Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

I debiti e le sanzioni

«Corriere della Sera», 29 settembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 486-490

 

 

 

I negoziati francesi per la definizione dei debiti americani sono fonte singolare di ammaestramento per quei paesi i quali debbono apprestarsi a trattare con lo stesso creditore intorno al medesimo problema. Vorremmo però capovolgere la proposizione e notare che i francesi si avvedono ora di avere parecchio da apprendere, sia nella schermaglia delle trattative, sia nelle risoluzioni supreme, dai dibattiti che in Italia si condussero sul problema forse con maggiore chiarezza di argomentazione e nettezza di posizione. Nell’imminenza dell’accordo, i giornali francesi finalmente sono tratti a porsi il quesito: e se all’accordo non si venisse? A questo punto i francesi sinora erano stati riluttanti ad arrivare, perché essi erano intimamente persuasi che gli Stati uniti avessero in mano un’arma formidabile, quasi una sanzione infallibile da applicare contro una Francia recalcitrante: il rifiuto di nuovi crediti. In Francia la maggioranza degli uomini politici, dei finanzieri, dei giornalisti era persuasa di non poter fare a meno di larghi prestiti in dollari freschi, allo scopo di compiere l’opera di ricostruzione delle province invase e di risanamento e stabilizzazione della valuta. Dinanzi a siffatta categorica pregiudiziale, i francesi non avevano mai esaminato a fondo il valore delle altre sanzioni di cui gli Stati uniti potevano disporre per costringere alla resa il debitore moroso. C’era la necessità di ottenere nuovo danaro; e ciò bastava per persuadere che ad un accordo sui debiti di guerra si dovesse venire e si immaginava volentieri che a ciò si fosse costretti, oltreché dall’interesse, anche da non si sa quali imprecise minacce di altre sanzioni.

 

 

Ecco ora che, posti di fronte alla possibilità di essere chiamati a pagare somme incomportabili, i francesi, per la prima volta, si pongono il quesito: esistono sanzioni per il caso in cui noi non ci sentissimo di poter mettere la nostra firma sotto ad un accordo? Posto il quesito, era fatale che l’incubo delle minacciate sanzioni si dileguasse come un edificio di cartapesta. Non esistono sanzioni per un paese il quale sia deliberato a non accettare proposte inaccettabili. Non ci sono sanzioni militari, la cui sola ipotesi appare vana e assurda. Non ci sono sanzioni commerciali, perché oramai gli scambi con gli Stati uniti sono dal protezionismo ivi dominante ridotti al minimo imposto dall’interesse irriducibile degli americani medesimi. Non esistono sanzioni migratorie, perché gli Stati uniti hanno ridotto la quota di emigranti ad una cifra così irrisoria, che potrebbe essere oramai anche ridotta a zero, senza che nessuno se ne accorgesse. L’unica sanzione è il rifiuto di crediti. Unica, bensì, ma destituita di qualsiasi valore positivo. I francesi, che l’avevano tanto temuta, si accorgono ora di ciò di cui gli italiani si erano accorti da un pezzo: che cioè essi possono benissimo fare a meno dei prestiti americani. In che cosa i prestiti nuovi aiuterebbero a risolvere il problema finanziario e monetario dei paesi debitori?

 

 

Il problema si risolve riconducendo, innanzi tutto, come ha fatto l’Italia, l’equilibrio nel proprio bilancio statale. I prestiti a nulla servono al riguardo, eccettoché forse al fine contrario a quello auspicato. Uno stato che ha facilità di prestiti, ha facilità di spendere, di indulgere in opere pubbliche, in lavori di ricostruzione dei territori invasi ecc. ecc. Ma un bilancio squilibrato si aggiusta invece non collo spendere, ma col fare economia nelle spese, col rinviare a tempi migliori tutte le opere non urgenti, coll’aumentare le imposte a carico di quei contribuenti, i quali possono ancora pagare, col distribuire più equamente il peso dei tributi. Che cosa hanno a che fare con tutto ciò, che è opera interna, che è merito nazionale, i prestiti esteri?

 

 

Si invocano e si offrono prestiti per il risanamento monetario? Ma alla soluzione del problema i soli due ostacoli veramente gravi sono un bilancio statale in disavanzo e la volontà di sopportare i sacrifici inevitabili del periodo di assestamento. Bisogna mettere il bilancio in ordine, perché il massimo fattore di depressione delle monete è la creazione di nuovi biglietti, di nuovi buoni del tesoro, di nuovi titoli flottanti sul mercato e provocatori di inflazione. Bisogna essere disposti a superare la crisi del trapasso da un periodo di allegria economica alimentata dalle emissioni crescenti ad un periodo di morigeratezza in cui tutti debbono persuadersi che il nuovo credito si otterrà soltanto attraverso la dura via del nuovo risparmio.

 

 

Altre vie serie per risanare finanza e moneta non esistono. I prestiti esteri possono, talvolta, essere giovevoli espedienti tecnici per sormontare difficoltà passeggere; ma possono riuscire sommamente pericolosi se addormentano gli animi intorno alla necessità assoluta di fare economie nel bilancio statale, di conquistare e conservare l’equilibrio e di rinunciare nell’economia privata a qualsiasi eccitante cartaceo, a costo di una crisi temporanea di industria e di disoccupazione.

 

 

Dal punto di vista statale, non pare vi sia dubbio che il rifiuto di prestiti americani non è una sanzione. Anzi può essere un beneficio sommo; perché ammonisce i paesi debitori che essi debbono contare soltanto sulle proprie forze per risollevarsi e per ritornare a condizioni di sanità monetaria. L’Italia, tanto più povera della Francia, è riuscita a riequilibrare il suo bilancio. Perché la Francia non dovrebbe riuscirvi? E perché Francia ed Italia non dovrebbero poter risolvere il problema monetario, che è anch’esso un problema, a guardare in fondo, di rinuncie esclusivamente interne?

 

 

Rimane il problema della convenienza per i paesi dell’Europa continentale di ottenere prestiti dagli Stati uniti per scopi di ricostruzione, attrezzamento ed ampliamento delle industrie e dell’agricoltura. In Italia il problema è stato posto, con larghezza di idee ed ampiezza di argomentazioni, da un gruppo di scrittori i quali hanno, ad opera principalmente del prof. B. Griziotti, dell’Ateneo pavese, esposto i loro concetti in un volume su La politica finanziaria italiana (Istituto editoriale scientifico, Milano). In Francia non fanno difetto i fautori di siffatte dottrine, i quali dicono: bisogna venire forzatamente ad un accordo con gli Stati uniti, se non si vuole che quel paese, produttore abbondante di risparmio, chiuda le sue porte agli industriali nostrani, bisognosi di risparmio nuovo per dare incremento ai loro impianti.

 

 

Il problema non è più di stato, ma di convenienza privata. Lo stato non ha nessun compito in materia, all’infuori di quello giuridico fiscale di togliere gli ostacoli, i quali per avventura potessero sorgere a causa della legislazione interna, commerciale o fiscale. Il che da noi si è già cominciato a fare e giova augurare che su tal via si andrà avanti. Ma lo stato non deve né far prestiti all’estero per mutuarne l’ammontare ai suoi industriali né farsi garante di prestiti contratti all’estero da suoi sudditi. Lo stato non ha per ciò alcuna competenza; commetterebbe con tutta probabilità errori gravissimi; e farebbe gravare sui contribuenti gli oneri di tali errori. Su tal punto supponiamo sia unanime il consenso di tutte le persone sennate. Se l’industria europea deve accattar prestiti negli Stati uniti, ciò deve fare per sua esclusiva iniziativa ed a suo totale rischio e pericolo. È questo un assioma su cui sembra inutile persino discutere.

 

 

Deve lo stato soggiacere eventualmente a patti leonini nella definizione del problema dei debiti interalleati allo scopo di evitare alle industrie sue una serrata del mercato americano dei capitali? Il problema va posto così e non altrimenti. Posto così, esso si traduce in quest’altra proposizione: quale vantaggio trarrà il paese dalla circostanza che alcune sue industrie possono trovare capitali a mutuo per 100 o 200 o 500 milioni di dollari negli Stati uniti? Premettasi, affinché l’opinione pubblica possa veder chiaro in materia, che gli Stati uniti non danno a mutuo capitali a condizioni di favore. Il prezzo dei capitali è, negli Stati uniti, altrettanto se non forse più caro che in Francia ed in Italia. Ci sarebbe moltissimo da meravigliarsi se, tenuto conto degli interessi, delle provvigioni e di tutte le altre spese, il capitale americano, portato in Europa costasse meno dell’8 o del 10% all’anno. Né ciò deve fare meraviglia, se si riflette che gli Stati uniti sono, relativamente all’Europa occidentale, un paese «nuovo», in cui le opportunità di impiego del risparmio nuovo sono più ampie che da noi ed in cui la vicinanza a paesi «nuovissimi», quali il Canadà, l’America centrale e quella meridionale, offre occasioni di impiego a condizioni più redditizie di quelle offerte dalla vecchia Europa. Non ci sarebbe anzi da far meraviglia se, in un non lungo volgere di anni, assestate le cose europee, gli Stati uniti ritornassero ad essere, come erano prima della guerra, un paese cercatore di risparmio in Europa. Vi è una grande probabilità che coloro, i quali in Europa guardano al capitale americano come ad una sorgente di guadagni cospicui, non badino tanto al costo di quel capitale che in se stesso considerato è un costo alto, quanto alla possibilità di lucri di cambio. Si spera di ottenere a mutuo 100 milioni di dollari quando questi, al corso di 24, valgono 2.400 milioni di lire; e si spera di rimborsare il mutuo quando, col ribasso dei cambi a 15, si potranno restituire i 100 milioni di dollari con 1.500 milioni di lire. Nessuno può fare la minima obbiezione a coloro i quali, a loro rischio, ritengono di avere interesse a correre l’alea indicata; ma non pare sia ufficio dello stato accettare condizioni cattive per il regolamento dei debiti interalleati affinché i suoi privati cittadini possano compiere più agevolmente operazioni speculative sui cambi.

 

 

Tutto ciò, che sui giornali italiani e in particolar modo su queste colonne, era già stato esposto, è ora palese anche agli scrittori francesi. Escluse le sanzioni militari, commerciali e migratorie; riconosciuto il principio che la salvezza della finanza e della moneta nazionali non può dipendere che dallo spirito nazionale di sacrificio; ammesso che le eventuali ipotetiche speranze di guadagno dei suoi cittadini e le pur quiete aspirazioni dell’industria nazionale ad espandersi col soccorso del capitale straniero debbono cedere il passo al più alto interesse pubblico di una definizione non gravosa del problema del debito interalleato, quale sanzione efficace rimane a disposizione dei paesi creditori? Nessuna. Veder chiara la verità su questo punto essenziale, è la condizione primissima di successo. Di ciò pare si siano ora persuasi i francesi. Noi ne eravamo persuasi da un pezzo.

 

 

Torna su