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La Stampa

I cardinali papabili. Il Sacro Collegio e i partiti

«La Stampa», 28 settembre 1901

 

 

 

Roma, settembre.

 

 

L’argomento è di attualità. Per chi anche solo un pochino conosca la storia delle elezioni pontificie, parlare di cardinali papabili non è facile; le previsioni sono così fallaci che spesso i papabili sono vinti da quelli che nessuno indicava per tali.

 

 

Ciò avvenne, per citare solo gli ultimi casi, nell’elezione a pontefice del cardinale Chiaramonti (Pio VII), nel 1799; in quella del cardinale Della Genga (Leone XII), nel 1823; del cardinale Castiglioni (Pio VIII), nel 1829.

 

 

Lo stesso Pio IX venne scelto all’ultimo momento per eliminare la lotta che ferveva tra i varii candidati al pontificato, lotta che impediva, intralciava l’elezione, e che per poco non provocò l’intervento dell’Austria.

 

 

Nel conclave del 1878 i papabili erano i cardinali Bilio, Panebianco, de Luca e Franchi; però all’ultimo momento, mediante un lavoro abilmente ordito fuori del Sacro Collegio, ma col concorso anche di alcuni cardinali, spuntò, come per incanto, la candidatura del cardinale Pecci, che in due giorni riuscì eletto.

 

 

È necessario ancora avvertire, cosa che s’è verificata in tutte le epoche, che la designazione dei cardinali papabili è soggetta alle più diverse variazioni. Appena un cardinale si presenta sotto le vesti di un capopartito e può disporre di un certo numero di voti, si fa subito attorno a lui un lavoro per scuoterne il prestigio. Basta che si dica: il cardinale tale è in auge, perché in breve tempo egli non trovi più quell’appoggio su cui credeva poter contare. Nessuno vuole essere detto papabile appunto per non trovarsi esposto a questo inconveniente.

 

 

Oltre a ciò, da un anno all’altro, la situazione muta; basta la morte, alle volte, anche di un cardinale parchè sorga un nuovo orizzonte e la corrente segua un altro indirizzo.

 

 

Si ritiene che le molte nomine fatte da uno stesso Papa formino un Sacro Collegio tutto di un carattere e designino quasi il Papa futuro. È questo un’altro errore. Un prelato, prima di avere la nomina di cardinale, e per raggiungere questa meta, si mostra seguace e devoto a chi può concorrere alla sua elezione, specialmente al cardinale segretario di Stato; ma una volta raggiunto l’intento, essi riprendono completamente l’impero della loro libertà. È quasi di moda, anzi, fra i cardinali, dimostrarsi avversari di chi ha loro procurato il cappello cardinalizio.

 

 

Perché vi siano cardinali papabili è duopo anzitutto che vi siano partiti e partigiani che li propongano e sostengano.

 

 

Esistono questi partiti?

 

 

Certamente, e potentissimi.

 

 

I cardinali esteri, ad esempio, ove si trovassero uniti, potrebbero impedire un’elezione che si volesse imporre dagli italiani, e non voluta da loro. Perché l’elezione sia valida, infatti, occorrono i due terzi dei votanti. I cardinali ora sommano in tutto a 67: 27 stranieri e 40 italiani. Per far i due terzi occorrono in conseguenza 45 voti.

 

 

Per ottenere quindi un’elezione che fosse voluta dai soli italiani mancherebbero cinque voti. Ma questa eventualità – allo stato delle cose – non è per verificarsi. E non è per verificarsi perché fra i cardinali esteri, oltre a non esservi identità di vedute circa la scelta del futuro Papa, non vi è nemmeno un intento stabilito di far opposizione al candidato italiano. Tutto si limita ad avere delle predilezioni per un candidato piuttosto che per un altro.

 

 

I voti dei cardinali esteri perciò saranno ripartiti nei primi scrutinii sulle diverse candidature che saranno proposte dai cardinali italiani.

 

 

Queste candidature nascono da varie ragioni. Vi è il partito che non approva la politica seguita da Leone XIII. Vi hanno coloro che biasimano l’intromissione dell’elemento laico nel governo della Chiesa, che tende a snaturare la missione religiosa di essa. Un’altro partito propende per un Papa alieno dagli intrighi politici per rialzare il morale delle popolazioni, volte a mete che non sono quelle del Vangelo. Vi è il partito che vorrebbe trovare una pacificazione degli animi in Italia, trovando una via possibile di questo vivere. Vi è poi anche il partito opposto, che vuole la lotta ad oltranza per il potere temporale.

 

 

Ognuno di questi gruppi ha il proprio candidato al Papato, sebbene non tutti siano numerosi, disponendo taluni di tre o quattro voti appena.

 

 

I partiti fra i cardinali si dividono ancora sotto altri aspetti: vi hanno, cioè, cardinali creati dai pontificati antecedenti a Leone XIII, e cardinali creati dall’ultimo Pontefice, ma in epoche diverse e secondo varie tendenze, e che hanno quasi una impronta propria, senza contare le rivalità naturali, pure di molto peso sulla bilancia del Conclave.

 

 

La lunga permanenza del cardinale Rampolla alla Segreteria di Stato, cove si svolge tutta la politica ponteficia, ha creato rivalità più o meno giustificate ed una divisione assai distinta fra cardinale e cardinale, sebbene tutti siano creati da Leone XIII. Il governo della chiesa è di tutti i cardinali, ma, viceversa, il segretario di Stato, essendo di continuo a contatto col Papa, poco si cura del Sacro Collegio. Di più, si è verificato (come in tutti i tempi, del resto) che i cardinali più in vista per la loro posizione, per la loro autorità e sapere siano stati studiatamente tenuti in disparte, facendo ombra la loro presenza presso il Papa.

 

 

Questi fatti hanno necessariamente creato indignazioni e malcontenti da costituire uno o più partiti avversi, a seconda delle cause che hanno prodotte queste avversità. E questa è una sorgente per cui sono nati e nascono i partiti aventi per mira un pontificato che non rispecchi gli atti del segretario di Stato, che cessa colla morte del Papa.

 

 

Dei cardinali stati creati dai predecessori di Leone XIII non ne rimangono ora più che tre, ma ognuno di questi rappresenta un valore ed una forza ed il loro parere peserà molto sui cardinali radunati in Conclave. Essi sono l’Oreglia, il Parocchi ed il Ledochowski. Questi tre non formano un partito, ma ognuno di essi, o tutti uniti, possono esercitare un’influenza grandissima in seno al Sacro Collegio, specie sui colleghi non italiani, così da costituire un partito forte.

 

 

Tutti gli altri – come si suol chiamarli – sono creature di Leone XIII, il quale nel lungo non preveduto pontificato ha rinnovato più volte il Sacro Collegio; infatti i cardinali da lui creati sono nientemeno che 140 (80 italiani e 60 di altre nazioni). Se si tien conto che all’inizio del suo pontificato i cardinali erano 63, di cui 3 sono tuttora vivi, si ha che dai 140, tolti 64 viventi, sono morti 76 da lui creati e 60 creati dai suoi predecessori.

 

 

La rinnovazione non va però presa nel senso assoluto. Vi sono cardinali viventi di tutte le diverse infornate, e ciascuna di queste infornate porta l’impronta del momento psicologico in cui vennero fatte. I primi cardinali creati da Leone XIII parteggiavano ancora per la politica di Pio IX; erano ostili a quella del nuovo Pontefice e sono ancora rimasti tali. Questi cardinali quindi formano un partito rispettabile e forte, con criteri abbastanza lodati, e vanno considerati con interesse.

 

 

Un terzo partito è composto da cardinali creati da Leone XIII, quando, ad un terzo del suo pontificato, la sua politica volse all’intransigenza, facendo rivivere in modo più spiccato la questione del potere temporale. Questi cardinali, quindi, portano l’impronta speciale del tempo in cui furono creati; non hanno comuni le idee con quelli del primo periodo, come non le hanno con quelli che furono creati posteriormente.

 

 

Vi è poi il partito ultimo, intransigente puro, che ha lo spirito della politica rampolliana ed è seguace della politica del cardinale segretario di Stato.

 

 

Premesse queste considerazioni generali sui partiti, dirò in seguito partitamente dei cardinali papabili.

 

 

Ypsilon

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