I calcoli inglesi e la nostra capacità di pagamento

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/09/1925

I calcoli inglesi e la nostra capacità di pagamento

«Corriere della Sera», 8 settembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 463-468

 

 

 

Il signor Lloyd George è indubbiamente un uomo politico accorto, il quale rapidissimamente intuisce i segni elettorali dei tempi e vi conforma la sua azione. A lui si attaglia il giudizio che egli fa del signor Churchill: «è finanziere soltanto perché figlio di suo padre, ma è un brillantissimo retore. Gladstone dimostrò ad una età scettica come la finanza e la rettorica potessero convivere armoniose sotto lo stesso tetto intellettuale». Lloyd George è finanziere soltanto in quanto si sente figlio del «suo» popolo, di quello di cui ambisce di essere il portavoce e da cui spera nuove fortune per il suo partito e nuovi allori per se medesimo. Il medio elettore, dalle cui oscillazioni Lloyd George attende vantaggi politici, è in Inghilterra oggi di cattivo umore. Arenamento nelle industrie, disoccupazione operaia, crisi del carbone, imposte alte, tutto lo rende poco entusiasta del governo presente e desideroso di qualche cambiamento. Al contribuente che paga dure imposte, e nessuno nega che in Inghilterra, per chi vi è soggetto, le imposte siano dure, la prospettiva di vedersele ridurre notevolmente, se gli alleati e la Germania pagassero al tesoro inglese quanto gli oppositori fanno tralucere è allettante. Lloyd George ha in mente due o tre cifre che egli giudica perentorie e le fa giocare, sempre quelle, con imperturbabile serenità, per dimostrare che i francesi e gli italiani se la cavano a troppo buon mercato in confronto al contribuente inglese. A sentirlo, i contribuenti inglesi pagherebbero 2 scellini per ogni lira sterlina, ossia il 10% del reddito imponibile nazionale «ai proprii investitori sotto forma di interessi sul danaro prestato ai proprii alleati» ed altri 6 pence per lira sterlina, ossia il 2 e mezzo per cento del reddito imponibile «allo scopo di coprire gli interessi e la quota di ammortamento di quanto si fece prestare dall’America per assistere i suoi alleati». Come il signor Lloyd George abbia calcolato queste cifre non si sa; ma poiché si sa soltanto che quel tale 2 e mezzo per cento equivale a 33 milioni di lire sterline, si dovrebbe dedurre che il 10 per cento più il 2 e mezzo per cento equivalga a 165 milioni di lire sterline che i contribuenti inglesi pagherebbero ogni anno per conto dei proprii alleati. Tutto ciò è frutto di fantasia romanzesca. Come è possibile che i contribuenti inglesi paghino 165 milioni di sterline all’anno per conto altrui, quando il tesoro inglese ha imprestato agli alleati nulla più di 1.998 milioni di sterline, di cui 722 alla Russia, 623 alla Francia, 523 all’Italia e 100 ad altri paesi? Sarebbe necessario che il tesoro inglese pagasse interessi all’8% e più, per arrivare a 165 milioni, laddove si sa che il debito verso gli Stati uniti costa il 3 e mezzo per cento, e, al netto delle imposte dovute allo stesso tesoro inglese, il debito interno costa probabilmente ancor meno del 3 e mezzo per cento. Quindi non i 165, ma, sì e no, 70 milioni; non il 12,50 per cento del reddito imponibile, ma all’incirca il 5 e un quarto per cento. Il signor Lloyd George dimentica altresì che «reddito imponibile» è un concetto «tecnico», non una realtà. Non è il reddito «nazionale», non è cioè la somma dei redditi netti di Tizio, Sempronio, Caio e di tutti gli altri uomini viventi in Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord nel momento presente; ma è semplicemente la somma dei redditi imponibili ai fini dell’imposta sul reddito (income tax), che è cosa del tutto diversa. Per conoscere il reddito nazionale, bisogna aggiungere al reddito «imponibile» i redditi di tutti coloro che non sono tassati, e questi sono legione, se si pensa che la tassabilità in Inghilterra comincia all’incirca dalle nostre 15-16.000 lire in su; e bisogna aggiungere altresì le detrazioni per carichi di famiglia, provenienza dal lavoro, professioni, industrie personali a favore di coloro che sono tassati. Ci sarebbe molto da meravigliarsi se il reddito vero netto nazionale britannico non fosse almeno due volte e mezzo il reddito «imponibile». Il che vuol dire che quel formidabile 12,50% messo innanzi dal signor Lloyd George e già ridotto al 5 e un quarto per cento del reddito «imponibile» si riduce inoltre a non più del 2,10% del reddito totale «nazionale». Ecco qual è il famigerato carico che, sul loro reddito, sopportano i contribuenti inglesi per far fronte all’onere degli interessi sui debiti contratti per fare prestiti agli alleati. E poiché bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e neppure il signor Lloyd George vorrà far colpa a francesi ed italiani dell’insolvenza bolscevica, conviene soggiungere che quell’impalpabile 2,10% del reddito nazionale si compone di uno 0,76 per conto russo, di uno 0,65 per conto francese, di uno 0,58 per conto italiano e di uno 0,11 per conto di paesi diversi. Tutta la disputa dunque si riduce, dovendosi metter da parte i russi e i diversi, ad uno 0,6 francese ed a uno 0,58 italiano, in tutto all’1,23% del reddito nazionale britannico.

 

 

I tecnici inglesi sono tanto persuasi che il 12,50% ed i 165 milioni sono fantasie impronte, che la loro tesi massima si è ridotta in sostanza a questa: «la Germania e gli alleati ci rimborsino i 33 milioni di sterline che noi annualmente dovremo pagare agli Stati uniti. Fu quello un debito contratto a vantaggio degli alleati. Se ne assumano il carico, decurtato delle riparazioni dovuteci dalla Germania». È questa una tesi illogica, perché fu detto e ripetuto le mille volte, anche da autorevoli scrittori inglesi che i prestiti fatti dall’America all’Inghilterra non hanno niente a che fare coi prestiti fatti dall’Inghilterra agli alleati. Tentò il tesoro britannico di sostenere quella tesi in una nota ufficiale; ma ebbe una secca ripulsa ufficiale dagli Stati uniti; né, dopo d’allora, la tesi fu risollevata nei confronti americani. Quanto a noi, è ben certo che l’Inghilterra contrasse quei prestiti negli Stati uniti per conto suo, per scopi suoi; e probabilmente li avrebbe dovuti contrarre anche se Francia ed Italia non avessero ricorso all’Inghilterra. Ricordiamoci che, in quel tempo di guerra, nessuno poteva pagare; e se anche l’Italia, per ipotesi, non avesse avuto bisogno di cotone, frumento, carbone, ferro americani, l’Inghilterra avrebbe, essa, avuto bisogno di cotone, frumento ed altri prodotti americani e non li avrebbe, dal 1917 in poi potuti pagare con cessione di titoli esteri, oramai esauriti, e avrebbe dovuto perciò contrarre debiti.

 

 

Anche quando si voglia fare astrazione dall’erroneità della tesi, resta che il rimborso dalla Germania e dagli alleati dei 33 milioni dovuti agli Stati uniti è oggi la tesi massima britannica; e resta che l’ironia dei due pence e mezzo del signor Lloyd George è fuor di posto. Calcola egli, non si sa su quali basi, che i 12,5 milioni di sterline annui promessi dalla Francia equivalgono a 2,5 pence per ogni lira sterlina di una quantità che egli chiama «la vasta somma di cui si trova in credito». Questa cosidetta «vasta somma» è poi un groviglio in cui non ci si riesce a raccapezzare, perché Lloyd George pare che faccia la somma del miliardo dovuto all’America e dei due miliardi imprestati agli alleati, laddove bisognerebbe, sempre osservando la tesi britannica, sottrarre dai due miliardi dati agli alleati, il miliardo dato con danaro americano, allo scopo di valutare, eventualmente, il vero sborso britannico. Ma l’ironia intorno alla impalpabilità dei 2,5 pence è per un altro verso senza fondamento; poiché, se si fa astrazione dagli strani calcoli del signor Lloyd George, resta il fatto che l’Inghilterra aspira oggi al massimo a vedersi rimborsati i 33 milioni dovuti all’America; e che l’Inghilterra ha già soddisfatta quasi per intiero questa sua aspirazione. Infatti, supponendo che in media le riparazioni tedesche secondo il piano Dawes diano ogni anno 72 milioni di sterline uguali a 1.440 milioni di marchi – e la Germania nel primo anno ora finito, anno di minimo pagamento iniziale, ha pagato 1.000 milioni – di questi 72 milioni, all’Inghilterra spettano 16. Aggiungansi i 12,5 promessi dalla Francia ed arriviamo già a 28,5 milioni. Ad arrivare a 33 mancano solo 4,5 milioni di sterline. Non pare che l’Inghilterra abbia fatto un tanto gramo affare con la Francia; ed è ragionevole la conclusione che il signor Caillaux si sia lasciato indurre a tanto sacrificio solo perché la Francia ha bisogno di nuovi prestiti per mettere in ordine le sue finanze. Non avendo l’Italia alcuna urgenza del danaro altrui, il signor Lloyd George dovrà dimostrarsi perciò di un umore ancor più nero quando apprenderà i risultati delle trattative angloitaliane. Ad ogni modo queste non saranno fondate sui suoi calcoli; e neppure sulla nuovissima argomentazione dei «Times», i quali affermano che la tesoreria britannica non ha mai ammesso l’esistenza di alcuna relazione tra i suoi crediti verso la Francia e l’Italia ed i pagamenti della Germania. Come si può dir ciò, quando son di ieri le dichiarazioni della stessa tesoreria di non pretendere dalla Germania e dagli alleati nulla più dei 33 milioni dovuti agli Stati uniti? Non è chiaro che le riparazioni tedesche ed i pagamenti angloitaliani venivano così ad essere uniti con un vincolo infrangibile? E come si può invocare la interdipendenza delle due specie di pagamento a proprio vantaggio e negare nel tempo stesso alla Francia ed all’Italia il diritto di tener conto delle riparazioni tedesche nel valutare la propria capacità di pagamento? I «Times» hanno l’aria di credere che la capacità di pagare della Francia e dell’Italia sia indipendente dal ricevere o meno e dal ricevere molte o scarse riparazioni tedesche. Ed affermano perciò essere invalida la argomentazione qui esposta, secondo cui non sarebbe giusto che, laddove alla Francia è lasciato un margine fra pagamenti e riparazioni, l’Italia non solo non avesse tale margine, ma risultasse in grave disavanzo. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la capacità di pagare, unico limite delle pretese angloamericane? Ha da fare moltissimo, diciamo noi; perché, gira e rigira, nessun paese può pagare se non dispone di una eccedenza attiva nella bilancia dei pagamenti internazionali. L’Inghilterra può pagare 33 milioni di sterline perché essa dispone di una eccedenza attiva assai maggiore, che normalmente investe all’estero a titolo di impiego di capitale. Invece di investire 100 o 120, l’Inghilterra si contenta di investire 67 o 87 milioni di sterline. L’Italia non ha alcuna eccedenza disponibile; e gli Stati uniti si sono ingegnati a ridurre e, per quanto stava in essi, a toglierle quella tra le poche attività nella bilancia dei pagamenti che derivava dalle rimesse degli emigranti. Con che mezzi noi potremo pagare, ce lo insegneranno i creditori, tanto esperti nel misurare le altrui capacità di pagare; ché noi non sappiamo scovarne altra fuor dei crediti per riparazioni tedesche. Inglesi ed americani diranno forse che i dati di Bodio e di Stringher, secondo cui la bilancia di pagamenti a mala pena è in equilibrio grazie alle rimesse degli emigranti ed alle spese dei forestieri viaggianti nel nostro paese, sono sbagliati. Statistici immaginosi esistono dappertutto; ma, vivaddio, le statistiche dei Bodio e degli Stringher sono dovute a uomini di prim’ordine e furono compilate nell’anteguerra e non recano quindi fatturazioni preordinate. Dicano i «Times» come quei nostri classici calcoli siano erronei e da quale misteriosa fonte, a noi ignota, se non dalle riparazioni tedesche, trarremmo la capacità di pagare.

 

 

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