I consigli del buon senso di Luigi Einaudi

Tratto da:

Il Mondo

Data di pubblicazione: 28/11/1961

I consigli del buon senso di Luigi Einaudi

«Il Mondo», 28 novembre 1961

 

 

 

Nel 1932 il governo fascista proibì ai detenuti politici di ricevere libri dai familiari e dagli amici, consentendo loro soltanto d’acquistarli, tra­mite la direzione del carcere, dopo averne ottenuta volta per volta l’autorizzazione. Perciò dal 1932 anche Luigi Einaudi non poté più mandarmi dei libri; ma continuò a scrivere a mamma e a mia moglie le opere che mi suggeriva di leggere. Fra queste opere quella che mi piacque di più fu The common seme of political economic, di P. A. Wicksteed.

 

 

In una lettera del maggio 1933, dalla casa di pena di Piacenza, incaricai mia moglie di ringraziare Einaudi di avermi consigliato questo libro stupendo, in cui trovavo sviluppate e approfondite alcune delle idee già apprese dal nostro più grande economista – Francesco Ferrara – e le comunicai di essermi messo di impegno a tradurlo.

 

 

Non mi fu poi possibile portare a compimento questo lavoro – perché, al principio del 1934, la direzione della casa di pena di Piacenza scoperse la organizzazione che stava preparando per tentare la fuga, d’accordo con gli amici di G. L., e, in conseguenza, venni trasferito a Regina Coeli, dove mi fu concesso solo di scrivere una lettera settimanale ai familiari.

 

 

«Il libro che mi tiene più compagnia durante questo periodo di segregazione – scrivevo dal carcere di Roma nel maggio del 1934 – è il libro del Wicksteed, che ora sto rileggendo tutto di seguito, senza più guardare il vocabolario. Vorrei far sapere a Robbins la mia riconoscen­za perche ha curato così amorosamente la ristampa di questo libro che ritengo fondamentale per la nostra scienza. Dopo le Prefazioni del Ferrara è l’opera di economia che mi ha fatto maggior impressione. L’ho capita perfettamente, dalla prima all’ultima parola, e mi ha ripulito il cervello di molti errori che ci avevano lasciato le letture dei nostri moderni economisti liberali e dei Principii del Marshall. Wicksteed è un grande scrittore: anima tutta la sua esposizione con un caldo anelito di simpatia umana; presenta i fenomeni di economia non come una particolare categoria di fatti in cui può trovare applicazione il principio edonistico (come fa, ad esempio, il Pantaloni), ma come particolari aspetti riconoscibili in tutti i fatti della vita pratica, e – pur mantenendo, come strumenti di lavoro, le distinzioni indispensabili ad esaminare la materia con rigore veramente scientifico – mette bene in luce i rapporti che legano intimamente la economia alla morale».

 

 

Dopo la Liberazione mi diedi subito da fare per trovare un editore disposto a pubblicare in italiano l’opera del Wicksteed (l’impresa appariva a tutti troppo rischiosa trattandosi di un’opera uscita trent’anni prima e composta di due grossi volumi, illustrati con grafici) finché l’editore Neri Pozza accolse, nel 1955, il mio suggerimento, incaricando una persona amica di iniziare la traduzione. Perché l’opera fosse degnamente presentata al pubblico italiano mi rivolsi allora a Luigi Einaudi, il quale – nonostante fosse molto preso dal suo ufficio di Presidente della Repubblica – seppe trovare il tempo per scrivere le pagine che per la prima volta vengono qui di seguito pubblicate.

 

 

«Non può immaginare – scrissi a Einaudi il 27 settembre 1953 – come mi abbia rallegrato la notizia che Ella mi dà di aver finito questo lavoro: Bravissimo! Le sono molto, molto riconoscente, e Le saranno riconoscenti tutti coloro che, per Suo merito, saranno indotti a leggere un libro cosi bello, che aiuta veramente a capire il mondo in cui viviamo ed insegna la strada da percorrere per cercare di renderlo migliore. Tra rutti i libri di economia, il Common sense è quello che ha lasciato una più profonda traccia nel mio pensiero. Fu Lei che me lo segnalò quand’ero in carcere. Lo lessi; lo spiegai ai miei compagni di prigionia, e tradussi anche il primo volume. (I quaderni con la traduzione andarono poi smarriti con tutti gli altri miei quaderni del carcere e del confino). Che questo libro possa essere presto tra le mani dei nostri giovani, tradotto in italiano, è veramente consolante: potrà servire a raddrizzare parecchie idee storte».

 

 

La pubblicazione del Common sense è stata poi ritardata da una lunga serie di malaugurati incidenti; ma l’editore Neri Pozza – che sentitamente ringrazio per avermi concesso di far conoscere subito queste belle pagine di Einaudi – mi ha avvertito che la traduzione uscirà, finalmente, nel prossimo anno.

 

 

Ernesto Rossi

 

 

 

 

Lessi The Alphabet of Economic Science, London 1888, al principio del secolo; ed il Common Sense, che ora qui si tra­duce, più tardi e, di nuovo e meglio, nella seconda edizione curata dal Robbins nel 1933; ed ogni volta dovevo, letta qualche pagina, al­zarmi, sospendere la lettura, riprendendo il filo solo dopo calma­ta l’emozione. Emozione, non me­ditazione; che un brano di Machiavelli, un capitolo di Gibbon, un pensiero di Leopardi, una riflessio­ne di Manzoni, un ragionamento storico-critico di Croce, un cenno biografico di Keynes, una pagina mordace di Paul-Louis Courier non mi eccitano a meditare, sì a gridare: come ha potuto lo scrittore comporre cosa così perfetta? tutte le parole a posto, non una di più e non una di meno del neces­sario, tutte appropriate ad esprimere un pensiero, quel pensiero, sicché il lettore invidioso pensa: io non sarei riuscito ad inventare quelle stesse parole per esprimere quel medesimo concetto, e comincia a disperare per non essere capace non certo di tanto, ma neppure di qualcosa che lontanamente si avvicini a quella perfezione; sicché solo quando la commozione si è calmata, può riprendere la lettura interrotta.

 

 

Perché nel leggere Wicksteed provavo la medesima commozione? Non per lo splendore letterario, sebbene, ricordando alla rinfusa, anche gli economisti: Cantillon, Adamo Smith, Galiani, Ferrara, Bagehot, Keynes, Pantaleoni, Pare­to, abbiano scritto pagine degne di antologia; che non è ufficio dei cultori della economia di essere anche grandi prosatori. Sì, per l’ordine tenuto nel dedurre, per centinaia di pagine di ragionamento serrato, le illazioni logiche derivanti dall’osservanza della norma fondamentale per cui l’uomo, in possesso di quantità limitata di beni (risorse), utilizza quei beni mediante scelte opportune, in guisa da ottenere la migliore soddisfazione possibile degli scopi materiali, intellettuali, spirituali, egoistici od altruistici; individuali, familiari o collettivi che egli di tempo in tempo si proponga.

 

 

Tutto qui? Wicksteed scrive il trattato del buon governo delle en­trate e delle spese, nel presente e nel passato, di ciascuno di noi, se­condo il sonaglio dato dal buon senso all’uomo comune, colui che passa per la strada. Di qui il titolo inglese dell’opera: The Common Sense of Political Economy. Non ho scritto, dichiara il Wicksteed, nulla di nuovo o di peregrino; nul­la che già non fosse stato da altri scoperto o chiarito. Egli semplicemente, afferrato il gomitolo ad un capo, lo dipana piano piano sino alla fine. Sono, nel testo originale, settecento pagine di un gomitolo che, svolgendosi ordinatamente, una proposizione dopo l’altra, fa vedere quale contenuto, meravigliosamente ricco, abbia quell’iniziale norma della scelta ottima da una quantità limitata di beni posseduti.

 

 

La madre di famiglia, che quella scelta deve fare e fa ogni giorno, se avesse la pazienza di leggere Wicksteed, direbbe: così scelgo anch’io, senza d’uopo di un libro così grosso. Ed invece il giovane studioso deve leggere il libro grosso; perché nella vita quotidiana nulla è più comune come il dimenticare che si debbono ogni giorno fare scelte. Si è costretti a non dimenti­carsene nella vita privata, perché la sanzione, se non sempre immediata, è sicura. La famiglia va in rovina; i figli si avviano su strade pericolose, se la madre acquista a mezzo credito la pelliccia, scordando che quei denari meglio dovevano essere utilizzati per comprare le scarpe ai bambini o per fornire il cappotto ai ragazzi che vanno a scuola. Va in rovina l’industriale, il quale, per pagare il palco dell’opera desiderato dalla moglie, attinge alla cassa dell’ufficio i denari messi in serbo per fare la paga del sabato agli operai. Va in rovina, per fini di carità apparente, colui che aumenta il debito in banca per costruire l’asilo per i bambini dei suoi operai; ma il fido gli vien meno poi per l’acquisto delle materie prime. Costui aveva oltrepassato il limite posto dalla quantità di credito esistente nel paese ed a cui egli poteva attingere, in concorrenza con altri, epperciò entro certi limiti; prima per i fini necessari alla vita dell’impresa (acquisto di materie prime) e poi per i fini umanitari (asilo per i bambini lattanti degli operai). Nella vita privata giova all’uomo studiare le ramificazioni eleganti ed ammonitrici della teoria delle scelte, ad evitare l’inevitabile sanzione della rovina, del fallimento, della miseria, della disperazione per sé ed i figli. Ma giova sovratutto far di quelle norme carne della propria carne all’uomo nella vita pubblica, perché in questa disgraziatamente la sanzione degli errori nelle scelte cade non su chi è responsabile degli errori, ma sugli innocenti. Chi soffre le conseguenze del costruire, a spese dell’erario, troppe case d’abitazione quando un po’ delle risorse così impiegate meglio avrebbero dovuto essere destinate a costruire uno stabilimento industriale ed a dotarlo di macchinari? La sanzione cade sull’uomo provveduto bensì di casa, ma disoccupato a causa della cattiva scelta delle risorse limitate esistenti. La sapienza popolare invano ammonisce ricordando la novella della botte piena e la moglie ubriaca. Troppi uomini politici proponendo spese e dimenticando, ad onta dell’art. 81 della costituzione italiana, la relativa copertura od inventando coperture fallaci o fuggevoli, commettono l’errore di far servire la stessa risorsa a duplice fine. La sanzione, purtroppo, non è il fallimento del colpevole, ma l’allegria di talun arricchito dall’inflazione e l’immiserimento delle moltitudini.

 

 

Il Wicksteed, dopo aver dichiarato il debito suo ai Jevons, ai Walras, ai Menger; ed a pochi altri, tira diritto per la sua via senza più impacciarsi di citazioni. Nell’indice della seconda edizione Robbins, non ne ho contato più di quindici; e la parsimonia nel citare, è certamente pregio grandissimo in un libro di ‘principi di una qualsiasi scienza. Anche se non si cada nella mania e nello sfoggio, le citazioni sono una calamità per i lettori che vogliono cominciare ad apprendere. Distraggono dal fine del discorso; tirano in ballo chi forse ha inteso esprimere tutt’altro o più preciso concetto da quello forzatamente racchiuso nella citazione, e mettono confusione nella testa di chi legge. La mancata citazione è biasimevole quando nasconde il plagio. Se di un teorema si conosce l’autore, giova ricordare il teorema col nome suo proprio; ed ho lodato e lodo Pantaleoni che nei suoi Principi ad ogni teorema dà il nome di colui che primo lo ha scoperto o dimostrato o chiarito. Ma le abbondanti citazioni e discussioni delle teorie altrui nei libri non dedicati alla storia critica della dottrina, sono ingombranti e fastidiose. Il Wicksteed, dopo aver dichiarato in principio il suo debito verso gli scopritori della teoria da lui accolta, non cita se non rarissimamente. Ciò che ha letto, lo ha ripensato, lo ha fatto suo, lo ha ordinato in un sistema; sicché può procedere, con piena ragione, per la sua via senza vane digressioni.

 

 

A mano a mano che egli procede nella dimostrazione, i richiami a pie’ di pagina aumentano, i richiami, non le citazioni. Il richiamo che un autore fa dei principi da lui esposti in una pagina precedente o degli svolgimenti che in pagine successive egli compirà dei principi da lui dianzi esposti, è tutt’altra cosa dalla citazione delle opinioni altrui. La citazione indica che l’autore non è del tutto sicuro di quel che egli dice, e sente il bisogno di ricorrere, per consenso o dissenso, all’aiuto altrui. Il richiamo prova che l’opera è costrutta logicamente, che tutte le parti si tengono, che la sua non è una mescolanza di principi diversi e forse contraddittori; che essa è un monolito del quale non si può toccare un punto senza costringere a modificare il resto; anzi non si può dimostrare un corollario secondario senza provare che esso è coerente col teorema principale e questo con la premessa.

 

 

Quando ciò accade, si può affermare che ci troviamo dinnanzi ad un’opera d’arte. Il libro di Wicksteed è duro. Lo studioso non può illudersi di correre, anzi deve sa­pere che la sua sarà una lunga fatica, che egli dovrà ritornare spesso indietro su pagine già meditate, per rimeditarle alla luce delle nuove dimostrazioni. Come potrei altrimenti affermare che il libro merita di essere letto, meditato e conservato? La scienza economica non è fatta per i chiacchieroni e gli arruffoni, ma ha lo scopo di fornire agli uomini seri lo strumento necessario per mettere a posto arruffoni e chiacchieroni. Chi avrà meditato e fatti suoi i «principi» di Wicksteed, avrà compiuto buon cammi­no sulla faticosa via che rende l’uomo degno di partecipare consapevolmente alla vita pubblica.

 

 

L’amministratore comunale, il consigliere provinciale o regionale, il deputato o il senatore che volesse proporre una nuova spesa, indubbiamente buona, bella, umanitaria, vantaggiosa ai meno provveduti od ai miseri, ma avesse letto Wicksteed, prima di alzarsi dal banco sarebbe forzato a chiedere a sé stesso: l’opera che vorrei proporre è certamente vantaggiosa, umanitaria e buona, ma non esistono forse altri poco provveduti o miseri, meno provveduti o più miseri di quelli ai quali intendo provvedere io, a quali più gioverebbe il compimento di altra opera? i tributi che io coscienziosamente metto innanzi per provvedere alla spesa sono io sicuro non abbiano effetti e ripercussioni peggiori del male al quale intendo provvedere? ho riflettute abbastanza alle alternative tra le quali fa d’uopo scegliere coi mezzi limitati a disposizione dell’erario? Che cosa è l’erario se non un luogo dove si raccolgono i proventi delle imposte pagate dai cittadini? forse da quei medesimi ai quali intendo recare beneficio? Ho il diritto di proporre il «buono» o non invece il dovere di scegliere il «meglio», o, forse, di evitare il «peggio»? Quell’uomo pubblico il quale, tratto dalle sue meditazioni, si po­nesse siffatte domande, il più delle volte o quasi sempre si asterrebbe dal proporre, avrebbe così fatto un gran passo sulla via percorrendo la quale si diventa benemeriti del paese.

 

 

Nel costruire il sistema, il Wicksteed non prese le mosse, come aveva fatto il Marshall, quasi suo contemporaneo, dai classici, ma da Jevons e dagli austriaci: «un vestito non vale per la collettività dieci volte come un cappello, perché occorre il decuplo di tempo a pro­durlo; ma la collettività è disposta ad impiegare un tempo decuplo nel vestito in confronto al cappello, sicché è perché esso vale dieci volte tanto». Che è verità ovvia, dettata dal buon senso, e parve una sco­perta grande perché troppi uomini, dimentichi del buon senso, sono persuasi, ancor oggi, che ognuno abbia diritto di essere remunerato, per il lavoro compiuto, in relazione alla fatica durata. Ed essendo costoro un vaso di contraddizioni, non si avvedono che, nel momento stesso in cui così opinano, si rifiuterebbero di pagare il lavoro mal fatto alla stessa stregua di quello ben fatto; il lavoro eseguito in due giorni il doppio di quello ugualmente perfezionato in un solo giorno. ll Wicksteed rifiuta l’ipotesi del valore-lavoro, perche non la reputa «fondata sulla esperienza ordinaria della vita». Indaga attentamente «a quali principi, noi uomini ordinari, informiamo l’uso corrente delle risorse da noi possedute». Secondo quali criteri noi ci decidiamo «fra i diversi usi alternativi delle nostre risorse di qualsiasi specie? In che modo ci sforziamo di utilizzare quelle risorse per la migliore consecuzione degli scopi che ci proponiamo nella vita o per soddisfare al massimo le nostre inclinazioni qualunque siano?».

 

 

Perciò egli non suppone che i suoi lettori abbiano «alcuna preliminare conoscenza della scienza economica»; e neppure conoscano gli scritti di coloro i quali, come Walras, Jevons o Menger, gli uni senza sapere degli altri, e senza sapere che prima di loro, Lloyd in Inghilterra, Gossen in Germania, ed, aggiungo io, Galiani in Italia, avevano creato la interpretazione marginalistica della economia. Egli spera che, dopo aver letto il suo libro, gli studiosi della economia saranno convinti che «gli aspetti particolari o insoliti del sistema da lui costruito non sono né innovazioni, né eresie, ma sono già interamente contenuti e spesso esplicitamente dichiarati dai più recenti e migliori pensatori in questo campo».

 

 

Era vera novità quella dei marginalisti? Un giorno Achille Loria mi raccontò degli esercizi che egli, giovane studente od appena uscito dall’università, era usato fare: esporre la dimostrazione od illustrazione di un teorema o principio o tesi, prima nel linguaggio di Adamo Smith, poi in quello di Ricardo ed ancora nello stile di John Stuart Mill o di Say o di Cairnes. E mi pare si fermasse lì; ma si potrebbe continuare, arricchendo l’elenco, con Jevons, Walras, Pareto, Marshall, Keynes ecc. ecc.; e sarebbe esercizio scolastico utilissimo a mettere in luce se e quanto siano state meditate le letture del giovane studioso e quante le rassomiglianze fra i modi di esporre il proprio pensiero tenuti dai grandi formatori della scienza. A chiarire l’avanzamento compiuto dall’un pensatore in confronto ai precedenti occorrerebbe altro e cioè riscrivere la storia dei teoremi della scienza economica chiarendo come dall’uno si sia passato all’altro, e come si siano non di rado ripresi principii e teoremi già prima esposti e poi dimenticati. «La grande scoperta di Jevons – dice il Wicksteed, ma più di un secolo innanzi a Jevons l’aveva scoperto Galiani – non fu, come in tanti altri casi, se non la scoperta di quel che è ovvio, perché egli scoprì che, se i bisogni umani sono talvolta atti ad essere compiutamente soddisfatti e talvolta ad essere per un po’ calmati, in ogni caso la urgenza relativa, con cui quei bisogni richiedono di essere ulteriormente alleviati, è modificata dalla misura in cui essi sono già stati fino a quell’istante soddisfatti. Una fetta di pane o di burro, il piacere di una fumatina di tabacco nella pipa, o di una passeggiata per godere un bel tramonto, non hanno la stessa importanza in confronto ad altri beni, sia che non si sia avuto nulla da mangiare da parecchie ore e sia che se si sia finito per l’appunto di consumare un buon pranzo».

 

 

Le maniere di spiegare i principii della scienza economica sono tante e forse ogni metodo ha i suoi pregi. V’ha, a cagion d’esempio, chi senz’altro parte dalla contemplazione dei fatti comunemente osservati: quanti siamo, che cosa e quanto produciamo? cosa spendiamo noi e cosa spende il governo? che cos’è un mercato? Costui cerca di spie­gare che cosa vuol dire produrre e scambiare, consumare e investire, quali sono i fattori della produzione; che cosa è il reddito nazionale, il prodotto sociale, in denaro e in beni reali: come il reddito nazionale si distribuisce. Un metodo che taluno reputa buono potrebbe essere vagamente detto dei «casi»; che è usato quasi esclusivamente nelle scuole anglosassoni di diritto nelle quali si parla pochissimo di principi generali e si parte senz’altro dal testo di derisioni giudiziarie in dispute effettivamente accadute, e dai casi singoli si risale ai principii. Così, in economia, si potrebbe partire da discussioni, lotte istituti, fatti realmente osservati in questo o quei paese, in questo o quel tempo: nell’Italia di Giolitti, in quella di Mussolini o nella nostra contemporanea e, ponendo esattamente il problema, tentare dì risolverlo alla luce della teoria. Il sistema giova se adoperato da penna scaltrita. Ma corre il brutto rischio di invecchiare rapidamente. Se anche il fatto, l’istituto, il problema, attuale in un certo momento, bene illustrato, giova ad arrivare al teorema, alla norma, non sempre il lettore è in grado di sostituire ad esso l’altro fatto ed istituto o problema che a lui si presenta in un momento successivo con modalità ed aspetti diversi da quelli di prima. Le mutate condizioni in cui il fatto si verifica, o le mutate caratteristiche del fatto, sembrano a molti richiedere una revisione del teorema o della norma ed offrono agli scettici il pretesto per dichiarare la vanità dei principii in materia così complicata e mutevole come l’economica.

 

 

Perciò le «introduzioni» alla economica non giova abbondino troppo di riferimenti a fatti e discussioni attuali e, quelle che si adducono ad esempi, occorre siano circondate di tutte le opportune riserve. Ossia occorre che le introduzioni «introducano» davvero e non si ristringano a «nozioni» del tipo di quelle che si leggevano negli ultimissimi manuali di Cossa.

 

 

Le nozioni rimangono appiccicate alla memoria che è labile; le introduzioni devono sovrattutto insegnare a ragionare. Nella gerarchia dei valori vale assai più insegnare a ragionar bene, a capire come da una premessa scendano certe conseguenze e non certe altre, come due proposizioni possano essere contraddittorie le une con le altre; come si scopra l’errore dell’una e la venti dell’altra; assai più di quanto non valga la materia insegnata.

 

 

La peste delle scuole di tutti i gradi, dalle elementari alle università, è la mania del programma completo. Il tale insegnante discorre solo di Machiavelli e del suo tempo; sicché gli studenti non sanno nulla dei Rinascimento in generale e di quel che accade nell’evo moderno. Il tale altro, che dovrebbe discorrere di tutto il medio evo, tira di lungo sui Longobardi e pare che prima o dopo non sia successo nulla. A me accadde per l’appunto che per un anno di liceo sentii parlare quasi soltanto dei Longobardi e di un celebre passo di Paolo Diacono e delle opinioni in merito di Carlo Troja e di Alessandro Manzoni; e professo gratitudine ancor oggi a quel bravo Vincenzo Papa, sacerdote innamorato dei Longobardi, ed a Giuseppe Finzi, che raramente faceva lezione, ma quella volta ci incantava su un canto o su una strofa di un canto di Dante o di Ariosto, ed a quel proposito i testi critici, fondamentali in quell’epoca, da Bartoli a Raina, da Settembrini a De Sanctis, ci erano così efficacemente chiariti da invogliarci a leggerli; mentre non ricordo nulla di quegli insegnanti i quali svolgevano «tutto il programma» e gli studenti erano sicuri di rispondere a tono a tutte le domande degli esaminatori. Coloro i quali avevano intuito quel che poteva esserci dentro un autore ed una vicenda storica ed un tempo determinato traevano però frutto dalla scuola e, quasi senza avvedersene, se ne giovavano in occasioni diversissime da quelle che avevano dato luogo a quell’apprendimento. Né mi capitò di vedere che essi se la cavassero agli esami peggio dei programmisti.

 

 

La conclusione è che il libro di Wicksteed non è fatto per chi vuol «passare» agli esami; né per chi vuol prepararsi ad un concorso. Per parlar solo dei morti e dei forestieri, chi, al tempo di Wicksteed avesse voluto sostenere un esame di concorso, duro e serio, avrebbe fatto meglio a leggere e impadronirsi dei cinque o sei volumi del corso di Colson, valoroso economista, ingegnere apprezzato, matematico prudente nelle applicazioni alla economica; il cui nome, credo, è ancora ricordato con riconoscenza dagli allievi parigini della Scuola poli-tecnica, o di quella delle miniere o del Conservatorio di arti e mestieri, ossia dalle scuole donde usciva ed esce lo stato maggiore delle amministrazioni tecniche dello stato e delle industrie private.

 

 

Ma chi avesse voluto allora e volesse oggi imparare a ragionare in materia economica, fare di questa meravigliosa macchina logica sangue del suo sangue e mettersi in grado di porsi un problema nuovo diverso da quelli esemplificati nel libro, di vedere perché sia mal posto dai nove decimi di coloro che ne discorrono e, dopo averlo correttamente posto – che è sempre l’impresa più ardua – essere in grado di offrire, modestamente e con le dovute riserve, una soluzione certamente diversa da quella a cui è giunta la grandissima maggioranza dei discorritori, la quale subito sentenzia e non immagina neppure che faccia d’uopo prima pensarci su, quegli legga e mediti e butti già a margine (cosa orrenda ai miei cechi di amante del libro, ma quanto pagherei per avere un libro annotato da altri, che poi fu qualcuno!) dubbi e richiami. Non si pentirà per la fatica durata e non rivenderà in seguito il volume, come si fa con le dispense scolastiche.

 

 

Non lo farà perché avrà bisogno dì ricorrere al libro per ripensare alla soluzione da dare oggi ai problemi che ci angustiano oggi.

 

 

Darò un esempio solo: quali i rapporti tra l’utilità privata e quella pubblica? Forse in nessuna altra opera si leggono dimostrazioni tanto chiare della differenza che deve essere fatta tra la convenienza per l’individuo di ottenere il massimo reddito netto dalla sua impresa e la necessità pubblica di riflettere che non sempre quel massimo reddito individuale coincide con il massimo vantaggio collettivo. È noto – ed è forse il caso più ovvio e più evidente – che il proprietario di un terreno collinare o montuoso ha spesso interesse a convertire il bosco in terreno coltivabile. Anche se si fa astrazione dallo stato di necessità che induce il contadino dell’Appennino a spiantare il bosco per ricavare dal terreno un miserabile prodotto in frumento o dal pascolo l’erba per le sue capre; ed anche se si ragiona in punta di lire soldi e denari, si può riconoscere che, se i prezzi del legname sono buoni, il capitale ricavato dal diboscamento consente di sistemare il terreno, tracciare strade, elevare le opportune costru­zioni rustiche; e per trenta, cinquanta e più anni, fin là dove giunge lo sguardo dell’uomo vivente oggi, il reddito netto del terreno posto a cultura è di gran lunga superiore al reddito annuo dei bo­sco: il 5 od il 6 in confronto all’1 od al 2 per cento. Non v’ha, in dati casi, alcun dubbio sulla convenienza del diboscamento per il possessore privato. Ma per la collettività? La bilancia non può pendere a pro del bosco? Non occorre aggiungere, al due per cento del taglio annuo regolare dei boschi, che va a profitto del proprietario il risparmio che lo Stato (insieme con gli altri enti pubblici territoriali od istituzionali inclusi nel concetto di stato) consegue per il minor pericolo delle frane ed inondazioni nei terreni sottostanti, delle minori riparazioni alle strade, ai ponti ed alle arginature dei fiumi; l’incasso dei tributi aumentato a causa della cresciuta capacità tributaria dei vicini proprietari di terreni e dei contribuenti agricoli e mobiliari, il cui reddito è cresciuto a causa del rimboschimento e delle migliorate condizioni generali della economia agricola? Il proprietario dei terreni rimboschiti gode solo del reddito del due per cento, ed a lui non interessano il danno cessante ed il lucro emergente dello Stato, degli enti pubblici minori e dei proprietari e contribuenti sottostanti salvaguardati da piene ed inondazioni. Ma nel conto complessivo della collettività, i redditi ed i minori dispendii si cumulano ed il totale supera la perdita del singolo al quale si vieta il diboschimento.

 

 

La tesi è nota ed è pacificamente accettata. Ciò che non è sempre adeguatamente considerata è la difficoltà della sua applicazione nella maggior parte dei casi, che sono quasi sempre più complicati di quello del rimboschimento. Come si valuta il vantaggio collettivo? Probabilmente oggi il pericolo non sta tanto nel manchevole quanto nell’eccessivo apprezzamento di quella entità misteriosa, incerta, che ha nome di vantaggio collettivo. I radunamenti di collettività sono spesso raffinati, e dilettano perciò i dottrinari, i quali non si accorgono di essere non di rado lo strumento degli assalti mossi, col pretesto del vantaggio collettivo, alla pubblica pecunia da imbroglioni pubblici e privati.

 

 

La meditazione delle pagine del Wicksteed giova ad apprestare difese contro la ingenuità della brava gente pronta a plaudire a chi mira a procacciare a sé voti o denari e invoca all’uopo il vantaggio collettivo, il bene comune, la giustizia sociale. Che sono miti nobili e fecondi; ma ai quali importa attribuire contenuto e limiti; e contenuto e limiti non si lasciano scoprire senza fatica. Come sempre, anche la via lunga delle settecento pagine di un maestro di logica economica come il Wicksteed, conduce alla meta assai più sicuramente e rapidamente della via breve atta a procacciare dapprima plauso e poi disinganno.

 

 

Di Filippo Wicksteed dovrei dire qualcosa di più: come egli fosse figlio di un ministro della chiesa unitaria, una delle sette dissenzienti da quella anglicana, ministro unitario egli stesso sinché i dubbi filosofici e religiosi, a poco a poco crescenti in lui, non lo indussero ad abbandonare il ministero religioso ed a provvedere alle esigenze sue e della famiglia con lo scrivere e tenere conferenze. Si interessò dell’economia, essendogli capitato sotto le mani il famoso libro Progress and Poverty di Henry George, che tanta influenza esercitò negli ultimi decenni del secolo scorso sui giovani, particolarmente anglo-sassoni. Il Wicksteed conservò sempre una qualche simpatia verso la teoria della nazionalizzazione della terra, che Henry George, apostolo anziché scienziato, aveva propagandato per il mondo; ma era una simpatia limitata a critica. Ebbe pure simpatie vive per i socialisti ed i fabiani; ma è sua la critica più acuta e salda della teoria del valore-lavoro di Marx (ristampata in appendice alla seconda edizione del Common Sense, curata dal Robbins). Oltre all’Alphabet ed al Common Sense pubblicò nel 1894 An Essay on the Co-ordinaiion of the Laws of Distribution, poi ristampato nella serie dei «Reprints of Scarce Tracts in Economics», a cura della London School of Economics.

 

 

Nonostante gli economisti lo tenessero in gran conto e un anno lo avessero eletto presidente della sezione economica della Società britannica per l’avanzamento delle scienze, il Wicksteed non fu un puro economista e non entrò nella carriera accademica. Chi scrisse la sua vita, lo illustrò sovrattutto come cultore della filosofia e della letteratura medioevale; e di lui, tra i miei libri, ho un piccolo volume su Dante e San Tommaso. Adoperò lo strumento matematico con parsimonia e con rigore, sicché, per la varietà e la sicurezza dei suoi contributi al sapere, lo si può veramente ascrivere alla breve schiera degli umanisti contemporanei.

 

 

Nacque nel 1844 e morì nel 1927.

Torna su