I caratteri essenziali della nuova tariffa doganale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/07/1921

I caratteri essenziali della nuova tariffa doganale

«Corriere della Sera», 10 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 253-256

 

 

 

Ho sott’occhio il testo del decreto legge 9 giugno 1921 insieme con la nuova tariffa generale dei dazi doganali, che quel decreto fa entrare in vigore; e naturalmente ho cercato di studiare con attenzione gli otto articoli del decreto e le 215 pagine della tariffa, poiché così voleva l’importanza somma della materia. Cominciamo dai caratteri più evidenti del nuovo sistema doganale.

 

 

È chiaro in primo luogo che il governo ha respinto il concetto, caldeggiato dagli industriali, della doppia tariffa, massima e minima, amendue mutabili a volontà del legislatore italiano, senza il consenso degli stati stranieri, da applicarsi quella massima alle provenienze dai paesi che ci trattano male e quella minima ai paesi i quali applicano anche a noi i loro dazi minimi. Questo sistema parve al governo, e giustamente, tale da non consentirci di trattare con gli stati stranieri con la speranza di ottenere concessioni specialmente favorevoli. In fondo, col sistema della doppia tariffa, quella massima finisce di essere di fatto una vera tariffa di guerra e quella minima è abbastanza alta da mettere al sicuro gli industriali nazionali dalla concorrenza estera. Con una tariffa, cosidetta minima, di questa specie, che grande interesse hanno i paesi esteri a trattare ed a ribassare i loro dazi? Essi si urtano contro la pregiudiziale che i nostri dazi non debbano ribassare in modo che la loro merce possa entrare a casa nostra in misura tale da recar disturbo ai nostri industriali. Per quanti sofismi ci abbiano accumulato intorno, la doppia tariffa è un arnese nettamente protezionistico, anzi proibizionistico.

 

 

L’on. Alessio, che mentre era ministro non poteva dimenticarsi di insegnare anche la scienza economica in un grande ateneo italiano, non ha voluto mettere la sua firma sotto un simile obbrobrio. Purtroppo, tuttavia, la pressione protezionistica ha lasciato tracce profonde nel sistema da lui ideato, sicché si stenta a vedere quale spiraglio di luce possa aprirsi alle masse ed alle industrie consumatrici italiane in questa mai più veduta chiusura delle frontiere. E valga il vero :

 

 

  • La nuova tariffa doganale generale, cominciatasi ad applicare dal primo luglio, è imposta su dazi più alti di quella finora vigente. Almeno questa è l’impressione generica che si riceve scorrendo le pagine, rinforzata dalla circostanza che le voci della tariffa sono pressoché raddoppiate diventando 954 da 472 che erano prima. La moltiplicazione delle voci di tariffa ha, dicesi, per iscopo di impedire che, durante le trattative con i paesi esteri, la clausola della nazione più favorita abbia per risultato di ridurre i dazi anche per merci differenti da quelle per cui si aveva intenzione di concedere il ribasso, ma accidentalmente comprese nella medesima voce di tariffa. In realtà, il risultato è doppio: specificando, si può aver l’aria di mantenere la tariffa invariata per la voce originaria, mentre la si cresce per le nuove voci; ed inoltre si limitano le riduzioni convenzionali al numero minimo possibile. L’aumento del numero delle voci è per se stesso un inasprimento di protezionismo.

 

  • Nel maggior numero dei casi, al dazio propriamente detto, si aggiunge un cosidetto coefficiente di maggiorazione. Per esempio, i cavalli intieri aventi, al garrese, un’altezza di m. 1,40 o meno (voce n. 1 della tariffa) pagano, ciascuno, un dazio di lire 140. Ma poiché, lì accanto, sta scritto il coefficiente di maggiorazione 0,5, ciò vuol dire che bisogna aggiungere al dazio una cifra uguale alla metà di 140, cosicché il dazio sui cavalli diventa di lire 210 per capo.

 

 

Non si capirebbe la ragione di dividere il dazio in due parti, se l’articolo 3 del decreto non autorizzasse il governo del re, con decreto da presentarsi al parlamento per la conversione in legge, a modificare i coefficienti di maggiorazione, «quando ciò sia richiesto dalle mutate condizioni della produzione e dei traffici internazionali».

 

 

Il che, in parole volgari, vuol dire che se, nonostante tutte le precauzioni prese, una qualche merce straniera si ostinerà ad entrare in Italia ad un prezzo che ai nostri produttori paia troppo vile e perciò fastidioso, il governo potrà aumentare senz’altro il coefficiente di maggiorazione, il che vuol dire raddoppiare o triplicare i dazi, finché quella malaugurata merce si persuada a starsene lontana dall’Italia.

 

 

  • I dazi, quelli base e la maggiorazione, sono pagabili in oro. Lo erano anche prima ed è bene che lo siano, perché ad esprimerli in carta, ossia in una moneta variabile, non si dice niente. Oggi però questo carattere acquista una importanza straordinaria.

 

 

Sarebbe stato invero necessario che si fosse bene valutata la portata attuale del pagamento in lire oro, prima di costruire la nuova tariffa doganale. Prendiamo ad esempio ancora i cavalli, di metri 1,40 o meno di altezza. Questi pagavano, con la vecchia tariffa generale, lire-oro 40 per capo, equivalenti, prima della guerra, a circa lire-carta 40. Se si fosse mantenuto invariato il dazio, i produttori nazionali avrebbero, col semplice pagamento in oro dei dazi, goduto già di tutta quella maggiore protezione doganale, a cui essi potevano avere diritto – se pure si può parlar di diritto in questa materia che è tutta di interessi contrastanti – in causa dei cresciuti salari, delle aumentate imposte, dei foraggi più cari e via dicendo. Tutto ciò è già compreso nel pagamento del dazio in oro. Invece di lire-carta 40, come si pagavano prima, oggi si pagherebbero da 3 a 3 volte e mezzo, ossia da 120 a 140 lire per capo, a seconda delle variazioni dei cambi. Se 40 lire erano prima una protezione sufficiente, 120-140 lire lo sono anche oggi e tengono conto del maggior costo dei salari, imposte, foraggi ecc. ecc. Se il cambio ribasserà, ribasseranno anche i costi e se il cambio tornerà alla pari, non vi è a priori alcuna ragione perché un dazio di lire 40 non possa bastare.

 

 

Invece no. Prima, il dazio da 40 è portato a lire 140; poi, col coefficiente di maggiorazione sale a lire 210; e finalmente, col pagamento in oro, sale da 630 a 735 lire in carta. Veramente, l’esagerazione sembra un po’ forte anche in cifra assoluta; ma, quel che più monta dal punto di vista razionale, da un lato il pagamento in oro e dall’altro lato, l’aumento del dazio base con l’aggiunta del coefficiente di maggiorazione fanno doppio. Amendue, vogliono tener conto dello stessissimo fatto; che è che oggi le spese in carta sono maggiori di quelle di prima. Ma o se ne tiene conto in un modo, ovvero nell’altro. Usare contemporaneamente dei due criteri, equivale a moltiplicare l’uno per l’altro, e quando i moltiplicandi sono superiori all’unità, non si sa dove si va a finire. Nel caso dei cavalli, si arriva a dazi uguali a 15-18 volte quelli dell’anteguerra; il che, anche per chi ragioni dal punto di vista protezionistico, è una esagerazione enorme. Io, che vedo il protezionismo come il fumo negli occhi, e riterrei che l’Italia diverrebbe uno dei paesi più ricchi del mondo, se osasse, nonostante il protezionismo degli altri paesi, in dieci anni far tabula rasa di tutti i dazi protezionistici, dico che questa è la logica del protezionismo: nel 1878 ci lasciammo prendere per un dito, nel 1887 andò divorato un braccio; con la tariffa del 9 giugno 1921 del consumatore italiano – il che vuol dire del lavoratore italiano e della gran maggioranza delle industrie serie d’Italia – rimane soltanto un miserabile troncone. Altro che dazi temporanei, destinati a far sorgere industrie nuove, che da sé sarebbero poi vissute, appena fossero giunte a maturità. Invecchiando, dopo venti, quaranta, cinquant’anni di vita, pare che queste giovinette industrie si rattrappiscano, ed abbiano paura dell’aria; chiedono stampelle e pezze calde. È questo il risorgimento economico del nostro paese?

 

 

Torna su