I casi luttuosi del ferrarese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/06/1901

I casi luttuosi del ferrarese

«La Stampa», 9 giugno 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 379-381

 

 

Nelle Bonifiche ferraresi la forza pubblica ha dovuto intervenire a tutela della libertà del lavoro. Vi furono morti e feriti fra gli scioperanti che tentavano di invadere le terre della Banca di Torino allo scopo di espellere gli operai piemontesi che erano stati chiamati a dare opera alla mietitura. Incidente doloroso, il quale dimostra quanto poco siano educate le nostre masse lavoratrici in talune località di campagna; e come sia difficile di mantenere gli scioperi immuni da quella violenza che li fa degenerare in atti criminosi. Il governo ha fatto bene a tutelare la libertà del lavoro; ed anche ad usare la forza se così era richiesto dalle circostanze di fatto, su cui dovrà pronunciarsi l’inchiesta che si assicura essere stata iniziata. È compito di tutti fare in modo che simili fatti non si abbiano a ripetere più in avvenire. Da una parte le classi lavoratrici debbono essere educate a non far uso mai della violenza, ma soltanto della resistenza pacifica. Dall’altra parte le classi proprietarie, le quali dovrebbero essere consapevoli delle condizioni d’animo dei loro operai, debbono fare quanto è umanamente possibile per appianare, prima che divengano acuti, i conflitti tra capitale e lavoro.

 

 

Nel caso presente la Banca di Torino, proprietaria delle Bonifiche ferraresi, ha fatto quanto era in dover suo di fare?

 

 

Quando uno sciopero si minaccia e si crede opportuno, a vincere gli scioperanti, ricorrere alla introduzione di operai forestieri, è d’uopo che la ditta proprietaria abbia accuratamente riflettuto alle conseguenze del suo atto. Se essa è convinta che le pretese degli operai locali scioperanti sono eccessive e tolgono ogni ragionevole speranza di profitto, essa ha pienamente ragione, dal suo punto di vista, di ridurre il costo della sua produzione, ricorrendo ad una maestranza meno pagata. Se però il proprietario prevede che la chiamata di operai forestieri può dar luogo a disordini, e d’altra parte le pretese degli operai locali non sono tali da rendere antieconomica la prosecuzione dei lavori agricoli, allora parci sia dovere del proprietario venire ad un ragionevole accordo, senza ricorrere a provvedimenti estremi, non giustificati dalle circostanze.

 

 

Le nostre informazioni ci fanno ritenere che la Banca di Torino non abbia scelto la via più corretta per risolvere il conflitto sorto nel ferrarese. Invero all’ultimo momento la Banca di Torino, per togliere ogni causa di agitazione, ha accettato le tariffe della lega. Ciò prova che essa era prima, come è adesso, in grado di accettare quelle tariffe, senza rovina della sua azienda agricola. Non si comprende che una grande società, la quale poteva pagare prima il 12% del prodotto come prezzo della mietitura, si ostini a voler dare solo il 9%, arrendendosi soltanto quando sono avvenute rivolte ed è corso il sangue dei contadini rivoltosi.

 

 

I contadini hanno avuto torto di rivoltarsi e di usare violenza, la quale è sempre causa di danni gravissimi; ma non è da biasimarsi altresì la società proprietaria, la quale non ha fatto prima quelle concessioni che avrebbero tolto ogni causa di conflitto ed ha aspettato a farle quando l’ondata della rivolta era salita troppo alta per potervi resistere?

 

 

Né è a dire che fossero mancati i buoni uffici per condurre ad un equo componimento del conflitto. Il governo, il deputato Giovannelli, il sottosegretario Ronchetti si erano intromessi ripetutamente. Tutto era stato inutile. L’avvocato della Banca aveva dichiarato di non poter cedere. Se così era, e se la resistenza era legittimata dal fatto che il rialzo dei salari voleva dire rovina dell’intrapresa, si doveva resistere sino all’ultimo. L’aver ceduto ora dimostra che era possibile venire ad un accordo prima.

 

 

Non si vuole con ciò affermare che i proprietari debbano rinunciare ai diritti che sono loro garantiti dal codice civile. Essi possono, quando lo vogliano, non coltivare affatto i loro terreni. Ma ogni qualvolta essi vengono a contrattare cogli operai, i proprietari non devono mettersi dal punto di vista della resistenza ad oltranza e non devono ostinarsi a non cedere su alcun punto dei patti da definire. Se i proprietari hanno interesse a comprare al più basso prezzo possibile la forza di lavoro, gli operai hanno ragione di voler trarre dal loro lavoro il massimo guadagno; e per venire ad un accordo è opportuno che le due parti facciano tutte quelle ragionevoli concessioni che sono compatibili colle condizioni dell’industria e coi bisogni della maestranza. Se a questi concetti si fosse uniformata a tempo la condotta dei proprietari e degli operai nel ferrarese, forse non avremmo ora a lamentare i luttuosi avvenimenti che perturbarono nei giorni scorsi quella regione.

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