Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

I debiti, le riparazioni e l’Italia

«Corriere della Sera», 18 febbraio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 46-50

 

 

 

Il «Times» pubblica questa corrispondenza da Roma in data 9 febbraio:

 

 

Londra, 17 febbraio, notte.

 

 

Il «Corriere della Sera» di ieri nel suo articolo di fondo prende un recente articolo di Lloyd George sul consolidamento del debito anglo – americano e sulle sue ripercussioni sugli altri debiti alleati, come un testo sul quale fondare commenti sulla politica finanziaria britannica, che sono la prova di un profondo e diffuso malinteso. Si potrebbe capire la irritazione italiana e simpatizzare con essa se il «Corriere» avesse ragione ritenendo che Lloyd George abbia colto il momento in cui la probabilità di riparazioni tangibili da parte della Germania sta rapidamente sfumando per suggerire che l’Italia debba pagare i suoi debiti alla Gran Bretagna. Ma tutto quello che Lloyd George dice è che i nostri debitori non danno segno di voler discutere la questione con noi. Quando tuttavia un giornale così giusto e abile come il «Corriere», trae da un articolo senza autorità la deduzione che la Gran Bretagna si è accordata con gli Stati uniti per pagare i debiti perché il pagamento è buono per le tasche britanniche, e sembra persino che la Gran Bretagna stia facendo soltanto un gesto morale per costringere la povera Italia a pagare in contanti, un tale travisamento dei fatti è pericoloso e deve essere corretto. Come la «Stampa» osserva oggi, «un debitore che non può pagare il suo debito dovrebbe parlarne il meno possibile».

 

 

Il «Corriere» tuttavia osserva: «Il pagamento dei suoi debiti agli Stati uniti è per l’Inghilterra un saggio investimento di capitali. La lira sterlina sta rapidamente raggiungendo la parità oro. L’Inghilterra riconquisterà la sua antica posizione in stanza di compensazione del mondo e quindi guadagnerà tutto quello che le occorre per coprire le rate annuali dovute agli Stati uniti». Il «Corriere» commette un profondo errore nell’immaginare che i debiti interstatali siano il solo fattore o almeno fattore molto potente per quel che riguarda l’influenza sui cambi. È un luogo comune che la situazione interna di un governo e ancor più le condizioni del suo commercio influiscano permanentemente sui cambi. Se per esempio il saggio del cambio italiano dipendesse dal pagamento o dal non pagamento del debito italiano alla Gran Bretagna, la lira sarebbe evidentemente assai più deprezzata che non lo sia. In realtà il cambio di New York il 23 gennaio era  mentre il 6 febbraio salì a , un aumento di 2 centesimi di dollaro in una quindicina di giorni.

 

 

Non si può in verità parlare di un rapido ravvicinamento alla parità. Rimane il fatto che noi dovremo comperare ogni anno per 40 milioni di sterline di dollari e questo non può mancare di avere un effetto contrario a quello che il «Corriere» prevede. Se dunque si crede che l’aumento della sterlina alla parità migliorerà il commercio britannico, la risposta che un deprezzamento non sufficiente a danneggiare il credito è un premio all’esportazione, mentre l’apprezzamento della valuta significa una diminuzione corrispondente. Il «Corriere» ammette che il pagamento dei debiti e la politica di deflazione hanno imposto alla Gran Bretagna una tassazione onerosa e una terribile disoccupazione. Ma il giornale pensa che noi non attribuiamo alcuna importanza a questi sacrifici e a questi guai del nostro zelo di ristabilire il valore della sterlina. Il giornale continua: «Dobbiamo insistere sul fatto che tutti questi sacrifici britannici imposti dalla necessità di mantenere due milioni di disoccupati, già ridotti ad un milione e un terzo, non sono intrapresi per un qualsiasi spirito di generosità verso gli alleati e dipendono da una cancellazione di pagamenti dovuti dall’Italia e dal fatto di essersi adottato qualche pagamento spettante all’Italia. L’Inghilterra agisce come agisce, di sua libera volontà. La tassazione onerosa e la disoccupazione sono le necessarie condizioni del fondamento della sua futura prosperità su basi di granito». Questa è una mezza verità, una di quelle mezze verità che il Papa nella sua recente enciclica ha proibite. Il «Corriere» stesso cerca di dimostrare che tutti i debiti alleati sono della stessa natura; contratti tanto per tutte le nazioni come per una sola in una causa comune per tutti; non è, come il «Corriere» sembra credere, il caso che si spenda dell’oro britannico per comprare il sangue italiano; noi possiamo mettere i nostri 750.000 morti accanto ai 500.000 morti italiani senza vergogna.

 

 

Si può negare che vi è qualche generosità nel fatto che non si è premuto sull’Italia perché pagasse, mentre paghiamo noi stessi i nostri debiti, mentre abbiamo offerto due volte (l’ultima volta a Parigi) di regolare la posizione nelle condizioni più favorevoli ai nostri debitori? Per esempio, si rende conto il popolo italiano che secondo l’ultima offerta di Parigi il debito dell’Italia verso la Gran Bretagna sarebbe stato ridotto da 520 milioni di sterline a 22 milioni e che per soddisfare in pieno questo debito la Gran Bretagna avrebbe accettato l’oro depositato alla Banca d’Inghilterra durante la guerra? A parte tuttavia la questione della generosità, se è saggio che noi subiamo le presenti tribolazioni per avere la prosperità futura, perché gli altri non fanno altrettanto?

 

 

Il «Corriere» risponde a questa questione in modo curioso. Esso osserva: «L’Inghilterra può pagare anche perché la guerra ha enormemente aumentato il suo impero coloniale e diminuita la concorrenza tedesca e le ha dato nuovi mercati per il suo carbone». Le nuove colonie sono a quanto pare i territori di mandato, nei quali abbiamo speso dal ’18 in poi almeno 200 milioni di sterline senza ricavarne un penny. I nostri industriali hanno una loro opinione particolare circa la diminuzione della concorrenza tedesca. Quanto al commercio del carbone oggidì diecine di migliaia di minatori sono disoccupati e diecine di migliaia lavorano a giornata ridotta, ed i salari dei minatori non possono essere confrontati favorevolmente con quelli per esempio dei meccanici italiani. Tutti ammettono che l’Italia merita uno specialissimo trattamento in materia di debiti. Tutti si rendono conto che la capacità di pagamento della Gran Bretagna, grazie in gran parte all’opera sua, è più grande di quella dei suoi alleati. Tutti sanno che noi siamo stati in grado di compiere la deflazione, mentre gli alleati hanno potuto solo mirare alla stabilizzazione della moneta. Ma lo sforzo che noi abbiamo fatto non dovrebbe essere cacciato in disparte come nulla e, nello spirito della massima amicizia, noi possiamo certamente chiedere ai nostri alleati di attribuire il pagamento dei nostri debiti all’ovvio motivo del desiderio consueto di essere onesti e non a calcoli oscuri e ipocriti di egoismo ristretto.

 

 

Se l’articolo del signor Lloyd George è «senza autorità», come afferma il «Times», non si comprende invero la ragione per la quale lo stesso giornale abbia voluto vedere nella nostra critica la prova di sentimenti contrari all’Inghilterra, specialmente quando noi facevamo esplicitamente appello alla parte più alta della pubblica opinione contro le impulsive parole dell’ex primo ministro. Tutto l’articolo del «Times» è il frutto di quel profondo malinteso che il giornale londinese ama scorgere invece nelle nostre parole. È arbitrario attribuire a noi un giudizio sfavorevole alla condotta britannica in materia di debiti interalleati, quando esso invece è sfavorevole ad un’opinione Lloydgeorgiana che il «Times» dichiara diversa da quella genuina del suo paese. Dicendo che la decisione della Gran Bretagna di rimborsare i debiti verso gli Stati uniti era dovuta a ragioni «nazionali», noi non volemmo denigrare quei motivi. Dicemmo soltanto che erano nazionali e non di altra specie, come tentava di far credere il signor Lloyd George. Il che non vuol dire che essi siano «bassi» o machiavellicamente ispirati al desiderio di invitare l’Italia a seguire l’esempio inglese. Per una nazione quale l’Inghilterra conservare la propria preminenza mondiale sul mercato monetario è questione di tale assorbente importanza, che qualunque sacrificio può essere sopportato per raggiungere l’intento.

 

 

Noi dicemmo soltanto che, dopo aver compiuto tanto sacrificio per un tale altissimo scopo, dopo aver serenamente sfidato la disoccupazione, la crisi industriale e la durezza delle imposte pur di riportare la lira sterlina alla pari e, quello che più conta, di riconquistare quel predominio finanziario di cui la parità della sterlina è un indice, era di cattivo gusto addurre quegli atti, come faceva Lloyd George, a conforto della sua meraviglia che la Francia e l’Italia non aspirassero affatto ad intavolare trattative per la regolazione dei loro debiti verso l’Inghilterra. Chi denigrò la condotta britannica non fummo noi, che anzi la esaltammo ricollocandola nel suo giusto quadro; fu l’ex primo ministro che, forse senza avvedersene, trascinato dalla foga della sua critica antifrancese, rese un pessimo servizio al suo paese, abbassando l’atto inglese, che deve essere considerato in sé e per sé, quasi ad una piccola occasione per infastidire gli alleati. E, nella foga di rispondere alla nostra argomentazione, il «Times» fa un grave torto alla sua chiaroveggenza quando considera come «calcoli oscuri ed ipocriti di egoismo ristretto» quelle ambizioni a ricuperare la supremazia mondiale finanziaria che noi dicemmo essere il vero fondamento della regolazione dei prestiti angloamericani. Esso dice: «Non per egoismo ci decidemmo a pagare gli Stati uniti, ma per l’ovvio motivo del desiderio ordinario di essere onesti», il che è appunto quello che dicemmo noi. L’Inghilterra paga, perché il pagare è per essa the best policy, l’ottima delle condotte. Così quando, dicemmo, essa eleva la propria rispettabilità finanziaria fa quello che si dice un buon affare nel più alto significato della parola.

 

 

Guardare l’accordo fra gli Stati uniti e l’Inghilterra da questo punto di vista «nazionale britannico» non è un venir meno al rispetto dovuto alla nazione amica. Noi, infatti, rivendichiamo per conto nostro il medesimo diritto di considerare la questione dei debiti interalleati e della loro correlazione con le riparazioni germaniche dal punto di vista nostro nazionale.

 

 

Se noi affermammo invero, e rispondiamo così non più al «Times» ma alla «Stampa», una coincidenza di interessi fra l’Italia e la Francia rispetto ai due problemi connessi, ciò non facemmo per commettere «l’assurdità di mettere a base della nostra politica europea la solidarietà antigermanica con la Francia». La politica internazionale non si fa per puntiglio contro o per solidarietà a favore di una qualunque delle nazioni europee; la si fa soltanto con lo sguardo rivolto ai supremi interessi del proprio paese.

 

 

Questo interesse ci dice – lo ha solennemente proclamato ieri al senato l’on. Mussolini – che noi non ci possiamo prendere il lusso di generosità verso la Germania quando stentiamo la vita e dobbiamo fare un immane sforzo economico per superare le difficoltà spaventose del momento. Se questo lusso di generosità non possiamo prenderci, se abbiamo bisogno di carbone, e ne abbiamo bisogno oggi e non domani, è chiaro che una politica buona per l’Inghilterra e per gli Stati uniti può non essere la più vantaggiosa per noi. E quindi il nostro evidente interesse ci spinge oggi ad una condotta che sul punto della esazione delle riparazioni ha alcune convergenze con quella della Francia. Quando il nostro interesse sarà diverso, anche noi faremo un’altra politica; ma, sinché è nei limiti in cui gli interessi coincidono, perché farli divergere per aprioristica predilezione verso gli uni ed avversione verso gli altri?

 

 

Il nostro contraddittore, punto dal rimprovero di «furbo» dato alla sua politica del prometter lungo ed attender corto – e che altro significato logico si può dare alla tesi di promettere e contrattare senza dare effettivamente nulla, aspettando l’occasione favorevole? – professa che tutta la furberia consiste nel non comprendere la nostra formula del «preteso debito» con cui noi vorremmo annullare le nostre obbligazioni. Ma la nostra formula non è che la traduzione delle formule medesime adoperate dagli uomini di governo inglesi, quando vollero spiegare la loro offerta di ridurre quasi al nulla i loro crediti verso la Francia e verso l’Italia. Quando il signor Bonar Law dichiarò a Parigi che il suo governo era disposto a ridurre il suo credito verso l’Italia da 520 a 22 milioni di lire sterline, lo motivò ricordando che quei crediti erano sorti da una guerra combattuta per una causa comune. Il che, se non erriamo, vuol dire appunto che quelli non erano veri crediti, ma, come dimostrarono autorevolissime riviste inglesi, semplici aggiustamenti di conti, metodi contabili per ripartire fondi e spese fra alleati. Se la formula «pretesi» debiti non piace, sostituiamola pure con quella di debiti «apparenti»; ma sia ben chiaro che la rinuncia a far valere tale credito è senza dubbio generosa, alta, ispirata da parte inglese ad un nobile desiderio di porre un suggello finale alla solidarietà delle morti sul campo di battaglia; ma non è la rinuncia pura e semplice ad un credito effettivo, assimilabile ad ogni altro ordinario credito. Se la proposta cauta e lungimirante di Bonar Law prevarrà definitivamente sulle parole impulsive e senza autorità del signor Lloyd George, ciò vorrà dire che «i principii assoluti di moralità» a cui ha reso omaggio l’on. Mussolini nel suo discorso, pur dichiarandosi scettico intorno alla loro prevalenza nelle competizioni internazionali, avranno su questo punto avuto vittoria. E noi dobbiamo fare ogni sforzo affinché essi prevalgano davvero; e a tal uopo è necessario tener sempre presenti i termini veri del problema, facendo quella propaganda per la chiara comprensione della vera natura dei debiti interalleati e dei loro rapporti con le riparazioni che non è meno necessaria all’estero che in Italia.

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