I debiti interalleati e la capacità di pagamento

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/07/1925

I debiti interalleati e la capacità di pagamento

«Corriere della Sera», 21 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 372-375

 

 

 

La decisione della commissione americana dei debiti interalleati Mellon di volere proporzionare il carico dei paesi debitori alla loro capacità di pagamento dev’essere commentata da due punti di vista. Da un lato essa è una risposta indiretta alla tesi britannica, la quale ha recentemente sostenuto il principio che gli alleati debbano pagare all’Inghilterra almeno tanto quanto in via assoluta o proporzionale essi si obbligheranno a pagare agli Stati uniti. La tesi britannica ha lo scopo egoistico di impedire che la Francia e l’Italia promettano troppo agli Stati uniti, dimenticandosi della parte inglese; e può avere l’effetto, consaputo o no, di incitare gli alleati a resistere alle pretese americane per la paura di dovere pagare in ugual misura all’Inghilterra. Implicitamente, essa dice altresì agli Stati uniti: badate che se voi fate ai francesi ed agli italiani condizioni più favorevoli che a noi, noi pretenderemo dagli alleati somme corrispondenti a quelle a voi promesse; a meno che voi, in cambio di una nostra rassegnazione europea, non ci concediate uno sconto sulle annualità che sono state già tra noi convenute.

 

 

La dichiarazione Mellon è in parte una replica a quest’ultima tesi. Essa dice che gli americani, come separano nettamente la questione dei debiti interalleati da quella delle riparazioni tedesche, così vogliono considerare separatamente la posizione dei singoli debitori. Ognuno sia trattato secondo i suoi meriti. All’Inghilterra si è fatto pagare il 3,50%, perché essa può pagare tanto; alla Francia si farà pagare il 2% se essa può sopportare solo il 2%; e corrispondentemente all’Italia si potrà far pagare solo l’1,50% o l’1% se sarà dimostrato che tale e non altra è la potenzialità di pagare dell’Italia. Le minori pretese verso un alleato non giustificano, agli occhi degli americani, altri alleati nella eventuale loro pretesa di ridurre i proprii pagamenti al minimo comune denominatore del paese più povero e meno attrezzato a fare pagamenti all’estero.

 

 

Noi non accettiamo le premesse americane sulla disgiunzione dei debiti interalleati dalle riparazioni tedesche e sulla mancanza di solidarietà fra un paese e l’altro. Ma riconosciamo volontieri che, qualunque siano le premesse tacite della conclusione americana, essa deve essere considerata da un altro punto di vista che ha per noi una importanza somma, ed è quello del riconoscimento di fatto di una tesi che da anni sosteniamo, per cui ci siamo tenacemente battuti, e su cui siamo lieti che il delegato italiano Alberti abbia subito nettamente preso posizione. La tesi che ciascun debitore debba pagare in proporzione alla propria capacità a pagare è invero suscettibile di sviluppi vastissimi e grandemente favorevoli all’Italia. Essa, nella sua formulazione più generale, implica la necessità di fare un’analisi accurata delle conseguenze economiche della guerra sui varii paesi vincitori e sulla loro capacità a sopportare ulteriori sacrifici di danaro. Per pagare quanto l’Italia sia capace di pagare è necessario valutare quale fosse la ricchezza, il reddito nazionale, la bilancia dei pagamenti internazionali dell’Italia prima della guerra; quali le perdite materiali di ricchezza; quali le perdite in capacità di produrre reddito per conseguenza delle perdite di energia umana dovute alle morti di guerra; quale la capacità residua di pagare. Assumendo come punto di partenza massimo l’Inghilterra, quale fu proporzionatamente la distruzione di ricchezza in Italia; quali i proporzionali incrementi di potenza economica per acquisti di colonie e per scemata concorrenza germanica? Si riapre così l’intero processo economico della guerra; e gli americani, facendo sembiante di voler distruggere intieramente la solidarietà fra i diversi paesi debitori, in realtà la ricreano sott’altra forma, poiché si obbligano ad osservare una certa giustizia distributiva nei carichi derivanti dalle annualità da concordarsi con ogni singolo debitore.

 

 

Questa la tesi più ampia, la quale non dubitiamo sarà sfruttata nella più larga misura possibile dai negoziatori italiani. In senso più ristretto e quasi si direbbe tecnico, che cosa vuol dire: capacità di pagamento? Il dott. Alberto Pirelli, che sembra designato quale uno dei rappresentanti italiani nelle prossime trattative di Washington, ha discusso assai lucidamente, in una recente conferenza tenuta all’assemblea di Bruxelles della camera internazionale di commercio, il problema dei metodi da tenersi nel giudicare della pressione tributaria comparativa dei diversi paesi. Problema strettamente connesso con quello della capacità di pagare; poiché è principio universalmente ammesso, accolto pacificamente nel rapporto Dawes, che il peso dei pagamenti per riparazioni – e quindi per debiti – debba essere tale da non fare diventare la condizione dei cittadini italiani, inglesi, francesi, americani peggiore di quella dei tedeschi. Applicando il medesimo principio, diremo che la equità nella distribuzione dei carichi per debiti interalleati sarà osservata quando la condizione dei contribuenti italiani non diventi, per l’aggiunta delle imposte necessarie a pagare i debiti esteri al carico già esistente di imposte, peggiore di quella dei contribuenti francesi, inglesi e americani. A questa stregua, poiché i fatti sono fatti e il governo italiano si presenterà su tal punto largamente documentato, assai poco ci si potrà chiedere, perché:

 

 

  • gli italiani sono tra i grandi alleati i più poveri, e quindi i meno capaci a sopportare imposte;
  • gli italiani pagano, categoria per categoria di redditi, poveri contro poveri, mediocri contro mediocri, ricchi contro ricchi, imposte proporzionatamente più elevate che all’estero; s’intende per le categorie di contribuenti che in Italia hanno importanza;
  • gli italiani ricevono dal loro stato masse di servizi pubblici minori che all’estero; poiché la modesta entità del reddito nazionale non consente quei larghi prelievi di imposte che all’estero sono la premessa di più perfetti servizi pubblici.

 

 

Contro la dimostrazione del dott. Alberto Pirelli, la quale criticamente discute i criteri di comparazione nel discutere del peso tributario comparativo tra i diversi paesi, e ne dimostra la grande complicazione, non si possono elevare critiche di principio. I negoziatori degli Stati uniti saranno senz’altro obbligati, nel discutere con i nostri rappresentanti, ad abbandonare la tesi grezza del senatore Borah, secondo il quale il peso tributario di un paese si misurerebbe dividendo l’ammontare totale delle imposte pagate per il numero degli abitanti. A questa stregua l’americano sarebbe il cittadino più tassato del mondo: conclusione assurda la quale equivarrebbe a dire che il milionario è più tassato del povero diavolo, se il primo paga 10.000 lire all’anno di imposte ed il secondo 100 lire. Laddove tutti sanno che il secondo può essere enormemente più gravato del primo. Il fenomeno è immensamente più complesso di quanto non immagini il senatore Borah; ed un tempo non breve occorrerà per raccogliere i dati necessari ad illuminarlo, per mettersi d’accordo sui criteri da usarsi per criticarli ed usarli e per giungere a conclusioni definite. Noi non dubitiamo che i risultati dell’indagine e delle discussioni debbano essere tali quali la giustizia impone, e quindi favorevoli all’Italia. Frattanto compiacciamoci che gli Stati uniti abbiano spianato la via al trionfo della giustizia, accettando il principio cardinale della capacità di pagamento. Esso non può non condurre alla conclusione che i sacrifici dell’Italia in uomini e in danaro furono talmente grandi che la sua capacità a pagare in proporzione agli altri paesi può dirsi quasi interamente esaurita.

 

 

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