I decreti sulle borse e la circolazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/04/1925

I decreti sulle borse e la circolazione

«Corriere della Sera», 24 aprile 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 239-243

 

 

In attesa della pubblicazione del conto del tesoro al 31 marzo, ho cercato di fare un calcolo del modo in cui la quantità complessiva dei biglietti circolanti ha risposto durante il mese di marzo all’invito a diminuire rivoltole dai noti decreti sulle borse, suffragato dal rialzo del saggio dello sconto. Avverto che il calcolo è fondato su una ricostruzione, soggetta ad errore, dei dati contenuti nel comunicato ministeriale del 20 corrente. Questo ci dice che la circolazione totale al 31 marzo 1925 risulta di 19.993 milioni di lire, il che segna un aumento di 121,5 milioni in confronto alla situazione del 28 febbraio. Sebbene il fatto dell’aumento sia una risposta sintomatica all’«invito a diminuire», bisogna farsi un’altra domanda: di quanto avrebbe dovuto diminuire in marzo la circolazione, supponendo che i decreti non fossero esistiti e che nessun’altra circostanza perturbatrice o nuova fosse nel frattempo intervenuta? La domanda è legittima, perché durante il mese di marzo, il governo rimborsava anticipazioni alle banche di emissione, riduceva i biglietti di stato da 5, 10 e 25 lire e faceva bruciare biglietti derivanti dal famigerato consorzio valori. Se non fosse accaduto nulla, la circolazione avrebbe dovuto, per queste ragioni, diminuire per i seguenti ammontari (in milioni di lire):

 

 

Minor circolazione per rimborso di anticipazioni al tesoro od a terzi per conto dello stato

76,6

Minor circolazione di biglietti di stato

100,0

Bruciamento di biglietti del consorzio valori

375,7

Diminuzione di circolazione che si sarebbe dovuta verificare in marzo

552,3

Invece il totale della circolazione registra un aumento di

121,5

Cosicché – se queste cifre sono esatte ed ho cercato di calcolarle con la massima esattezza possibile – durante il marzo la circolazione cosidetta del commercio, quella posta fuori dell’azione diretta dello stato, ha dovuto aumentare di milioni

673,11

 

 

Mi guardo bene dall’usare il sofisma del post hoc propter hoc e non dico senz’altro: i decreti, che dovevano preludere ad uno sgonfiamento della circolazione, ne hanno fatta invece crescere una parte – quella commerciale – di 673,8 milioni. Sarebbe tuttavia molto interessante conoscere quali altri fattori, all’infuori dei decreti, hanno potuto produrre il risultato di annullare una diminuzione che il tesoro aveva dimostrato, per quanto lo riguardava, di essere capace di ottenere. È cresciuto il fabbisogno del commercio? Come mai ciò ha potuto accadere, quando i decreti avevano per iscopo di ridurre notevolmente una parte cospicua di questo fabbisogno e precisamente quella relativa al mercato dei valori di borsa?

 

 

Senza asseverare che la cifra di 673,8 milioni di aumento della circolazione commerciale provi un rapporto di causa (decreti) ad effetto (maggior circolazione), si deve ammettere che essa sia un forte indizio di riprova della bontà delle osservazioni qui fatte in passato intorno alla incapacità dei decreti a produrre l’effetto voluto di riduzione della circolazione. Invece quei decreti generarono sfiducia; la sfiducia genera vendite di titoli, richiesta di anticipazioni alle banche, tesaurizzazione di danaro, interventi per difesa di titoli pubblici e privati. E tutto ciò, gira e rigira, finisce per cadere, da ultimo, sugli istituti di emissione e provocare aumenti di circolazione, o, il che è precisamente la stessa cosa, eliminazione di quella riduzione che, per altre cause, si sarebbe dovuta verificare.

 

 

Ho veduto riprodotta sui giornali una sentenza di un eminente banchiere americano, il quale avrebbe detto che i decreti italiani erano poca cosa in confronto alla severità degli ordinamenti della borsa di New York. Faccio, da tempo, molto conto dei giudizi del signor Otto Kahn. Egli avrebbe potuto soggiungere che anche gli ordinamenti della borsa di Londra sono più severi di quelli, antichi e nuovi, italiani; ma avrebbe dovuto altresì ricordare, per chiarire esattamente il problema, che a Londra e a New York questa severità è il frutto di un secolare e volontario svolgimento delle private associazioni le quali amministrano le due grandi borse; e che a nessuno verrebbe in mente che un ministro del tesoro potesse improvvisamente mutare gli ordini esistenti. Il consiglio della borsa di Londra ha fatto di più: si è sempre rifiutato di chiedere allo stato una carta, noi diremmo il riconoscimento giuridico al suo statuto, per paura che il tesoro potesse ingerirsi nei suoi ordinamenti. Questi ordini severi che le borse anglosassoni posseggono se li sono creati esse, perché vi avevano interesse; se li sono creati attraverso lunghe, faticose, secolari esperienze. Nulla è più ripugnante al temperamento di quei popoli delle grandi improvvise novità per decreto ministeriale.

 

 

È vero che in Italia un comunicato afferma essere tempo di «bene mettersi in testa che tutti i congegni della vita spirituale ed economica della nazione debbono essere adeguati ai propositi del governo». Tradotto in linguaggio più semplice, ciò equivale a dire che il governo, nel caso specifico delle borse, deve poter farle servire al raggiungimento degli scopi suoi. Bisogna subito aggiungere, ripetendo cose già dette, che il governo ha un solo mezzo per far servire le borse e le banche e l’industria ai fini suoi ed è di far bene il suo mestiere, di adempiere bene al suo specifico compito. Finché De Stefani cura il riordinamento delle imposte, ne fa crescere il rendimento, frena le spese; finché, così operando, riesce a ridurre il totale del debito pubblico ed a variarne utilmente la composizione (buoni lunghi al posto di buoni brevi), De Stefani comanda, senza averne l’aria, alle borse. Le borse sono costrette a seguire il suo indirizzo ed a far crescere il prezzo del consolidato; sarebbero alla lunga state costrette ad apprezzare di più la lira. Finché De Stefani rinuncia ad assorbire il risparmio con nuovi debiti e restituisce anzi al mercato parte dei prestiti avuti, egli comanda, senza darsene l’aria, al risparmio e lo obbliga ad incanalarsi verso le industrie e verso la terra, con grande vantaggio dell’economia nazionale. Così, e soltanto così, lo stato domina e guida le borse e l’economia del paese: facendo bene il suo proprio mestiere di stato. Qual bisogno v’era di lanciarsi in avventure inutili e pericolose, come quella di dominar le borse, per il piacere di obbligarle a seguire il suo indirizzo? Le borse sono un mercato, a cui non si possono dare ordini. Basta far bene per essere ubbidito, plaudito ed entusiasticamente secondato. Se invece si guastano consuetudini, metodi, indirizzi, i mercati recalcitrano, si spopolano e non si riesce a concludere nulla di bene.

 

 

Notisi che il «bene» non sta nel rialzo o nel ribasso dei titoli. I decreti sono sbagliati non a causa dello scopo che volevano raggiungere, che pare fosse di castigare una speculazione sbrigliata. Può darsi che il rialzo fosse stato eccessivo. Fu ugualmente, anzi maggiormente, un errore intervenire a provocare il ribasso per mezzo di decreti non perché, se il rialzo era eccessivo, il ribasso non fosse fatale ed utile, ma perché, rialzo o ribasso che sia, conviene lasciarli avvenire per virtù propria. Il ribasso spontaneo si opera a poco a poco, cagiona ferite a strati successivi di speculatori, non semina disastri repentini. Se i disastri ci sono, i colpiti sono forzati ad incolpar se stessi o le bande nere o la sfortuna. Se invece il ribasso è provocato da un decreto, chi toglierà mai di testa ai danneggiati che, se quel decreto non fosse loro capitato improvvisamente tra capo e collo, il ribasso non ci sarebbe stato o non sarebbe venuto così presto ed essi non si sarebbero coperti in tempo?

 

 

Perciò, non sono interamente d’accordo con l’assemblea bancaria ed industriale di Milano la quale chiede bensì al governo di non prendere in avvenire alcun provvedimento di carattere finanziario generale se non in forma di legge; ma, in caso di urgenza, si accontenta che il governo, prima di emanare un decreto-legge, consulti gli elementi tecnici interessati e responsabili. Ciò equivale a creare una nuova specie di potere legislativo. Chi sono i tecnici «interessati e responsabili»? Chi li sceglie? Quali garanzie esistono affinché sia sentito ed ascoltato il parere di tutti i tecnici competenti?

 

 

Le domande, del resto, non importano la conseguenza che, se il governo del tempo sapesse bene scegliere i suoi consulenti tecnici, il sistema del decreto-legge sarebbe accettabile. La legislazione deve essere bensì fatta, sentito il parere dei competenti; ma non col loro solo voto e consiglio. I tecnici «interessati e responsabili» vedono le cose da un punto di vista che può essere profondamente contrario all’interesse generale. I parlamenti esistono appunto perché, attraverso ad essi, possa l’interesse generale farsi sentire; perché il tecnico non catalogato, non facente parte di un corpo possa esporre il suo avviso; perché gli interessi contrari a quelli dei tecnici autorizzati possano efficacemente opporsi; perché la legislazione sia in somma l’eco di tutti gli interessi, di tutte le voci anche di quelle indipendenti e non coalizzate.

 

 

L’atteggiamento contrario ai decreti legge dei bancari e degli industriali è cagione di grande compiacimento per chi, da tanto tempo e sotto i più varii governi, li ha combattuti. Finalmente, l’esperienza dei due ultimi mesi ha ammaestrato le classi finanziarie ed industriali dei pericoli gravissimi del sistema dei decreti legge. Fa d’uopo che queste classi traggano le necessarie illazioni dall’ammaestramento; e riconoscano che il decreto-legge, pericoloso quando turba i diritti acquisiti in materia di borsa, non lo è meno quando assoggetta le associazioni operaie al volere del prefetto, il quale ne può mutare il fine e può devolverne altrui il patrimonio; non lo è meno quando crea tributi nuovi o modifica quelli esistenti. Il danno c’è sempre; ed il rimedio è uno solo: il ritorno al sistema della legge attraverso la pubblica discussione.

 

 

Torna su