Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

I debiti di guerra italiani con l’America. Sollecitudine ingiustificata

«Corriere della Sera», 29 marzo 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 78-82

 

 

 

 

L’ambasciatore italiano a Washington, sen. Rolandi Ricci, ha trovato qualcuno il quale ha voluto assumersi la difesa ufficiale della sua condotta rispetto al problema delle indennità.

 

 

Liberiamoci sovratutto dall’unico argomento economico il quale viene affacciato a favore del consolidamento dell’attuale nostro debito fluttuante verso gli Stati uniti.

 

 

«Chiunque abbia il senso della realtà – scrive la «Stampa» – si rende perfettamente conto del danno crescente che all’economia nazionale deriva dall’attuale situazione dei nostri debiti di guerra, in particolar modo rispetto all’America. Situazione d’incertezza e di equivoco, che genera quel discredito e quella sfiducia, che ognora si avvertono nei corsi del cambio».

 

 

E cita una argomentazione del «Sole», il quale insisteva sui danni che alla capacità di credito dell’Italia arreca la sospensione di «una equa liquidazione» dei nostri debiti di guerra.

 

 

Qui importa essere chiari. Che sia bene addivenire ad una liquidazione rapida dei nostri debiti di guerra, è plausibile ed è logico. Purché la liquidazione avvenga nel senso che noi reputiamo giusto. Un privato, al quale un preteso creditore chieda il riconoscimento di un debito di 100.000 lire, desidera evidentemente che si riconosca subito non essere egli debitore neppure di un centesimo. Ma posto tra una liquidazione pronta in 80.000 lire, coll’obbligo per lui di pagare gli interessi e di rimborsare il debito a rate a partir da una certa data, e il procrastinare la liquidazione nella fiducia che il creditore si arrenda alle sue buone ragioni, egli preferirà senza esitazione questa seconda soluzione. È noiosa e preoccupante; ma almeno non pregiudica l’avvenire, non gli fa riconoscere un debito che egli dichiara di non avere, non cambia il torto nel diritto.

 

 

Neppure si può dire che il tirare le cose in lungo nuoccia al suo credito. Questo dipende dalla sua consistenza patrimoniale netta da debiti. Da questo punto di vista, sta forse meglio colui, il quale ha un patrimonio di 200.000 lire gravate da un debito certo, liquido di 80.000 lire, ovvero colui il quale lo ha gravato unicamente di un sedicente debito di 100.000 lire, preteso da altri ed infirmato da lui sul terreno morale? I diritti morali non contano nulla, si può obiettare, di fronte ad un’obbligazione giuridica che abbiamo contratto. Altro se contano! Tanto contano che la sanzione di quest’obbligazione è soltanto morale. Infatti la coscienza del mondo civile si rivolterebbe se Stati uniti ed Inghilterra pretendessero agire per ottenere il rimborso dei loro crediti. Agire come? Con dimostrazioni navali, con proibizioni di esportazioni di merci o di capitali verso i paesi debitori, con dazi di ritorsione contro le importazioni da questi paesi? Possiamo essere sicuri che l’Inghilterra non ricorrerà mai a questi metodi, e che anche negli Stati uniti l’opinione pubblica reagirebbe fortemente pensando al danno del proprio paese, bisognoso di esportare e quindi di importare, ove si decidesse ad una guerra commerciale per un motivo così antipatico. Se dunque la sanzione è puramente morale, il credito di uno stato non può essere toccato quando esso esiti a riconoscere un debito che moralmente non deve su di esso gravare.

 

 

Aggiungasi, che il credito dei privati è nettamente distinto dal credito degli stati. I privati pensino a se stessi e non disturbino lo stato per ottenere credito all’estero. Quanto meno ambasciatori e ministri degli esteri si impiccieranno di queste cose, tanto meglio sarà. Lo stato non deve intervenire ad avallare, neppure moralmente, il credito dei suoi nazionali. Gli stranieri hanno nelle leggi del nostro paese quante armi vogliono, od almeno le stesse armi che hanno i creditori italiani, per farsi rimborsare i loro crediti; ed essi non possono chiedere di più. Se essi non credono che un industriale italiano sia solvibile, non gli diano nulla e sarà meglio per tutti. Ma è perfettamente misteriosa la ragione per cui un industriale italiano solvibile non dovrebbe riuscire ad ottener credito da un corrispondente americano, solo perché tra i due governi esiste una disparità d’opinione sull’esistenza di un debito di stato. Tanto incomprensibile che non è conforme alla realtà. Moltissimi italiani hanno ottenuto credito od hanno avuto offerte di credito da americani ed inglesi; e le uniche ragioni di crediti rifiutati furono i timori di bolscevismo, i progetti pazzeschi governativi di controllo operaio, la politica tributaria confiscatrice, «l’equo trattamento» delle tranvie e delle ferrovie secondarie, il timore delle difficoltà di ottenere giustizia secondo il Codice civile; non mai il ritardo nel regolamento dei debiti interalleati.

 

 

Forse, la sola influenza negativa che l’attesa potrà produrre sarà una maggiore difficoltà e, mettiamo pure, una quasi impossibilità per lo stato italiano di ottenere nuovi crediti da stati esteri. Tanto meglio, siamo tentati di dire noi. Questi debiti fra stato e stato sono politicamente sconsigliabili. Potevano essere tollerati in tempo di guerra, quando tacitamente ambo le parti dicevano tra sé e sé che il debito era solo un modo contabile di provvedere alle spese comuni; ma non è decoroso per uno stato sovrano indebitarsi verso un altro stato sovrano.

 

 

Sarà difficile altresì per lo stato italiano trovar credito presso privati banchieri esteri? Non sarà un male senza vantaggio. Se è attendibile la notizia fornita dal governo che il disavanzo del bilancio italiano si è ridotto da 14 a 4 miliardi di lire, qual mai bisogno ha lo stato italiano di far debiti all’estero? I buoni del tesoro, annui, triennali, quinquennali e settennali emessi in Italia, gittano più che a sufficienza. Se proprio il tesoro italiano avesse d’uopo di farsi imprestar denari all’estero, perché si rifiuta di vendere titoli suoi agli italiani residenti in Argentina e negli Stati uniti? Questi italiani scrivono lettere scandolezzate protestando contro l’insipienza del governo italiano, il quale avrebbe, pare, vietato l’esportazione dei titoli italiani in Argentina. Sembra incredibile, ma par vero. Sarebbero, scrivono di là, centinaia di milioni di lire che i nostri connazionali sarebbero disposti ad investire in titoli italiani purché potessero avere il titolo in mano. A parte ciò, qual vantaggio c’è a far debiti con stranieri, quando il bisognevole ce lo fornisce il mercato italiano? Sotto un certo punto di vista, è bene che il credito diventi difficile per gli stati. In Inghilterra, molti di coloro i quali prima facevano propaganda per i prestiti pubblici, adesso fanno propaganda in senso contrario. Prima era necessario salvare il paese; oggi i prestiti possono essere di eccitamento a spese inutili. Più al verde sono i tesori pubblici, si ragiona lassù, meno pazzie faranno i governi, e meno cresceranno le spese; anzi i governi saranno costretti alle economie fino all’osso, con vantaggio dell’economia pubblica.

 

 

Dopo ciò, è evidente quale giudizio si debba fare della pretesa influenza sfavorevole che il mancato consolidamento dovrebbe esercitare sui cambi. L’influenza è nulla, assolutamente nulla, per quanto si riferisce al mercato attuale dei cambi. Se, in conseguenza della mancata regolazione, il governo italiano dovesse spedire un solo dollaro negli Stati uniti, il cambio salirebbe. Ma l’Italia spera nella cancellazione del debito, e non paga intanto nulla. Quindi non acquista cambi e non ne fa affatto salire il prezzo. Rimane solo l’influenza indiretta che sui cambi può avere la previsione attuale di una maggiore o minore emissione futura di carta moneta per far fronte ai disavanzi avvenire provocati dal rimborso dei debiti. Ma anche qui si deve osservare: pagheremo di più, riconoscendo il debito fin d’ora, o confidando nella sua remissione per ragioni morali? E se anche, per ipotesi dannata, dovremo pagar sul serio qualcosa e quindi comperar cambi, quale bassa stima dobbiamo fare di noi stessi per ammettere di non poter pagare neppure fra cinque o dieci anni senza ricorrere alla forma peggiore di debiti che è l’emissione di carta moneta? Già ora non accresciamo più le emissioni cartacee; perché proprio dobbiamo prevedere di doverle accrescere, e di dovere svalutare perciò la nostra moneta in avvenire, quando è prevedibile che le nostre condizioni saranno migliorate?

 

 

Eliminato così il fondamento economico dei teorici del consolidamento, resta distrutta la loro cosidetta posizione «realistica». Questi fautori della politica della realtà sono invero i maggiori teorici che si conoscano. Volevano che, nel 1915, il governo italiano stipulasse la fornitura gratuita di tutto l’occorrente alla condotta della guerra, dimostrando con ciò di rimanere avversari non della sua condotta ma della guerra medesima; perché nessun governo inglese o francese o americano avrebbe potuto dichiarare al proprio popolo una durata indefinita della guerra, senza ingrandirne ai suoi occhi i sacrifici per modo da farli sembrare incomportabili e da recidere il nervo spirituale della vittoria. Oggi, che di fatto la guerra fu finanziata, come era doveroso e necessario, per oltre metà dagli alleati – ché il peso dei 21 miliardi di lire oro di debito estero è superiore al peso del debito interno in lire carta – vorrebbero che l’Italia si affrettasse a dar ragione, in nome della realtà, a quei governi inglese ed americano, i quali si ostinano ad affermare, contrariamente al vero ed al reale, che quei 21 miliardi sono un vero debito. No. Questa non è realtà; è pura teoria contro di cui occorre reagire per creare una realtà diversa. La realtà non è una cosa che stia al di fuori di noi e che noi dobbiamo subire. La realtà storica la costruiamo noi, la creiamo noi, di giorno in giorno, con l’opera nostra, con la nostra volontà.

 

 

Un ambasciatore, al quale nulla importi di lasciare in eredità ai suoi successori fra dieci anni un debito enorme, fra capitali ed interessi accumulantisi; il quale voglia impacciarsi dell’affare non suo di procurar crediti ai connazionali, crea una data realtà. Lo stesso uomo, persuaso della necessità di salvare sovratutto il paese da un onere incomportabile, si giova delle correnti d’opinione che negli Stati uniti ed in Inghilterra crescono ogni giorno d’importanza, per porre il problema nelle sue vere linee di stretta giustizia e crea col tempo una realtà diversa. Se non riesce a condurre a compimento l’opera, ne gitta le basi. Delle sue fatiche, dei suoi dolori, del suo insuccesso apparente, gli italiani gli saranno più grati che non di un «realistico» successo presente, ottenuto col sacrificio dell’avvenire. Non è con la mussulmana rassegnazione, di cui hanno dato prova sin qui, per ragioni inesplicabili, i governi francese ed italiano, che si può sperare di indurre i governi alleati a tener conto delle ragioni di giustizia poste innanzi dalla miglior parte e più competente dei loro connazionali. Si faccia qualcosa, si operi, si chiarisca al mondo la vera natura dei rapporti finanziari interalleati. Se, dopo anni di tenace e ingrato lavoro, non si sarà riusciti a nulla, solo allora si potrà dire che la realtà è un’altra da quella da noi ritenuta necessaria. Prima, no.

 

 

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