I debiti alleati e la rivalutazione dell’oro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/09/1925

I debiti alleati e la rivalutazione dell’oro

«Corriere della Sera», 13 settembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 469-474

 

 

 

Durante la campagna che da anni il «Corriere della sera» sostiene per ridurre al loro vero valore i debiti dell’Italia verso l’Inghilterra e gli Stati uniti, valore che moralmente è nullo ed economicamente si riduce ad assai poca cosa, questo giornale non ha mai fatto uso di un argomento che fu in Italia addotto da taluni politici e pubblicisti: l’argomento del cambio della lira peggiorato, ai nostri danni, tra il giorno in cui il debito fu contratto ed il giorno in cui il debito sarà liquidato. Dice quest’argomento: «l’Italia ricevette in prestito 100 dollari quando i dollari valevano solo 7 lire; li deve restituire oggi che valgono 25 lire. Ricevette 700 lire, ne deve restituire 2.500. Ciò è ingiusto. Bisognerebbe calcolare i dollari al giorno d’allora e restituire le lire ricevute, ossia 700, equivalenti oggi a circa 30 dollari».

 

 

L’argomento non fu qui usato perché erroneo. Dollaro e lira sono amendue unità di conteggio, le quali sono buone in quanto rimangano relativamente invariabili. Servono nello stesso modo come serve il metro, il litro, il chilogrammo. Servono assai meno bene delle unità menzionate, perché sinora non fu inventata l’unità monetaria, la quale sia rimasta invariabile di valore; ma tra le tante unità monetarie è preferibile quella che è meno mutabile. Da questo punto di vista, è certo che mutò assai meno il dollaro che la lira. Quando le due parti, Italia e Stati uniti, contrattarono tra di loro, scelsero come unità monetaria il dollaro, ma perché sin d’allora soltanto il dollaro equivaleva ad un certo peso d’oro. Il dollaro equivale ancora adesso allo stesso peso d’oro. Gli Stati uniti avendo dato e l’Italia avendo ricevuto un certo numero di dollari, i primi hanno dato e la seconda ha ricevuto un dato peso d’oro. Se il debito deve essere restituito e nella misura in cui deve essere restituito – qui si fa astrazione dal problema di sostanza, su cui le opinioni di questo giornale sono ben note, per trattare solo il punto di vista monetario – è indubitato che la restituzione deve avvenire nella stessa moneta in cui fu convenuto, ossia in dollari, il che equivale a dire in oro. Se nel frattanto le lire italiane rinvilirono, ossia comprarono meno oro del momento del contratto, non è questa una buona ragione per dare meno oro di quanto promettemmo. Se la svalutazione di una moneta fosse una ragione buona per non pagare i debiti nella misura convenuta, la Germania avrebbe avuto ragione di saldare non solo i debiti interni, cosa già per se stessa immorale, ma anche le riparazioni con meno di un marco. Laddove tutti sanno che le riparazioni si pagano con marchi-oro.

 

 

Le osservazioni fatte per il dollaro valgono, con qualche attenuazione, anche per la lira-sterlina. Questa era e ritornò ad essere, dopo una momentanea flessione, uguale allo stesso peso d’oro. In quanto ricevemmo sterline che valevano meno di quel dato peso d’oro, avremmo diritto ad una riduzione; e implicitamente ciò otterremmo se si terrà conto della correzione esposta in seguito. Certo è che, tra le due, la sterlina fu di gran lunga più stabile della lira; che contrattammo in sterline e dobbiamo restituire, in quanto il debito sia valido, sterline.

 

 

Se l’argomento del cambio non fu dunque usato, perché erroneo, vi è un altro argomento monetario che in Italia fu dimenticato ed oggi una nota comparsa sulla «Tribuna», mette in luce: quello della potenza d’acquisto del dollaro e della sterlina. Ripetasi che dollaro, sterlina, lira sono unità monetarie scelte non perché abbiano questo o quel nome, ma perché corrispondono ad un certo peso d’oro. A sua volta quel certo peso d’oro non fu scelto come unità monetaria perché fosse quel peso d’oro, ma perché l’esperienza secolare ha provato che un dato peso d’oro è una unità di misura abbastanza costante dei valori delle cose o merci o beni in genere. L’oro è atto cioè a servire come unità di misura dei valori perché compra suppergiù, in media, per periodi di tempo abbastanza lunghi, la stessa quantità di merci in genere; non la stessa qualità di frumento o di vino o di panno o di casa, ma la stessa quantità del complesso di merci che gli uomini usano acquistare per i bisogni della loro vita (frumento, più vino, più casa, più vestiti ecc. ecc.). L’ideale unità monetaria sarebbe quella merce che comprasse sempre lo stesso complesso di merci, nello stesso modo che il metro copre sempre la stessa lunghezza, il litro contiene sempre la stessa capacità, il chilo equivale sempre allo stesso peso. L’ideale moneta non fu raggiunta finora e sarà difficile conquistarla in avvenire. L’oro è solo una approssimazione a questo ideale; e perciò sopra si usavano i qualificativi «suppergiù», «in media», «per periodi di tempo abbastanza lunghi».

 

 

Bisognava fare queste osservazioni monetarie elementari per spiegare chiaramente la importanza del rilievo doveroso a proposito dei nostri debiti con gli Stati uniti e l’Inghilterra. Contrattammo in oro e dobbiamo – in quanto debbasi – rimborsare in oro. Ma la guerra, la quale produsse tanti sconvolgimenti, sconvolse anche il valore dell’oro come unità monetaria. Nei tempi andati l’oro mutava monetariamente, ossia acquistava un complesso di merci variabile da tempo a tempo; ma trattavasi di mutazioni lente, che avvenivano in un lungo ciclo di anni. L’oro, ad esempio, che era un metro lungo di valori nel 1815-48, scorciavasi dopo il 1848 e diventava di lunghezza minima nel 1873, per tornare ad allungarsi poi e toccare la massima lunghezza nel 1896 e tendere poi di nuovo a scorciarsi sino allo scoppio della guerra.

 

 

La guerra accelerò queste variazioni. Qui sotto, compilando dall’ottimo «Bulletin mensuel de statistique» della Società delle nazioni e desumendolo dai numeri indici dei prezzi all’ingrosso dell’ufficio federale americano di statistica, si calcola quale sia stata la lunghezza monetaria del dollaro negli anni dal 1913 al 1925. Se noi supponiamo che nel 1913, il dollaro fosse lungo 100, ossia comprasse 100 unità di merci miste, ecco a quanto si ridusse negli anni successivi:

 

 

Anno 1913

100,0

Anno 1914

102,0

Anno 1915

99,2

Anno 1916

78,8

Anno 1917

56,4

Anno 1918

51,4

Anno 1919

48,4

Anno 1920

44,2

Anno 1921

68,0

Anno 1922

68,5

Anno 1923

65,0

Anno 1924

66,7

1 sem. 1925

63,1

 

 

Come sia accaduto che il dollaro, ossia l’oro, abbia fatto questo bel capitombolo nel suo valore monetario non è di semplice spiegazione. Basti qui dirne la ragione principale: le emissioni strabocchevoli di carta moneta verificatesi nei paesi belligeranti d’Europa hanno avuto l’effetto solito che già illustrava Aristofane nella commedia «Le Rane»: la moneta cattiva caccia la buona. L’Europa rimase con la sua carta; e l’oro libero, non chiuso nelle cantine delle banche d’emissione, insieme con l’oro nuovo cavato dalle miniere del mondo dopo il 1914, se ne fuggì negli Stati uniti, unico paese dove circolasse ancora moneta aurea, da cui l’oro, una volta entrato, potesse uscire ed in cui i biglietti fossero permutabili senza difficoltà in oro. L’oro così crebbe di quantità negli Stati uniti, aumentarono i biglietti circolanti su una base aurea gonfiata, si moltiplicarono gli assegni bancari aventi un fondamento più largo di riserve auree. Col crescere dei mezzi di pagamento – oro, biglietti, assegni bancari, ecc. – la moneta svilì rapidamente. Quella misura unitaria di oro che acquistava nel 1913 ben 100 unità di merci, ne acquista nel 1920 solo 44,2, ossia meno della metà. Dopo il 1920 le banche di emissione americane usarono una politica assai ristretta di credito, immagazzinarono oro nelle loro cantine, senza servirsene per emettere biglietti o fare aperture di credito corrispondenti. Riuscirono così, rarefacendolo, ad elevare alquanto la potenza d’acquisto dell’oro, che oggi compra 63,1 invece di 44,2 nel 1920. Ma siamo ancora ben lontani dall’avere raggiunto il livello del 1913. L’oro resta svilito di più di un terzo in confronto all’anteguerra.

 

 

La vicenda, ora narrata, dell’oro ha una grande importanza rispetto ai debiti interalleati. L’Italia contrasse debiti con gli Stati uniti, ossia ricevette dollari oro dal 1917 al 1920, quando l’oro valeva dal 56,4 al 44,2%, in media il 50%, del suo valore antebellico. Se, per ipotesi, restituisse ora i dollari ricevuti, restituirebbe dollari oro che valgono il 63,1% del valore antebellico. Se restituirà in avvenire, quando l’oro a poco a poco fosse ritornato a valere il 100% del valore antebellico, restituirebbe lo stesso numero di dollari-oro, ma restituirebbe dollari, ognuno dei quali finirebbe di valere il doppio di quelli un tempo ricevuti.

 

 

Qui è la profonda ingiustizia del calcolare i debiti interalleati in oro. Il rapporto Dawes riconosce l’ingiustizia a favore della Germania e, pur fissando le annualità da questa dovute in marchi-oro, ordina la revisione delle annualità, ove l’oro abbia a mutare di valore. Il rapporto Dawes così dice:

 

 

L’oro è soltanto una misura di valore e in lungo periodo di anni essa può diventare incerta o difettosa. Noi proponiamo quindi che le cifre dei pagamenti debbano essere automaticamente modificate in proporzione ai cambiamenti del potere generale d’acquisto dell’oro, quando per decisione di una autorità imparziale tali cambiamenti risultino superiori al 10 per cento.

 

 

L’Italia non deve, anche sotto questo rispetto, essere trattata peggio della Germania. Per cominciare, si deve fare il conto esatto della riduzione che si deve apportare alla cifra attuale dei nostri debiti in dollari-oro, tenendo conto che noi ricevemmo dollari-oro che valevano 50 centesimi circa dei dollari-oro del 1913, e dovremmo oggi restituire dollari che valgono 63,1 centesimi. La nota, già citata, della «Tribuna» ritiene che i 1.658 milioni di dollari ricevuti dagli Stati uniti equivalgano a soli 1.247 milioni di dollari odierni; e che, tenendo conto della diversa ed anteriore epoca dei prestiti, quando le sterline non erano ancora tanto svilite, i 405 milioni di sterline ricevute dall’Inghilterra equivalgono a soli 350 milioni di sterline di oggi.

 

 

È questa una riduzione che ci è dovuta di pieno diritto, astrazion fatta da ogni altra ragione di equità o di morale, che fosse favorevole ad ulteriori riduzioni ed annullamenti. Il creditore non può pretendere nulla più di quanto ha dato.

 

 

Inoltre, deve essere nella convenzione liquidatrice inserita la clausola che ove l’oro apprezzasse ulteriormente – e potrebbe tornare dai 63,1 d’oggi ai 100 del 1913 e forse andar più in su a 150 o 200, al livello, ad es., del 1896 – dell’apprezzamento si dovrebbe tener conto a riduzione delle singole annualità a mano a mano dovute.

 

 

Altrimenti, liquidate che fossero le annualità dovute dall’Italia, dalla Francia e dal Belgio in un numero ferreamente fisso di dollari-oro, la politica monetaria americana potrebbe svolgersi con successo nel senso di fare aumentare il valore (in merci) dei dollari-oro. La qual politica già si annuncia all’orizzonte. I prestiti pubblici di risanamento monetario, ossia di immagazzinamento nelle cantine delle banche di emissione europee e quelli privati di ricostruzione economica, che gli americani ci fanno la grazia di farci intravvedere per il giorno in cui noi ci fossimo messa la corda al collo di una annualità fissa in dollari-oro, che cosa sono se non un mezzo per sbarazzarsi del loro oro sovrabbondante e così, diffondendolo per il mondo, farlo rincarare?

 

 

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