capitano Giulietti tuttavia ha in serbo un ultimo argomento. Egli dice in sostanza: «Perché tutto questo fracasso intorno ad un miserello regalo di 93 milioni ad una cooperativa dedicata all’eroe dei due mondi e presieduta dall’eroe di Premuda? Perché i giornali, i quali oggi si fanno paladini del tesoro, sono stati zitti intorno a regali ben più grossi che lo stesso tesoro italiano fece a privati armatori, i quali non potevano neppure addurre il pretesto di volerne beneficare gruppi proletari più o meno numerosi?».

 

 

Come la cosa accada precisamente non mi azzardo a dirlo. Pare che un decreto De Nava abbia accordato agli armatori italiani, i quali dopo il 30 marzo 1919 acquistino all’estero o costruiscano in Italia piroscafi da carico, il diritto di scegliere fra due alternative: 1) correre l’alea del mercato libero e dei noli variabili e non ottenere nulla dallo stato; 2) noleggiare per due anni il piroscafo allo stato, ricevendone noli sufficienti a compensare la differenza fra il prezzo d’acquisto e di costruzione ed un prezzo risultante dal decreto e presuntivamente uguale a quello che potrà essere il prezzo di mercato a cose assestate.

 

 

Oltre a questo regalo, ne deve funzionare un altro, uguale alla differenza fra un 10% che lo stato paga agli armatori ed un 7% che gli armatori di fatto versano ad un consorzio bancario, il quale ha procurato i capitali per l’acquisto delle navi.

 

 

E poi, parmi di poter aggiungere, ha funzionato dall’1 agosto 1914 al 31 dicembre 1919 un terzo regalo consistente nella pratica esenzione dall’imposta sui sovraprofitti di guerra.

 

 

Contro quest’ultimo regalo, ho ripetutamente scritto su queste colonne. L’esenzione deve essere data, dicevo, a tutti od a nessuno. Ancor recentemente, in una relazione ufficiale sui fitti, pubblicata nel bollettino del ministero della giustizia, ebbi a scrivere:

 

 

Sono da condannarsi aspramente tutte le esenzioni, le quali sono tornate di moda e che hanno per iscopo di esentare dalle imposte ordinarie o da quelle sui sovraprofitti certe speciali industrie, come quella delle costruzioni e dell’armamento delle navi, dello scavo e dell’esercizio di miniere di lignite ed anche quella della costruzione di case civili.

 

 

Sono ben lieto che il caso Giulietti mi permetta di ribadire l’idea. Sì, è vero. Quel che ha fatto l’erario, a pro degli armatori privati è peggio di quel che ha fatto a pro dei marinai di Giulietti. Almeno, per questi, si sa che sono 93 milioni regalati per far tacere un gruppo di organizzati, che ogni tanto arrestano il movimento dei porti, si impadroniscono di piroscafi, pretendono di dirigere la politica estera del paese ecc. ecc. È uno scandalo incredibile; ma abbiamo la soddisfazione di sapere che è uno scandalo di 93 milioni. Non una lira di più e non una lira di meno.

 

 

Ma quell’altro scandalo dei milioni o delle decine di milioni o delle centinaia di milioni di denari di proprietà dello stato che furono regalati ad armatori privati, a scavatori di ligniti od a costruttori di impianti idroelettrici, a quale cifra sale? Non ne sappiamo niente.

 

 

Non sappiamo neppure per qual titolo i denari dello stato siano stati pagati. Ci possono essere casi in cui gli armatori non hanno guadagnato nulla. Se, per rispondere ad un pressante invito dello stato, gli armatori costruirono o comprarono navi durante la guerra ad un costo superiore a quello d’oggi, ad esempio 30 milioni invece di 20, e lo stato consentì loro di rifarsi della perdita sui noli, non ci fu guadagno. Il caso era diverso da quello odierno, in cui si pagano 20 milioni, ben sapendo che c’è convenienza a pagarli. Allora poteva non esserci convenienza a costruire ad un costo superiore persino al prezzo del tempo, e se lo stato volle, dovette consentire a pagare noli alti, fino a che la perdita non fosse riparata. Allora si trattava di far iscrivere alla marina mercantile italiana navi estere o non costruite; nel caso Giulietti si tratta di regalare 93 milioni per navi che già battono da anni bandiera nazionale.

 

 

Non si insista troppo su questa differenza. A parer mio né armatori privati né cooperatori debbono ricevere alcun regalo gratuito dallo stato. Quindi, per quel che riguarda i regali fatti con i condoni di imposta, è necessario che, anche di fronte alle navi, si applichi l’articolo 28 del decreto -legge 24 novembre 1919 sull’imposta sugli aumenti di patrimonio derivanti dalla guerra, il quale prescrive non si tenga conto degli abbuoni concessi durante la guerra, ma si faccia una rivalutazione al 31 dicembre 1919. Una nave costò all’armatore durante la guerra 20 milioni? e fu allora concesso che i 18 milioni sui 20 fossero considerati sovracosto di guerra e ricuperati sui noli prima di pagar imposta? Malissimo fatto, risponde l’articolo 28. Bisogna rivalutare la nave al 31 dicembre 1919; e se essa vale ancora i 20 milioni, si debbono considerare come non concessi i 18 milioni di abbuono. È ingiusto considerare questi come una perdita, quando la nave non ha di fatto perso nulla di valore. Sono un guadagno e devono essere tassati con le imposte ordinarie, con quella sui sovraprofitti e con l’altra sugli aumenti del patrimonio. Forse il 91% dovrà essere versato allo stato.

 

 

Così parla a chiare note l’articolo 18; e parla giustamente. Lo stesso principio si deve applicare per gli altri regali fatti in virtù del decreto De Nava. Alla fine dei due anni si deve fare il conto. Con i noli di legge e l’ammortamento dei sovracosti, una nave costa solo più 5 milioni ed invece vale 15 milioni? L’armatore rimborsi i 10 milioni di differenza indebitamente pagati dallo stato. Ci potrà essere una certa tolleranza per eventuali errori e rischi; ma il principio è quello. Chi non accetta sia libero di vendere, dopo aver rimborsato lo stato, la sua nave a chi crede, anche all’estero. È d’accordo l’onorevole Giulietti? Perché, invece di invocare a propria discolpa l’arricchimento altrui, non dice: «giù le mani tutti. Ognuno paghi la roba dello stato quel che vale. Nessuno pretenda regali dello stato; ed ognuno si abitui a vivere liberamente incassando i noli liberi che può incassare; ed ognuno, anche le cooperative, paghi le imposte dovute; ed anche alle navi, alle ligniti e ad ogni cosa si applichi il già decretato riparatore articolo 28?».

 

 

Che se l’on. Giulietti preferisce assicurare alla cooperativa la roba pubblica, perché non si preoccupano della cosa gli uomini politici, i quali tuttodì chiedono le riforme «audaci», «grandiose», «radicali»? Non sarebbe meglio se, invece di promettere mari e monti, invece di proporsi di rinnovare la faccia dell’universo e di escogitare ardimentose riforme tributarie già fatte, si degnassero di scrutar attentamente quella cosa terra terra che è il dispendio del pubblico denaro? Di fronte a casi come questo della cooperativa dell’on. Giulietti e come quelli che per difendersi l’on. Giulietti denuncia, non v’è altra via d’uscita che andare in fondo e far rigurgitare a tutti il mal tolto. A tutti: a privati, a società, a cooperative. il denaro dello stato è denaro sacro e non deve da alcuno essere deviato a scopo privato. Che se si pretende che il denaro fu usato per fine pubblico, si rendano i conti e siano conti pubblici e severamente controllati.

 

 

II

 

L’on. Giulietti restituisca le navi o le paghi

 

«Signor direttore,

 

 

Il senatore Einaudi ha voluto interessarsi della cooperativa marinara «Garibaldi». E ha fatto bene. Mi offre così l’occasione di dichiarare in aggiunta a quanto ho scritto sul «Giornale d’Italia», che la «Garibaldi» ha avuto dal governo il trattamento che lo stesso Einaudi desidera.

 

 

Quindi niente regalia, niente favori.

 

 

Le navi sono state vendute ad un prezzo pressoché uguale a quello dell’anteguerra, ma in compenso il governo le noleggia in maniera da acconsentire un guadagno quasi del 10% sul prezzo d’acquisto. E ciò non soltanto per il periodo biennale, base dei decreti Villa e De Nava, ma fino a che il governo, per utilità pubblica, lo riterrà opportuno.

 

 

L’Einaudi non conosce il contratto col quale il governo ha vendute le navi alla «Garibaldi». Se lo conoscesse e se oltre la mia intervista avesse letto sul «Giornale d’Italia» quanto vi ho scritto il 20 corrente non sarebbe incorso nell’errore di attribuire alla «Garibaldi» propositi che essa non ha, che assolutamente non deve avere. La «Garibaldi» non ha bisogno di nessun trattamento di favore da parte dello stato. Non lo vuole, non lo accetta. Essa è in condizioni di favorire e garantire coi propri mezzi lo sviluppo della marina mercantile. E ci riuscirà. Domanda solo di non essere ostacolata. Si accontenta di un modesto interesse sulle somme impiegate.

 

 

In quanto rappresenta gli equipaggi della marina mercantile, essa – e nessun altro – ha diritto, se è capace come lo è, di gestire le navi prese al nemico. E intende gestirle per il bene di tutti i combattenti, di tutto il popolo.

 

 

Se il senatore Einaudi vuol sapere la ragione sociale o morale di questo diritto legga la terza pagina del «Lavoratore del mare» di questo mese.

 

 

Per il suo statuto la «Garibaldi» non è tenuta a distribuire dividendi. Ciò che guadagnerà sarà investito in navi e per il miglioramento degli equipaggi e degli altri lavoratori.

 

 

Perciò mi è dispiaciuto che un uomo come l’Einaudi abbia espresso pubblico giudizio sul funzionamento della «Garibaldi» senza conoscerla bene, senza aver letto il contratto col quale il governo le ha venduto poche navi. Dico poche, perché è necessario, nell’interesse del pubblico erario, che tutte le navi dell’esercizio navigazione di stato, passino a questa cooperativa marinara.

 

 

Se l’Einaudi studierà la «Garibaldi» con attenzione e senza preconcetti di parte, può darsi che abbandoni il terreno dell’opposizione sul quale, secondo me, si è messo più per induzione di conservatorismo sociale che per convinzione.

 

Grazie e distinti saluti.

 

G.GIULIETTI

 

 

L’on. Giulietti esagera leggermente quando afferma che la cooperativa «Garibaldi» ha avuto dal governo il trattamento che io desidero. Desidero una cosa sola: che il governo non regali neppure un centesimo della roba di tutti a nessuno, né a cooperative né ad armatori. Se è vero che la «Garibaldi» non vuole e non accetta trattamenti di favore, restituisca le sue 5 navi allo stato o le acquisti al prezzo corrente: non a 7 milioni, ma a 62, come le valuta il commendatore Rocca sul «Giornale d’Italia» od a 100 milioni, come le valuta il Giulietti. Quando essa avrà acquistato le 5 navi al prezzo di mercato, ne faccia quel che vuole ed incassi i noli che può sul mercato libero. Ecco quanto io desidero; e non mi pare sia stato fatto.

 

 

Del contratto colla «Garibaldi», conosco quel che il Giulietti stesso ed altri hanno rivelato, anche sul «Giornale d’Italia» del 20 corrente; e non vedo alcuna ragione per mutare su di esso il mio parere. Il quale non è dettato da conservatorismo sociale, almeno a giudicare dall’impressione sgradevole che le mie parole hanno fatto su armatori privati. Sono un fervente ammiratore di tutto ciò che gli uomini fanno di bello; e non m’importa nulla che essi siano capitalisti o cooperatori. Se sono cooperatori e per virtù propria, senza chiedere nulla a nessuno, neppure navi sotto prezzo allo stato, riescono ad affermarsi, l’ammirazione cresce a mille doppi. Che cosa c’è di più grande dell’elevazione delle masse, della loro conquista degli strumenti di lavoro e dell’organismo produttivo per forza di volontà e di risparmio?

 

 



[1] Con il titolo Le denunce per l’imposta patrimoniale. Gli enti collettivi [ndr].

[2] Con il titolo Per le navi della «Garibaldi» [ndr].

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