Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

I dati del problema frumentario

«Corriere della Sera», 24 giugno 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 217-220

 

 

 

Quando, con la legge del 27 febbraio, si ritenne di avere risoluta la questione del pane, si ebbe ragione di dire che si passava da un regime di disastro ad un regime di relativo equilibrio per il bilancio dello stato. Ma una soluzione, di quelle che si chiamano definitive, non la si poteva avere, perché quella legge fissava uno dei dati del problema e rendeva quindi impossibile quell’automatico continuo aggiustamento dei costi e dei prezzi, a cui è subordinata la vera soluzione dei problemi dei prezzi.

 

 

Perché in regime privato, il problema del prezzo del pane è sempre risoluto ed è tanto risoluto da potersi anzi dire che il problema stesso non esiste? Perché ad ogni giorno mutano i prezzi d’origine, nazionali ed esteri, del frumento, i dati di macinazione e panificazione, i noli e le tariffe e ad ogni giorno mutano in corrispondenza i prezzi delle farine, della crusca, del pane, delle paste. Il problema è risoluto, perché nessuno degli elementi è fisso e tutti mutano continuamente e si adeguano gli uni agli altri.

 

 

Appena invece si pretende fissare per legge uno degli elementi del prezzo, subito la macchina si arresta. La legge 27 febbraio disse che a partire dal primo luglio, il governo doveva fissare il prezzo del pane in corrispondenza al prezzo medio di costo del cereale nazionale comprensivo del prezzo base di requisizione, dei premi e sovraprezzi regionali e delle spese di gestione. Ed un decreto del 4 maggio 1920 stabiliva che il prezzo del frumento tenero dovesse essere uguale a lire 125, più lire 21,50 per il mezzogiorno, le isole, le terre liberate ed il latifondo. Facendo una media tra i due prezzi di 125 e di 146,50, il frumento nazionale verrà a costare al governo lire 137,50 più lire 5 di spese di trasporto e gestione, ossia lire 143 circa.

 

 

Se questo prezzo fosse unico per tutta Italia, se si fosse sicuri che per tutto l’anno agrario 1921-22 il frumento estero, reso sul carro a Genova, dovesse costare le stesse 143 lire, il governo potrebbe lavarsi le mani della faccenda e, fatta eccezione forse di qualche momentaneo aiuto per agevolare il passaggio dal monopolio alla libertà, potrebbe disinteressarsi degli agricoltori e lasciare ai negozianti il compito di approvvigionare l’Italia. Gli agricoltori non avrebbero interesse a vendere allo stato, lento nel ritirare e tardigrado nel pagare; ma preferirebbero vendere a 143 ai mugnai. I negozianti avrebbero interesse ad importare dall’estero, perché l’essere il prezzo del frumento straniero spontaneamente uguale a 143 lire su carro Genova, vorrebbe dire che a quel prezzo c’è convenienza a comprare e trasportare dagli Stati uniti e dall’Argentina. I mugnai ed i fornai avrebbero interesse a macinare e panificare perché sarebbero liberi di fissare i prezzi delle farine, della crusca e del pane in corrispondenza a quello del frumento.

 

 

Purtroppo, nulla è meno certo che il prezzo del frumento estero sia uguale a quello del frumento interno; ed è certo che di prezzi del frumento interno ce ne sono almeno due; e da una recente deliberazione del consiglio dei ministri è già apparso che non si oserà fissare il prezzo del pane in corrispondenza al costo totale del frumento. Ognuno degli elementi del prezzo del pane conservi una tendenza spiccatissima ad andare per conto proprio, senza preoccuparsi menomamente di incastrarsi esattamente negli altri. Dal che nascono imbrogli senza fine.

 

 

Il costo medio c.i.f., ossia reso a Genova, del frumento nordamericano comprato dal governo italiano, che fu di 126 lire al quintale nel settembre 1919, aumenta gradatamente sino al massimo di 292 lire nel maggio 1920. Nel gennaio di quest’anno il costo stesso fu in media di lire 231, in febbraio di 217, in marzo di 194,70, in aprile di 152,92, in maggio di 140,24. Si fecero, è vero, alcuni acquisti a 110 lire, quando il costo del frumento nordamericano era di 5,50 dollari per quintale; ma ora il prezzo del frumento è risalito a 7 dollari per imbarco di luglio e a 6,50 per imbarco di agosto. Al cambio di 20 lire per dollaro il prezzo oscillerebbe fra le 130 e le 140 lire. Nessuno può prevedere come in avvenire si muoveranno i prezzi all’origine, i noli ed i cambi. Secondo taluno, i prezzi all’origine tenderebbero all’aumento; ché i prezzi bassi attuali paiono tali da indurre gli agricoltori degli Stati uniti e del Canada a ridurre le semine. Ed è bravo chi prevede le variazioni future dei noli e dei cambi.

 

 

Il governo, dunque, non può lavarsi senz’altro le mani della faccenda, perché i prezzi del frumento estero potrebbero cadere sotto a quello di 125 più i premi, che fu promesso agli agricoltori nazionali. Sarebbe un mancamento di parola; ed il governo ha mancato troppe volte alle fatte promesse, per non ritenersi obbligato ad osservare almeno questa, che fu data allo scopo di promuovere la coltivazione del frumento. Gli agricoltori ascoltarono l’invito e seminarono largamente; il raccolto è buono. Non sarebbe decente lasciarli in asso.

 

 

Tanto meno lo può, in quanto il governo non ha promesso a tutti l’uguale prezzo; bensì lire 125 nel settentrione e nel centro e lire 146,50 nel mezzogiorno ed isole. Più ancora, ha promesso questi prezzi non ai mulini o sui mercati, ma sul luogo di produzione, ossia sul fondo. Lo stato deve rimborsare ai produttori il costo del trasporto dal fondo al prossimo scalo ferroviario; sicché i prezzi sugli scali sono in realtà infiniti, quasi tanti quanti sono i produttori.

 

 

Che i precedenti ora esposti obblighino il governo a comprare il frumento nazionale ai prezzi stipulati è certo. Non lo obbligano però a requisire per forza. Nell’anno in corso, dall’agosto 1920 all’aprile 1921 il governo riuscì a requisire appena 10.733.135 quintali di frumento. Appena era possibile, ognuno cercava di sfuggire alla requisizione, perché il frumento sul mercato libero clandestino valeva di più del prezzo d’imperio pagato dallo stato. Ma ora, se il prezzo pagato dallo stato sembrasse più alto del prezzo libero, tutti vorrebbero dare il proprio frumento allo stato. Ci sarebbe gran calca nelle offerte e la requisizione obbligatoria sarebbe inutile. Taluni temono che verrà fuori del gran frumento da tutti i nascondigli e che il governo si troverà sulle braccia ben più dei soliti 10 milioni di quintali: forse venti e magari più. Non c’è dubbio che ben fece perciò il governo a convertire quest’anno le requisizioni forzose in libere offerte, da farsi entro il 31 agosto, ai prezzi stabiliti nel decreto del 4 maggio 1920. Vedremo quest’anno il governo rifiutare con scrupolo le offerte fatte dopo il 31 agosto; ed accertarsi con diligenza se la famiglia dell’agricoltore non è per avventura più numerosa del dichiarato o maggiormente bisognevole di una buona alimentazione in farinacei? L’agricoltore preferirà dare tutto il frumento prodotto ed anche più; lo stato cercherà ogni via per ritirare il meno possibile.

 

 

Spera il governo di evitare in parte le offerte di frumento, fissando il prezzo di rivendita per conto suo ai mulini in 128 e 150 lire per quintale di frumento tenero e duro rispettivamente, cosicché il commercio privato abbia esso interesse ad acquistare dai proprietari a 125 e 145 ed avere un margine di lucro nella rivendita. Ma ciò si otterrà solo entro i limiti in cui le 3 e le 5 lire di differenza compensano le spese di trasporto agli scali ferroviari e lasciano un margine a favore degli intermediari.

 

 

Ad evitare che tutto il grano interno prenda la rincorsa dalle province a 125 a quelle a 146,50 per il frumento tenero e da quelle a 145 alle altre a 170 lire per il duro, resta vietata la esportazione dalla prima alla seconda zona fino al 31 agosto. Divieto indispensabile, se non si voleva crescere oltre misura l’onere dei premi concessi alle province nelle quali la coltura cerealicola è particolarmente costosa.

 

 

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