I debiti verso l’America

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/03/1921

I debiti verso l’America

«Corriere della Sera», 11 marzo 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 56-60

 

 

 

Sembra dunque assodato che il sen. Rolandi Ricci, nostro ambasciatore a Washington, stia attivamente occupandosi per ottenere il consolidamento dei nostri debiti verso l’America. Gli ufficiosi dicono anzi qualche cosa di più: l’ambasciatore italiano vorrebbe «accertare rigorosamente l’ammontare dei nostri debiti verso gli Stati uniti», comprendendo in essi non solo i debiti diretti, ma anche quelli che formalmente sono un debito verso l’Inghilterra. È noto invero che al 31 dicembre 1920 su 20,6 miliardi circa di lire oro di debito dell’Italia verso gli alleati, circa 8,4 sono dovuti agli Stati uniti e 12,2 all’Inghilterra. Ma poiché l’Inghilterra è essa medesima debitrice verso gli Stati uniti e prima dell’entrata in guerra di questi ultimi prendeva essa a prestito capitali in America allo scopo di mutuarli a noi, così si dice essere chiaro che dei 12,2 miliardi di debito verso l’Inghilterra, una buona parte è in realtà un debito nostro indiretto verso gli Stati uniti, ottenuto con la firma inglese per avallo. Dicono alcuni giornali che sarebbe «evidente il vantaggio che avremmo assumendo direttamente i nostri obblighi verso l’America evitando il giro vizioso dell’avallo londinese», e lodano il sen. Rolandi Ricci della intenzione nudrita di chiarire l’ammontare preciso del nostro debito verso gli Stati uniti e di ottenerne il consolidamento a lunga scadenza.

 

 

Sbarazziamo prima il terreno dal problema del cosidetto circolo vizioso. A parer nostro, sarebbe un errore gravissimo ed imperdonabile di voler trasferire dall’Inghilterra agli Stati uniti una parte del debito di 12,2 miliardi di lire oro che noi dobbiamo all’Inghilterra. Questi sono crediti inglesi e devono restar tali. Che la nostra creditrice si sia dovuta far imprestare quei miliardi dagli Stati uniti è un affare che riguarda essa, non noi. Noi abbiamo interesse «evidente» a non avere, per quei 12,2 miliardi, di fronte altro creditore fuor dell’Inghilterra. In primo luogo perché quei debiti sono espressi in lire sterline, che è una moneta per ora svalutata in confronto al dollaro. Ma sovratutto perché l’Inghilterra è un «vecchio» creditore, abituato a passar la spugna sui suoi crediti – in passato non ottenne e non pretese il rimborso che di piccolissime somme e sempre concesse sussidi a fondo perduto -; e già dichiaratosi ora pronto alla rinuncia. Vi pone, è vero, qualche condizione fastidiosa, come quella che gli Stati uniti rinuncino ad altrettanto credito verso di essa. Ma già vi sono uomini politici influenti e giornalisti di grido i quali in Inghilterra sostengono il principio della rinuncia pura e semplice.

 

 

Si aggiunga che l’Inghilterra è vicina e gli Stati uniti sono lontani; che perciò più facilmente l’Inghilterra avrà bisogno od interesse di tener preziosa la nostra alleanza; e qual migliore segno di vera amicizia vi può essere fuorché la rinuncia ai suoi pretesi crediti di 12,2 miliardi? Per queste ragioni ci rifiutiamo energicamente a credere che il governo italiano abbia consentito sul serio a prendere in considerazione il trapasso dei nostri debiti dall’Inghilterra agli Stati uniti.

 

 

E veniamo al punto sostanziale del «consolidamento» del debito proprio nordamericano degli 8,4 miliardi di lire oro. Consolidare vuol dire trasformare il debito che oggi abbiamo in buoni a breve scadenza in un debito a lunghissima scadenza, a basso interesse o forse anche senza interesse per i primi 5 o 10 anni. Astrattamente, se si trattasse di un debito vero e proprio, la trasformazione potrebbe essere utile. Ma all’Italia conviene invece mantenere viva l’idea fondamentale che il nostro non è un debito, ma una semplice apertura di credito, di cui noi avevamo diritto di usufruire, salvo a render ragione del modo come abbiamo speso il ricavo nell’interesse comune degli Stati uniti, dell’intesa e nostro. Ecco tutto. Nulla di più e nulla di meno. Finché il cosidetto debito rimane fluttuante, la partita resta aperta e siamo sempre in tempo a far valere le nostre buone ragioni. Se invece noi consolidiamo il debito, noi lo noviamo ed espressamente veniamo a riconoscere trattarsi di un debito vero e proprio, che noi ci obblighiamo a pagare ad una certa scadenza.

 

 

Qual bisogno vi è di rinunciare ad una posizione morale fortissima, quale è quella che possiamo vantare in grazia ai nostri sacrifici, agli oneri assunti, all’ardua situazione di bilancio, alla difficoltà insormontabile in cui ci dibatteremmo se volessimo sul serio pagare in lire oro gli interessi su un debito estero che si aggira sui 100 miliardi di lire carta, ossia su una cifra superiore a quella dell’intiero debito interno, pur tanto gravoso? Oggi noi possiamo vantare tutti questi titoli per ottenere quella compensazione a cui abbiamo diritto; domani, quando noi avessimo consolidato il debito, perderemmo d’un colpo ogni ragione morale di invocarli. Perché?

 

 

Noi non vogliamo credere che governo ed ambasciatore si dispongano a far gitto dei più chiari interessi nazionali così alla leggera, solo per guadagnare la pace d’un giorno o di qualche anno. Il carpe diem è il vizio dei governi parlamentari e degli uomini di parlamento, ai quali pare gran successo aver messo a dormire un problema per qualche anno, finché dura il loro presumibile possesso della carica o vi è possibilità di ritorno ad essa. Ma qui è in giuoco tale un alto interesse del paese che non è possibile supporre che il nostro ambasciatore abbia voluto guardare più al vantaggio proprio o del governo che rappresenta che al vantaggio permanente dell’Italia.

 

 

No. Il sen. Rolandi Ricci è partito dall’Italia con un grande e nobile desiderio di far opera utile a favore dell’industria e del commercio italiani negli Stati uniti. In adunanze numerose e ripetute gli si è fatta presente la necessità di trovar credito per le ditte e le banche italiane nel paese dove egli andava a rappresentare l’Italia. Giunto a Washington, a lui parve che ad attuare i suoi propositi fosse d’ostacolo l’idea che l’Italia non è troppo ansiosa di far onore ai proprii impegni verso gli Stati uniti. Ed a lui è parsa quindi opera urgente e vantaggiosa all’Italia girare la posizione consolidando il debito italiano per un lungo tempo. Almeno questa è la sola spiegazione logica che i giornali ufficiosi danno dei propositi inaspettati del nostro ambasciatore.

 

 

Anche qui importa manifestare ben netto e ben chiaro il nostro dissenso reciso.

 

 

I debiti dello stato italiano verso la Confederazione nordamericana non hanno nulla a che vedere coi debiti che cittadini italiani potranno contrarre verso cittadini nordamericani. Quelli sono un affare pubblico, questi un affare puramente privato. Il credito dello stato italiano non rimane scosso dalle discussioni che si vanno facendo intorno agli 8,4 miliardi di debito verso gli Stati uniti. Queste discussioni si fanno su basi morali, politiche, finanziarie. Quando mai il credito di uno stato vien meno solo perché sostiene che un debito non è tale, ma è un’altra cosa; e il riconoscimento della sua allegazione chiede al libero consenso del suo creditore medesimo? Il problema è un problema di pubblica opinione; e il nostro ambasciatore ha il dovere di porlo con la dovuta cautela, ma con propaganda persuasiva, dinanzi all’opinione pubblica nordamericana, anche se in sulle prime la sua posizione possa diventare impopolare e difficile. Se nel far ciò egli deve trascurare alquanto di occuparsi nel trovare credito a favore degli industriali italiani, il male sarà minore del beneficio. Gli industriali italiani si aggiusteranno. Troveranno credito negli Stati uniti nelle solite maniere in cui lo hanno trovato o non lo hanno trovato fino ad oggi. Ognuno otterrà quel credito che si merita per la sua onestà negli affari, la sua consistenza patrimoniale, il buon nome acquistatosi in passato. Quante aperture di credito le banche di tutto il mondo non hanno fatto e non fanno a negozianti turchi e levantini, sebbene il governo turco sia uno dei governi più bancarottieri del mondo! Grazie a Dio, l’Italia è lontanissima dall’essere la Turchia e lo stato italiano ha sempre fatto onore ai suoi veri impegni di debito.

 

 

Lasciamo dunque da un canto questa pretesa necessità che i nostri ambasciatori si affannino a procurare aperture di credito a privati italiani. E diciamo anzi che quanto meno se ne occuperanno, tanto meglio sarà. Deve finire una buona volta ogni malleveria, diretta o indiretta, dei debiti contratti all’estero, da parte dello stato italiano. Questo non deve affatto impegnarsi né moralmente né giuridicamente per i debiti fatti dai privati in paesi stranieri. Ogni suo intervento può essere pericoloso. Abbiamo bisogno di non comprare nulla all’estero che non sia assolutamente necessario. Se il privato è lasciato alle sole sue forze, possiamo essere sicuri che non otterrà credito se non in quanto i suoi affari lo richiedano. Se lo stato se ne interessa, potremmo correre il rischio di ottenere crediti per impieghi superflui o non strettamente necessari.

 

 

Anche per questo motivo è bene che il governo italiano abbia di mira a Washington unicamente gli interessi pubblici nel sistemare il problema dei nostri debiti.

 

 

Sul pensiero dell’on. Meda in proposito non si dovrebbero nutrire dubbi, dato ciò che egli ha detto ieri al «Times»:

 

 

«È vero – sono parole sue – che nella gestione statale italiana rimane sempre aperto il problema del debito estero, problema di straordinaria gravità data l’altezza odierna dei cambi; ma l’Italia, che tale debito ha contratto per sostenere fino all’ultimo la causa degli alleati e degli associati nella guerra, non può temere che sia per mancare al problema stesso una soluzione equa e ragionevole per modo che essa possa condurre a termine il proprio riassetto finanziario intrapreso e avviato a costo di tanti sacrifici per i contribuenti».

 

 

Perfettamente d’accordo; ma non così d’accordo con ciò che fa il sen. Rolandi Ricci a Washington, il quale pregiudicherà gravemente la nostra causa se il governo non fermerà in tempo le sue iniziative.

 

 

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