I cambi e la difesa della lira. Per proseguire sulla buona strada

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/07/1925

I cambi e la difesa della lira. Per proseguire sulla buona strada

«Corriere della Sera», 8 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 356-359

 

 

 

Gli umori del pubblico dei risparmiatori sono invero mutevolissimi; dal 27 giugno al 2 luglio non si incontravano che visi lunghi e non si sentivano che domande ansiose. La sterlina potrà essere fermata a 160 o a 180? Il consolidato potrà essere venduto a 80? Si potranno far danari con buoni del tesoro a 90?

 

 

In un batter d’occhio, il quadro è cambiato. Coloro che vedevano nero, oggi vedono color di rosa. Coloro che avevano tentato di vendere il consolidato a 80, ora rifiutano di privarsene a 87 e 88 e reputerebbero se stessi pazzi da manicomio se non lo tenessero ben bene chiuso in portafogli. Gli industriali, i quali quando il cambio della sterlina saliva di giorno in giorno a 130, a 135, a 140, a 145 e in certi momenti sfiorava il 150 correvano affannosamente a ricoprirsi, adesso, che la sterlina cadde fino a 126 e oscilla fra quest’ultima cifra e 134, si abbottonano la giacca, pensano che le lire sono una merce da non disprezzarsi e cominciano ad almanaccare sul momento migliore per coprirsi. Ritornano cioè a commettere lo stesso errore che scontarono amaramente in passato. L’industriale, non appena lo possa, deve cercare di non curare i rischi di cambio. Se compera carbone o materie prime, e se ha ordinazioni a prezzo conveniente per prodotti finiti, si copra subito, ossia comperi subito le sterline necessarie per pagare la roba comprata, senza azzardarsi a speculare sui cambi futuri. E viceversa se, essendo esportatore, ha venduto a prezzi rimuneratori, venda le sterline ricevute senza lasciarsi lusingare da speranze di guadagno. Rallegriamoci, a ogni modo, che l’umor nero sia passato.

 

 

Il terrore di una misteriosa, incognita lira oro, la quale avrebbe annientato fortune e risparmi espressi nelle lire tradizionali, aveva prodotto il panico; la smentita che il governo pensasse alla lira oro, il miglioramento dei cambi hanno prodotto la revulsione degli animi. Ritornata la calma, il pubblico ha cominciato a riflettere che non c’è ragione di creare e di temere una nuova lira oro, quando, volendo, anche la lira attuale, quella che noi conosciamo e in cui contrattiamo, ha una consistenza, una corrispondenza in oro; e quando dipende soltanto da noi che quella consistenza e quella corrispondenza si mantengano, e, col tempo, possibilmente migliorino. In fondo la paura, da cui la folla era stata presa, era che l’attuale lira carta si svalutasse a zero e che sulle sue rovine, non si sapeva come, sorgesse un nuova divinità monetaria, distruggitrice prima e creatrice poi, la lira oro. Si temeva la distruzione; non si vedeva chiara la resurrezione. Oggi, invece, una nuova fiducia è sorta: che la lira oro possa essere la stessa lira carta odierna, che la resurrezione sia già incominciata, che basti la buona volontà di tutti perché la speranza si converta in realtà.

 

 

Non si tratta di speranza fuor di luogo. La salvezza sta davvero in noi. Fa d’uopo, e basta, che il pubblico, che tutti coloro i quali pensano, parlano, agiscono, confortino i dirigenti del tesoro italiano e delle banche di emissione nella politica di non aumentare la quantità dei biglietti circolanti. Sul «Piave» dei 20 miliardi bisogna resistere. Fa d’uopo che tutti si persuadano della verità elementare: che il valore in oro dei biglietti non può alla lunga, attraverso eventuali momentanee oscillazioni, diminuire se gli italiani seguitano a lavorare come prima, se hanno fiducia in se stessi e se la quantità dei biglietti circolanti non cresce.

 

 

L’oro, oggi, è in quasi tutto il mondo un dio invisibile, un mito; certo non è la moneta circolante nella maggior parte dei paesi civili moderni. In moltissimi paesi non circola affatto; e nei pochi paesi che si dicono a circolazione aurea, non è la moneta maggiormente usata. La moneta più usata è il biglietto; e nei paesi più progrediti economicamente è l’assegno bancario. L’oro è il tipo a cui le monete di carta si ragguagliano: l’oro è la moneta in cui la carta è convertibile. Aspettando il momento in cui potremo tornare alla convertibilità della carta nell’oro, il compito principale è di tornare a un ragguaglio fisso, non oscillante, della carta con l’oro. Bisogna che, difatti, il ragguaglio stabile si ricrei perché gli uomini tornino ad aver fiducia nella moneta, tornino a risparmiare e a investire con sicurezza nell’avvenire.

 

 

Prima, si potrebbe anzi dir unica, condizione necessaria affinché il ragguaglio stabile della carta con l’oro si stabilisca, è che non si stampi altra carta moneta. Ministro delle finanze e direttori degli istituti di emissione ciò proclamano e vogliono. L’opinione pubblica non solo li deve lodare per il loro proposito, ma deve disapprovare veementemente chiunque, con qualunque pretesto, con l’orpello di qualunque lusinga, tenti di violare la consegna.

 

 

Occorre fermezza d’animo per resistere alla lusinga di coloro i quali offrono piani meravigliosi, iniziative feconde, opere redentrici in cambio di un po’ di carta moneta. Tutta quella forza d’animo deve esserci; e deve essere conscia del consenso e del plauso universali. Con la carta non si crea niente. Con la carta si spingono soltanto all’insù i prezzi e i cambi e si spinge il paese nel caos monetario. Le imprese solide si creano invece col risparmio; il che vuol dire con la rinuncia a servirsi, per scopi di consumo, della carta moneta già esistente, per adoperarla a scopi produttivi.

 

 

Il risparmio nuovo, e non il torchio dei biglietti: ecco il vero fondamento delle sane iniziative industriali. Ma il risparmio, per vigoreggiare, chiede sicurezza nell’avvenire; chiede che la moneta in cui esso prende forma rimanga stabile e, per la concorrenza di nuova carta, non svilisca.

 

 

L’interesse ultimo, permanente dell’industria non è dunque in contrasto con l’interesse dei risparmiatori: amendue chieggono una moneta stabile. Prima condizione: non andare al di là del limite attuale dei 20 miliardi di lire. Per essere andata da quello che pareva il limite insuperabile dei 39 miliardi a 41, a 46 e finalmente a 51 miliardi, la Francia vede in pericolo il franco. Noi saremo sicuri di non correre pericolo alcuno se sapremo fermarci sulla trincea dei 20 miliardi. Quando ci saremo stabilmente assicurati su di essa, potremo marciare finalmente all’assalto dei 4 miliardi di carta emessi per conto del consorzio valori, e trincerarci sulla linea ancor più formidabile e sicura dei 16 miliardi.

 

 

Prepariamoci, resistendo, alla nuova battaglia.

 

 

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