I debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/01/1925

I debiti interalleati

«Corriere della Sera», 10 gennaio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 27-30

 

 

 

Il «Corriere della Sera» riceve contemporaneamente alla «Nation» di Londra e ad alcuni altri giornali d’Europa questo articolo del celebre economista britannico J.M. Keynes sulla questione dei debiti interalleati.

 

 

Nell’ospitare questo scritto, diciamo subito che non concordiamo con le conclusioni del Keynes, le quali finiscono col contrastare con quanto anche recentemente avemmo a sostenere su queste colonne. Il Keynes, in pratica, si rassegna a creare, bene o male, una connessione fra i debiti interalleati e i pagamenti che l’Inghilterra sta facendo all’America. Noi abbiamo per contro dimostrato come sia ingiusto chiedere all’Italia e alla Francia di portare le conseguenze dell’impegno di rimborso che l’Inghilterra ha voluto assumere verso l’America, senza neppure consultarsi con Roma e con Parigi e svolgendo un’azione propria nell’interesse – diretto o indiretto – proprio e del proprio credito, che non può impegnare gli altri paesi.

 

 

Ad ogni modo ci riserviamo di tornare sull’argomento; per oggi ci limitiamo a pubblicare l’articolo pervenutoci, che, per l’autorità dello scrittore e la perspicuità dell’argomentazione, sarà certo letto con interesse e apprezzato anche dal pubblico italiano.

 

 

La maggior parte degli uomini politici e degli uomini d’affari americani, ma non tutti, dicono di considerare i debiti interalleati come ordinari debiti commerciali per merci vendute e consegnate. Noi inglesi ci siamo regolati appunto su tale principio: gli Stati uniti ci hanno chiesto il pagamento dei debiti e lo stiamo effettuando. Tuttavia vi sono tre sufficienti ragioni per non trattare la Francia e l’Italia nello stesso modo: l’origine dei debiti, i pericoli che seguirebbero al tentativo di esigerli e la pratica impossibilità di riscuoterli. Per questa ragione, aderisco alla distinzione fatta recentemente dal ministro francese delle finanze Clementel, il quale chiama i debiti interalleati debiti «politici» e le altre obbligazioni del governo francese debiti «commerciali». I debiti interalleati sono materia di politica e non di legge o di contratto: considerandoli materia contrattuale si commette un errore paragonabile a quello commesso nel trattato di Versailles considerando come materia contrattuale le teoriche responsabilità della Germania.

 

 

Se osserviamo per un solo istante l’origine di questi debiti, è ovvio che non possono essere paragonati ai debiti comuni. Bisogna considerare la questione come essa appare ragionevolmente ad un francese. Ciascuno degli alleati gettò nel conflitto mondiale tutte le sue energie; la guerra fu, come gli americani dicono, al cento per cento. Ma, saggiamente e giustamente, ciascuno degli alleati non usò delle sue forze nello stesso modo. Per esempio, lo sforzo della Francia fu principalmente militare.

 

 

Relativamente al numero di uomini che essa mise in campo in proporzione alla sua popolazione e per il fatto che parte della Francia fu occupata dal nemico, essa non aveva, dopo il primo anno di guerra, sufficienti forze economiche per equipaggiare il suo esercito ed alimentare la sua popolazione così da poter proseguire a combattere. Lo sforzo militare inglese, sebbene importantissimo, non fu così grande come quello francese; lo sforzo navale britannico fu maggiore di quello francese; quello finanziario fu anche più vasto, poiché noi inglesi dovemmo, prima dell’intervento americano, adoperare ogni nostra ricchezza ed ogni nostra forza industriale ad aiutare, equipaggiare, alimentare gli alleati.

 

 

D’altra parte, lo sforzo americano fu principalmente finanziario. Tanto in via assoluta quanto in proporzione alla popolazione, lo sforzo militare americano, raffrontato col numero degli uomini dall’America messi in campo e con le sue perdite, sebbene importante per il risultato, fu di proporzioni molto minori. Ma la parte che l’America ebbe nell’equipaggiare e nell’alimentare gli alleati fu enorme e non si sarebbe potuto, senza tale aiuto, vincere la guerra. Così ogni alleato diede al risultato il suo contributo essenziale, sebbene ciascuno non abbia contribuito allo stesso modo.

 

 

Ora, tanto dagli inglesi quanto dagli americani non si pensò mai di mettere in conto alla Francia e all’Italia i proiettili inglesi e americani lanciati da cannoni inglesi o americani. Quando i proiettili americani ed inglesi furono lanciati da cannoni francesi o italiani, il costo reale per l’Inghilterra e per l’America fu molto minore, poiché la Francia e l’Italia alimentavano i cannonieri, soffrivano perdite e pagavano le pensioni relative. Ebbene, nella richiesta di pagamento dei debiti interalleati si tratterebbe appunto, a ragionare come certi americani, di mettere in conto alla Francia e all’Italia tali proiettili.

 

 

Infatti, quando soldati, cannoni e proiettili americani ebbero tempo di raggiungere la fronte cosicché la Francia fu interamente sollevata nel settore che essi occuparono, a nessuno venne l’idea che la Francia dovesse pagare danaro per l’aiuto datole dall’America. Quando l’Inghilterra mandò uomini e munizioni alla fronte italiana, nessuno pensò di mettere ciò a debito dell’Italia.

 

 

Ma quando i soldati e i cannoni americani non poterono raggiungere la fronte e solo proiettili o frumento o petrolio dell’America poterono giungere all’esercito francese, cosicché la Francia fu costretta a trovare gli uomini che usassero di tal materiale e a sopportare le relative perdite umane, in questo caso la Francia dovrebbe pagare i proiettili, il frumento e il petrolio. Non vi è, in questo assunto, né ragione, né giustizia, né senso comune. E perché allora queste somme di danaro furono prestate, invece di essere donate subito sin dall’inizio, eliminando così tutta questa questione? Contro tale dono vi fu, allora, un eccellente motivo: e cioè che se il danaro fosse stato regalato, ciò avrebbe certamente dato incentivo a storni e a una diminuzione di responsabilità nella spesa. Gran parte della condotta finanziaria della guerra consistette nello stabilire dei controlli finanziari, cioè nel cercar di impedire che un dicastero o un alleato spendesse somme al di là del limite delle risorse disponibili, le quali somme avrebbero potuto essere spese con maggior vantaggio da un altro dicastero o da un altro alleato. Fu abbastanza difficile al tesoro inglese controllare i varii dicasteri inglesi; era impossibile, se non per via indiretta, controllare i dicasteri degli alleati. Se ciascun funzionario alleato, sino a quelli dotati del minor senso di responsabilità o del minor potere di immaginazione, avesse saputo che spendeva della moneta altrui, gli incentivi all’economia sarebbero stati anche minori di quanti non furono.

 

 

Per parecchi anni non ho avuto contatti col tesoro inglese, ma sono certo che i suoi rapporti cogli alleati durante la guerra non avevano altro oggetto che di inculcare le necessarie economie e di vedere che le limitate risorse inglesi fossero spese nel miglior modo. Questi accordi fra gli stati, allora, non furono mai considerati come investimenti finanziari o come rapporti commerciali. E sono certo che lo stesso può dirsi per il tesoro americano: se il pubblico americano ora crede che nel 1917 e nel 1918 esso fu impegnato non in una guerra, ma in investimenti finanziari, la sua memoria è molto labile.

 

 

Ma, prescindendo anche dalla storia dei debiti, i tentativi di esigerli non avrebbero ora altro risultato che d’alimentare il malcontento internazionale. Avremmo di nuovo fra gli ex alleati un problema simile a quello delle riparazioni tedesche: odio, discordia e, a mio credere, nessun reale pagamento sarebbero i risultati del tentativo di esigere tali somme, anno per anno, per una generazione.

 

 

Nessun pagamento effettivo, dico, poiché non solo la Francia crede, in coscienza, che un criterio di giustizia non la obbliga a pagare e che non può pagare; ma il pagamento integrale, dopo la storia delle riparazioni tedesche, costituirebbe un’offesa così profonda ai più radicati sentimenti francesi che la Francia non l’effettuerebbe mai, anche se andasse a suo vantaggio.

 

 

Bisogna infatti considerare tale richiesta di pagamento in relazione al piano Dawes. Se la Francia pagasse all’Inghilterra e agli Stati uniti le somme in capitale ed interesse che ad essi deve, anche a un lieve tasso, dovrebbe sborsare più di 60 milioni di sterline all’anno, cioè una somma quasi esattamente eguale all’intera porzione francese delle riparazioni tedesche secondo il piano Dawes, nell’ipotesi che questo piano sia pienamente adempiuto. Può credere alcuno che la Francia, in qualunque circostanza e sotto qualunque minaccia, possa mai aderire a dare all’Inghilterra e agli Stati uniti ogni centesimo di ciò che essa riceve dalla Germania, e forse di più?

 

 

E allora, che cosa dobbiamo fare? Guardando al passato, credo che sarebbe stato atto di alta politica e di saggezza da parte dell’Inghilterra se, il giorno dell’armistizio, avesse annunziato agli alleati che tutti i loro debiti erano dimenticati da quel giorno. Ora non è agevole seguire tale linea di condotta. Da una parte, gli inglesi si sono impegnati a pagare all’America mezzo milione di dollari ogni giorno lavorativo per 60 anni e, giorno per giorno, stanno effettuando tale pagamento. Questa somma equivale a due terzi del costo dell’armata britannica ed è quasi uguale al totale delle spese del bilancio inglese dell’istruzione: essa è maggiore dell’intero profitto del naviglio mercantile britannico sommato a quello delle miniere inglesi di carbone. Con eguale sacrificio per egual periodo di tempo, gli inglesi potrebbero sopprimere i quartieri poveri e rifabbricare agiate case per tutta la loro popolazione. Il fatto che gli inglesi paghino su tale scala e che non siano pagati alla loro volta deve aver influenza sul loro atteggiamento. D’altra parte l’idea che l’America possa concedere migliori patti alla Francia di quelli concessi all’Inghilterra, per la più brusca attitudine francese, è, per buone ragioni, intollerabile alla pubblica opinione inglese. È impossibile quindi ora per l’Inghilterra dimenticare i debiti della Francia e dell’Italia, a meno che l’America non faccia lo stesso con gli inglesi i quali non possono tollerare inoltre, il pensiero che l’America, che essi stanno pagando, ottenga miglior trattamento dai debitori comuni.

 

 

Una franca discussione fra l’Inghilterra e l’America dovrebbe essere dunque il primo passo per un regolamento della questione. Secondo me, tale regolamento potrebbe essere fondato su queste linee di compromesso: bisogna che una moderata quota di ciò che la Francia e l’Italia possono ricevere dalla Germania ogni anno dai pagamenti fatti per il piano Dawes sia devoluta al servizio dei debiti interalleati: queste somme dovrebbero poi essere divise fra l’Inghilterra e gli Stati uniti in proporzione di ciò che a ciascuno di essi è dovuto, e serva questo di liquidazione. Non è opportuno invitare la Francia a fare offerte in proposito, come vorrebbe la commissione americana dei debiti; questo significherebbe chiedere alla Francia d’esporsi ad una umiliazione. Ma se l’Inghilterra e gli Stati uniti possono accordarsi nel fare alla Francia una proposta su tali direttive – ad esempio, un terzo di ciò che la Francia riceverà per l’avvenire, di anno in anno, dalla Germania, – si avrebbe la possibilità di un regolamento onorevole della questione.

 

 

J.M. KEYNES

 

 

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