I debiti interalleati e l’opinione americana

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/07/1924

I debiti interalleati e l’opinione americana

«Corriere della Sera», 19 luglio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 744-747

 

 

 

Il problema dei debiti interalleati non deve formare oggetto di discussione da parte della conferenza di Londra: ecco la premessa posta dagli americani per la loro partecipazione, così desiderata, alla conferenza di Londra. Non sarebbe serio per i fautori dell’abbinamento dei due problemi, delle riparazioni e dei debiti interalleati, chiudere gli occhi dinanzi a questa che è la politica ufficiale del governo americano. I fautori dell’abbinamento e della cancellazione hanno però il diritto di osservare che non tutti gli americani sono della stessa opinione del loro governo; e di augurarsi che l’opinione non ufficiale possa, un giorno, diventare quella della Casa bianca. Nei paesi «di discussione» il mutamento delle opinioni segue sempre la medesima vicenda: l’opinione eretica, professata da una piccola minoranza, a poco a poco conquista l’opinione pubblica. Quando la conquista è compiuta, gli uomini politici, i quali fino ad allora l’avevano unanimi oppugnata e dichiarata parvenza, ingiusta, assurda, ad un tratto scoprono che anche essi l’avevano sempre professata e la traducono in legge. Sulla base di questo criterio di interpretazione storica, la causa dell’abbinamento e della cancellazione non può considerarsi perduta. Lo prova il fatto che essa è discussa. Ecco un volume di verbali della Conference on the economic aspects of the international affairs tenutasi a Chicago, subito dopo la pubblicazione del rapporto Dawes, ad iniziativa di un «Council on foreign relations». Sono relatori scienziati illustri, come il Fisher, il Bogart, il Ray, banchieri ed industriali, come il segretario generale della First National Bank of Chicago, la maggior banca ordinaria degli stati del centro. La conferenza è chiamata a discutere il rapporto dei periti sulle riparazioni tedesche; ma il primo argomento all’ordine del giorno è quello dei «debiti interalleati e degli effetti dei loro pagamenti fra creditori e debitori».

 

 

Il relatore parte da alcuni principii generali:

 

 

«I debiti interni ed esteri di un paese costituiscono amendue un gravame sui contribuenti nazionali; ma i debiti esteri, richiedendo disponibilità all’estero per i pagamenti, impongono durezze maggiori. Le oscillazioni ampie che ne conseguono nei cambi esteri cagionano forti rischi a danno degli importatori e degli esportatori. Ciò non solo aumenta il costo del commercio estero, ma lo demoralizza».

 

 

Dopo questa premessa, il relatore, il quale non ci imbarazza di quesiti sul giusto e sull’ingiusto, ma ricerca soltanto se i debitori possono pagare, riconosce, in un primo momento, che l’Italia è, meglio che la Francia, in grado di pagare. «Le finanze pubbliche dell’Italia migliorano. Nel 1923 l’Italia ha ridotto il suo nuovo indebitamento e recentemente ha ridotto il suo debito “fluttuante” di 13 miliardi». Ma la migliorata condizione di un bilancio pubblico non basta per eseguire pagamenti all’estero. Bisogna avere una bilancia del commercio favorevole. Da questo punto di vista le probabilità di farsi pagare qualcosa dall’Italia paiono scarse all’osservatore americano:

 

 

«Prima della guerra, l’Italia aveva una bilancia sfavorevole del commercio estero. Dopo, essa ha continuato nella medesima situazione. I principali capitali compensatori di questo eccesso delle importazioni sulle esportazioni sono le spese dei viaggiatori forestieri e le rimesse degli emigranti. Fra tutte due toccarono il settanta per cento dell’eccedenza sfavorevole… Né vi è gran speranza che l’Italia possa aumentare molto i suoi crediti da questi capitali od anche dai guadagni della marina mercantile».

 

 

Se l’Italia deve poter pagare, deve ricavarne i mezzi, afferma il relatore, da una diminuzione delle sue importazioni di merci o da un aumento delle sue esportazioni. Il primo mezzo deve essere senz’altro scartato.

 

 

«Gli italiani sono decisi a sviluppare rapidamente il loro attrezzamento industriale. Ma questo sviluppo richiede maggior copia di materie prime estere. L’Italia non può ridurre, anzi deve espandere le sue importazioni di merci a mano a mano che il suo attrezzamento industriale progredisce».

 

 

Quanto all’incremento delle esportazioni, non è colpa dell’Italia, se essa non può fare quanto vorrebbe:

 

 

«Disgraziatamente per essa, i mercati in cui l’Italia tenta di vendere vanno a gara ad escludere rigidamente i prodotti manufatti. Stati prevalentemente agricoli, come l’Ungheria, impongono alte tariffe ed impiantano cotonifici ed altre fabbriche. Gli alti dazi doganali esteri, gli eccezionali costi delle materie prime e la concorrenza delle industrie similari dell’Inghilterra, della Germania e di altri paesi bene attrezzati possono rendere difficile per l’Italia di accumulare i fondi necessari per il pagamento dei debiti esteri».

 

 

Tutto ciò sarebbe ancora generico. Il protezionismo è un fatto così generale, che si potrebbe non avere l’impressione di una specifica responsabilità americana nel determinare la estrema difficoltà dell’Italia a pagare.

 

 

Il relatore però continua: «I due paesi creditori, Gran Bretagna e Stati uniti, hanno innalzato tariffe protettive contro i manufatti esteri. Queste tariffe doganali limitano i pagamenti dei debiti e rendono durissimo il servizio dei debiti ai debitori». Mentre i dazi doganali producono questo effetto cattivo, danneggiano altresì i creditori: «Ai consumatori dei paesi creditori i dazi vietano di comprare così a buon mercato come potrebbero. I contribuenti degli stessi paesi debbono pagare imposte per il servizio di quella porzione del debito pubblico che i paesi debitori non possono fare».

 

 

La conclusione sarebbe che gli americani dovrebbero imitare i cugini inglesi ed abolire o ridurre grandemente i dazi doganali per permettere agli italiani ed ai francesi di esportar molto negli Stati uniti e pagare con le forti esportazioni i loro debiti di guerra. Dovrebbero fare, aggiungasi, dell’altro gli americani: rialzare di nuovo la quota dell’emigrazione italiana negli Stati uniti, ora ridotta alla insignificante cifra di 4.000 all’anno. Né l’una né l’altra proposta evidentemente sembra di facile attuazione al relatore. Egli non si pone neppure il quesito della loro attuabilità. È tanto persuaso della inutilità di ogni sforzo in tal senso, che senz’altro, con un brusco passaggio, conclude affermando che i debiti devono essere parzialmente o totalmente cancellati:

 

 

«Evidentemente, gli Stati uniti e la Gran Bretagna debbono agire concordi nella loro politica dei debiti interalleati. Amendue le nazioni hanno il dovere di essere più liberali ed avere una mente più aperta alle correnti internazionali di quanto non accada presentemente. Evidentemente, se la cancellazione dei debiti può riuscire ad ottenere la riorganizzazione finanziaria e politica della Germania, della Francia e dell’Europa continentale, bisogna adoperare la cancellazione, od almeno la parziale cancellazione dei debiti interalleati, come un mezzo per conseguire la stabilizzazione dell’Europa e del mondo; poiché certo che la tranquillità del mondo non può essere conseguita senza qualche sacrificio delle nazioni creditrici».

 

 

Se qui si volesse analizzare criticamente la conclusione a cui si è giunti da americani alla conferenza di Chicago, parecchi rilievi si dovrebbero fare. Alla conclusione che i debiti debbono essere cancellati, gli italiani arrivano dimostrando che quelli sono pretesi debiti e che in effetto gli americani, anche quando daranno di frego ai loro crediti contabili, avranno contribuito con una quota modesta al costo comune dell’impresa comune. Tutto ciò ed altro si dovrebbe aggiungere o meglio ripetere. Qui, in sede di cronisti, contentiamoci di prendere atto che anche negli Stati uniti, in circoli non privi di influenza teorica e pratica, si comincia a credere che i crediti dovranno essere cancellati. Prendiamo atto anche che, per dichiarazione americana, i crediti verso l’Italia dovranno essere cancellati, perché l’Italia non può pagare; e che l’Italia non può pagare, senza sua responsabilità, per colpa degli stati esteri, primissimi fra questi gli Stati uniti, i quali oppongono insormontabili barriere doganali contro le sue esportazioni. Provenendo da fonte americana, questa dichiarazione di «non colpa» dell’Italia non è priva di significato.

 

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