I combattimenti di Tientsin

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 01/09/1900

I combattimenti di Tientsin

«La Stampa», 1 settembre 1900

 

 

 

L’inazione dei generali – Una bomba scoppiata sul tavolo da pranzo dello Stato Maggiore inglese – La velocità delle truppe giapponesi – Il piano della presa – Lo scoppio di una polveriera – Arrestati da un fosso per un giorno – Durante la notte i cinesi scappano tutti – Il soldato cinese è un «bravo». (Nostra corrispondenza).

 

 

Sono giunte al Times da Tientsin, in data 15 luglio, le notizie particolari della presa di Tientsin da parte delle truppe internazionali il giorno 13. Credo opportuno mandarvi un breve racconto della presa, quantunque gli italiani non abbiano avuto parte in essa. Si tratta, in verità, di una battaglia la quale ha messo in luce alcuni fra i tratti più caratteristici della lotta militare che si combatte nella Cina.

 

 

Da parecchi giorni i 10.000 uomini delle truppe internazionali si trovavano ridotti novamente in istato d’assedio nei settlements europei. Profittando delle dilazioni e delle incertezze dei generali nostri, i quali non riuscivano mai a mettersi d’accordo sulla via da seguire, i cinesi, padroni della città e dei forti indigeni, avevano a poco a poco talmente estese le loro posizioni da mettere gravemente in pericolo i settlements. Il giorno 6, specialmente, i cinesi aumentarono le loro minacce; un loro cannone con insistenza cercava distruggere l’acquedotto che forniva l’acqua ai settlements europei.

 

 

Invano il maggiore Bruce, del 1.o reggimento indigeni cinesi, comandati da ufficiali inglesi, cercò di impadronirsene, a rischio della vita. Il giorno stesso, mentre il generale Dorward ed il suo Stato Maggiore facevano merenda nel Temperance Hall, una bomba cadde in mezzo al tavolo da pranzo, seguita immediatamente da un’altra, la quale ferì abbastanza un ufficiale.

 

 

La gravità della situazione pose termine agli indugi. I generali si misero d’accordo e cominciarono una serie di operazioni per ricacciare i cinesi entro le mura della città indigena e per liberare i settlements europei da un assedio pericoloso e molesto. Sarebbe troppo lungo narrarvi tutti i particolari delle varie operazioni militari con cui si raggiunse lo scopo.

 

 

Debbo notare soltanto che in questi combattimenti ciò che rifulse maggiormente furono il valore e le qualità singolari delle truppe giapponesi. Forse non vi è nessun esercito al mondo il quale possa marciare sotto il fuoco del nemico così rapidamente come i soldati giapponesi, se si eccettuano i nostri bersaglieri. La rapidità di marcia dei giapponesi è davvero straordinaria. In un teatro di guerra internazionale, come quello attuale, se i soldati delle altre nazioni dimostrano belle qualità, i giapponesi si distinguono per la rapidità. Essi non marciano; corrono e continuano a correre per un lungo tempo. Così pure l’artiglieria giapponese è montata, smontata, messa in posizione rapidamente e fa un fuoco velocissimo. Appena li vedevano avvicinarsi, i cinesi cominciavano a gridare: «Cessate il fuoco: arrivano i giapponesi!»

 

 

In un villaggio, dove i boxers ritardarono alquanto a ritirarsi, la cavalleria giapponese ne fece uno scempio orribile, tagliandoli addirittura a pezzi. Su 500 ben 300 rimasero morti sul campo. Certamente la cavalleria giapponese è inferiore alla cavalleria cosacca – la quale è la sola con cui in Cina si possano fare dei paragoni – sovratutto perché non è abbastanza pesante. Ma come cavalleria leggera e per i servizi di esplorazione non ha rivali.

 

 

Una difficoltà grave a cui andarono incontro gli internazionali si fu il piazzamento dei cannoni per mancanza di legname adatto, di meccanici e di macchine per far buchi e per collocare chiavarde. Con grande stento si poterono mettere in posizione delle batterie adatte a combattere la città indigena, entro la quale i cinesi si erano dovuti ritirare. Quando lo scopo si ottenne, – e non fu prima del 12, – si poté stabilire il piano d’attacco della città.

 

 

L’attacco doveva cominciare all’alba del 13. Protetti dall’artiglieria navale inglese dell’Arsenale orientale, 3000 russi dovevano avanzarsi a destra, prendere le batterie cinesi sul canale Lutai con un assalto di fianco, e di qui marciare alla distruzione dei campi di truppe cinesi, posti al nord-est della città indigena. I russi dovevano essere assistiti da 400 marinai tedeschi.

 

 

L’opera dei russi doveva impedire che i soldati dei campi trincerati cinesi potessero accorrere in aiuto della città, e doveva tagliare la strada ai difensori della città che ne fossero usciti.

 

 

Nel frattempo una forza di circa 4500 uomini, composta di 2000 giapponesi, 800 inglesi, 800 americani, 850 francesi e 50 austriaci, doveva avanzarsi, sotto la protezione della batteria occidentale inglese, e tentare la presa della città. Il generale Fukushima comandava le truppe giapponesi, il generale inglese Dorward il resto delle truppe.

 

 

Alla mattina, prestissimo, le operazioni cominciarono, come era stabilito. Mentre giapponesi ed europei, da un lato, e russi dall’altro, si avvicinavano alle posizioni donde doveva muoversi all’assalto, si sentì una spaventevole esplosione ed il cielo rimase oscurato da una bianca ed immobile nube improvvisamente formatasi. Era un magazzino di polvere saltato in aria.

 

 

Nei settlements tutti ebbero l’impressione che una bomba fosse scoppiata nella propria casa. Non si ebbe a lamentare alcun danno. Lo spavento negli abitanti fu compensato dallo spettacolo magnifico della nuvola bianca spiccante sull’azzurro terso del cielo. Alle 8 le truppe comandate dai generali Fukushima e Dorward si trovarono radunate sotto la protezione di un terrapieno che divideva la pianura fra i settlements e la città indigena, ed attraverso a cui si apriva un passaggio, il quale conduceva alla porta sud della città. Aprirono l’assalto contro la porta i giapponesi, posti al centro e coadiuvati a destra dai francesi, a sinistra dagli inglesi e dagli americani.

 

 

La bisogna non fu agevole. I giapponesi i quali sopportano il cozzo principale del nemico, dovettero sostenere un fuoco terribile da parte dei cinesi, il quale durò tutta la giornata, con una breve sosta verso le 10. La natura del terreno contrariò eziandio le loro mosse. Prima di giungere alla porta sud le truppe assalitrici dovevano varcare un largo fosso, su cui esisteva un ponte. Quando il generale Fukushima giunse sul posto, il ponte era stato distrutto, e l’avanzarsi riusciva impossibile prima di aver ridotto al silenzio il fuoco nemico.

 

 

Il quale, al riparo dietro le mura, faceva strage non solo fra i giapponesi, ma anche fra gli europei, i quali ne coadiuvavano l’opera a destra ed a sinistra. Il colonnello Liscombe cadde colpito al cuore mentre valorosamente rimaneva esposto alla fucileria cinese additando ai suoi soldati del nono reggimento americano i luoghi dove potersi collocare al coperto. Sembrava che il combattimento dovesse finir presto. Ma le ore passavano le une dopo le altre senza che si potesse pigliar d’assalto la porta sud. Le truppe combattenti da questo lato non seppero mai nulla dei movimenti delle truppe russe, ed era ragionevole il timore che queste non avessero potuto raggiungere l’intento e che i soldati cinesi dei campi trincerati movessero a liberare la città dai suoi assalitori. Ad un certo punto si videro in lontananza avvicinarsi delle bandiere nere e si temette che la partita fosse perduta.

 

 

Per fortuna il generale Fukushima tenne duro. Visto di non poter traversare nella giornata il grande fosso che lo divideva dalla porta sud della città cinese, egli avvertì il generale Dorward che sarebbe rimasto nella notte nelle sue posizioni e protetto dalla oscurità, avrebbe gettato un ponte sul fosso per prendere d’assalto la porta la mattina seguente. Intanto chiedeva al generale Dorward di proteggere la sua sinistra durante la notte, aggiungendo di sperare che all’alba avrebbe potuto entrare nella città senza nemmeno combattere. Il generale Fukushima, conoscendo a fondo il soldato cinese, sapeva che durante la notte la maggior parte di essi si sarebbe silenziosamente eclissata.

 

 

Così fu in realtà. Durante la notte giunsero notizie delle operazioni del contingente russo.

Questo avea conquistato le batterie ed avea distrutto i due campi cinesi. Per conseguenza, quando alla mattina i giapponesi traversarono il fosso, scalarono le mura ed apersero le porte agli europei, non trovarono alcuna resistenza. I cinesi, impauriti, erano scappati tutti. Alcuni, dopo aver fatto un po’ di strada ed aver gettato le armi, visto che gli internazionali non si curavano di loro, ritornarono indietro e si unirono alla folla dei cinesi che manifestava una gioia pazza per la entrata dei giapponesi e degli europei. Fra i più calorosi nel dimostrare erano coloro che più ci avevano combattuti.

 

 

La presa di Tientsin dimostra quanto siano deboli i soldati cinesi. Essi combattono finché si trovano al riparo dietro le mura. Sono più forti di un giorno, perché posseggono armi più potenti, ma non sanno adoperarle bene. Se dietro le mura di Tientsin vi fossero stati gli europei capaci a tirare e valorosi, le perdite degli assalitori sarebbero state spaventoli e sarebbe stata una vera pazzia pensare a conquistare la città. Le perdite degli internazionali furono dovute non all’abilità di tiro dei cinesi, ma alla stragrande quantità di piombo vomitata fuori delle mura. I cinesi non sono dei veri soldati, sono dei bravi, i quali differiscono dai malandrini comuni solo in quanto sono insieme riuniti in grandi masse e posseggono dei fucili. Essi non hanno ufficiali, e non esistono soldati senza ufficiali.

 

 

Quando sono attaccati vigorosamente e temono che le loro linee di ritirata siano in pericolo, si sbandano. Ciò accadde a Tientsin il 13 luglio e sembra che lo stesso sia accaduto sulla strada di Pechino e nella città imperiale, sebbene le notizie telegrafiche finora giunte non ci diano dei particolari così precisi come quelli che adesso abbiamo per la battaglia di Tientsin.

 

 

I medesimi fenomeni si ripetono ora che hanno caratterizzato tutti i combattimenti in Cina dal 1840 in poi.

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