I divieti inglesi di importazione. Imitiamo l’alleata!

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/02/1917

I divieti inglesi di importazione. Imitiamo l’alleata!

«Corriere della Sera», 28 febbraio 1917

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 506-509

 

 

Un giudizio approssimato delle cause dei gravi provvedimenti restrittivi all’importazione in Inghilterra annunciati dal signor Lloyd George non può darsi senza riportare alcune cifre intorno al commercio internazionale dell’Inghilterra. Dalle statistiche pubblicate dall’«Economist» traggo i seguenti dati (in milioni di lire italiane):

 

 

1915

1916

Importazioni

21.300

23.750

Esportazioni e riesportazioni

12.100

15.100

Sbilancio commerciale

9.200

8.650

 

 

A questo sbilancio occorre aggiungere le importazioni belliche, direttamente compiute per conto dello stato, le quali non figurano nelle statistiche; ed intorno a cui nessun dato ufficiale si conosce. Da alcune cifre, l’«Economist» crede di poter dedurre fondatamente che le importazioni non comprese nelle statistiche siano salite nel 1916 a 15 miliardi e 600 milioni, portando lo sbilancio commerciale a 2 miliardi e 250 milioni di lire italiane.

 

 

I divieti di importazione di merci non necessarie ed anche di una parte di quelle necessarie hanno dunque per l’Inghilterra due ragioni:

 

 

  • Diminuire lo sbilancio commerciale e scemare così alquanto la necessità di esportare oro e di vendere titoli esteri negli Stati uniti. Le riserve d’ oro sono sempre state scarse in Inghilterra e oggi devono compiere un lavoro ben più arduo di prima, nell’interesse di tutti gli alleati. Le disponibilità di titoli esteri non sono indefinite; e ciò che rimane e necessario duri sino alla fine della guerra se si vuole che gli Stati uniti continuino a venderci munizioni, grano e cotone.
  • Diminuire l’ingombro nel tonnellaggio di entrata nell’Inghilterra e far sì che la marina mercantile possa bastare, anche in faccia alla minaccia dei sottomarini, al suo gigantesco compito di approvvigionamento degli alimenti necessari, del carbone, dei minerali, dei metalli e delle altre cose necessarie alla vita.

 

 

Poiché non vi è nessun dubbio sulla necessità del provvedimento inglese, poiché l’unica critica possibile è quella sul ritardo con cui si addivenne alla decisione necessaria, sarebbe stolto perdere il tempo in recriminazioni egoistiche. La salvezza comune richiede che gli alleati concordi escogitino i provvedimenti migliori nell’interesse di tutti e di ognuno.

 

 

Praticamente, perciò, le sole domande a cui importi rispondere nel momento presente sono le seguenti: quali effetti può avere per l’Italia il provvedimento inglese e quale azione dobbiamo noi svolgere in conseguenza di esso?

 

 

Ecco quale fu, secondo le statistiche inglesi, il commercio fra l’Italia e l’Inghilterra (in milioni di lire italiane):

 

 

1914

1915

1916

Esportazioni dall’Italia in Inghilterra

217,6

281,9

281,9

Importazioni dall’Inghilterra in Italia

322,6

351,3

511,5

 

 

Naturalmente le statistiche italiane danno cifre alquanto differenti: sia perché i dati nostri sono espressi in lire-carta invece che in lire-oro, sia perché le nostre statistiche usano prezzi antiquati e calcolati da una commissione governativa, mentre in Inghilterra si usano prezzi correnti per calcolare il valore delle merci importate ed esportate; sia perché noi calcoliamo le merci esportate al prezzo sulla banchina del porto di Genova, mentre gli inglesi calcolano le stesse merci, che per loro sono «importate» al maggior prezzo che hanno acquistato sulle banchine del porto di Londra, mentre il fatto contrario si verifica per le merci che per gli inglesi sono esportate, mentre per noi sono importate, ecc.

 

 

1913

1914

1915

1916

Esportazioni dall’Italia in Inghilterra

260,5

305,7

337,7

324,2

Importazioni dall’Inghilterra in Italia

591,8

504,9

487,9

906,1

 

 

È enormemente aumentata l’importazione dall’Inghilterra in Italia; e basti ricordare che il carbone, valutato nel 1913 a 324,2 milioni di lire, era salito a 482,9 nei soli primi dieci mesi del 1916. Ma anche le nostre esportazioni in Inghilterra, valutate sia alla stregua dei dati inglesi, sia a quella dei dati italiani, erano notevolmente cresciute.

 

 

Oggi noi siamo chiamati a fare un sacrificio nelle esportazioni per la nostra grande alleata.

 

 

Il danno e lo squilibrio esistono indubbiamente. Quali i rimedi?

 

 

Accenno soltanto ad un primo rimedio, il quale ha tratto all’azione diretta dello stato per sorreggere i nostri cambi. Supponiamo che, per conseguenza del bando inglese, le nostre esportazioni si riducano da poco meno di 400 milioni di lire quante si avviavano ad essere, in ragione d’anno, a 200 milioni. Affinché il nostro cambio non peggiori per questa causa bisognerebbe che il governo italiano ottenesse, coll’intermediazione del governo inglese, una apertura di credito, maggiore di quelle già ottenute, per l’identica cifra di 200 milioni di lire. Non dico che ciò sia facile: ma ritengo certo che l’Inghilterra sarà tanto meglio in grado di concedere prestiti agli alleati quanto più gli inglesi ridurranno allo strettissimo indispensabile i loro acquisti all’interno ed all’estero. Dall’agosto 1914 il giornale che ho citato dianzi, l’«Economist», insiste su questo concetto; ed a poco a poco anche i grandi giornali quotidiani, i quali prima predicavano: vivete come al solito, vivete come se la guerra non esistesse, hanno finito per persuadersi. Ora, anche il governo inglese si è persuaso ad agire energicamente nel senso della economia più rigida.

 

 

È un male che siano stati necessari i sommergibili tedeschi a persuadere governo e governati della verità che gli economisti hanno cominciato a predicare subito, appena scoppiata la guerra. Meglio tardi che mai. Se i sommergibili tedeschi insegneranno agli alleati la necessità dell’economia fino all’osso, essi finiranno forse di essere benemeriti per la nostra condotta della guerra.

 

 

In primo luogo, dunque, l’Inghilterra sarà meglio in grado di far credito agli alleati.

 

 

In secondo luogo Francia ed Italia devono imitare l’alleata e decretare contro le provenienze degli alleati e dei neutri le medesime proibizioni draconiane di cui l’Inghilterra ha preso l’iniziativa. Che cosa ci stanno a fare, ad esempio, i 1331 chilogrammi di lavori d’oro e d’argento che l’Inghilterra ha importato, per 760.000 lire in Italia, nei primi 10 mesi del 1916? Ed i 6,6 milioni di strumenti scientifici che noi comperammo pure dall’Inghilterra, sono davvero tutti necessari? Perché il governo non proibisce sino alla fine della guerra l’importazione dei libri (salvo le riviste ed i periodici, di cui rimarrebbero, dopo, rovinate le raccolte), degli orologi, dei gioielli, ecc.? Che ragione ha l’importazione dall’Inghilterra di 1,9 milioni di lire di mobili ed altri lavori di legno? Non si potrebbe risparmiare la maggior parte dei 3,4 milioni di lire di mercerie inglesi?

 

 

Tutti gli alleati hanno l’interesse più evidente di interrompere il commercio sia di importazione che di esportazione delle cose meno urgenti: quello di importazione per non crescere per ragioni private l’indebitamento verso l’estero, già colossale per ragioni pubbliche; quello di esportazione per costringere, entro i limiti del possibile, gli addetti a tali industrie a fare altri mestieri (coltivare la terra e fabbricare munizioni), importanti amendue per risparmiare tonnellaggio. L’intesa più cordiale deve esistere in tal senso tra i diversi popoli alleati. Solo così sarà possibile che il forte sorregga il debole, e che tutti conseguano l’intento comune.

 

 

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