I divieti interregionali di esportazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/09/1916

I divieti interregionali di esportazione

«Corriere della Sera», 29 settembre 1916[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 377-380

 

 

Una questione la quale merita di essere discussa è quella dei divieti di esportazione di derrate alimentari da comune a comune e da provincia a provincia, i quali vanno moltiplicandosi da parte di sindaci e di prefetti, per soddisfare alle richieste dei consumatori locali. Assai opportunamente il ministro d’agricoltura on. Raineri, in apposita circolare raccomandò ai prefetti di «astenersi dall’emanare provvedimenti restrittivi in materia di esportazione di derrate alimentari». Ma poiché dal divieto sembra siano stati esclusi il grano, il granoturco e le farine, e poiché sindaci e commissioni d’approvvigionamento pare non si diano per inteso dell’opportuno consiglio od ordine del ministro, così credo opportuno esporre le ragioni per le quali riterrei necessario che il governo proibisse in modo assoluto alle autorità provinciali e locali di emanare provvedimenti restrittivi in materia di commercio interno di merci di qualunque genere e principalmente di derrate alimentari.

 

 

È materia questa la quale deve essere riservata al governo centrale. Infatti:

 

 

  • Il divieto di esportare grano o granoturco da una provincia all’altra avvantaggia ingiustamente i consumatori delle provincie dove la produzione dei cereali, delle uova, della frutta è sovrabbondante ai bisogni normali del consumo; provocando ivi un ribasso di prezzo, controbilanciato però da un aumento di prezzo nelle altre provincie italiane, le quali dipendono normalmente dalla esportazione dalle provincie a produzione esuberante. Così, per fare qualche esempio, il divieto che le provincie di Rovigo e Ferrara ponessero all’esportazione dei propri grani o quella di Brescia del granoturco sarebbe ingiustificabile e dannoso all’interesse generale del paese.
  • Mentre il divieto avvantaggia solo alcuni consumatori locali a danno dei molti consumatori italiani di altre provincie, esso danneggia ingiustamente i produttori della località. Non so se si sia fatto bene o male a stabilire il calmiere del grano in 36 lire e quello del granoturco in 29 lire; ma è cosa certa che non si può senza pericolo fare ribassare artificialmente al disotto del limite di calmiere il prezzo del grano nelle provincie produttrici. Può darsi che sia conveniente in modo assoluto produrre in talune provincie grano o granoturco anche a meno di 36 e 29 lire rispettivamente; sebbene nei terreni meno fertili tale convenienza sia assai discutibile ai prezzi attuali della mano d’opera, del bestiame da lavoro e dei concimi. La convenienza assoluta però non conta nulla in economia, dove si fanno sempre dei calcoli comparativi. Se i ribassi di prezzo dei cereali renderanno più convenienti altre culture, noi rischieremo l’anno venturo di avere parecchio allevamento di bestiame di più, o più avena, o barbabietole da zucchero, o canapa e meno grano e granoturco. Il che può essere dannoso.
  • Il divieto di esportazione da provincia a provincia spesso impedisce l’utilizzazione migliore delle derrate alimentari. I grani fini del ferrarese usavano servire a tagliare le qualità più scadenti per glutine, resa e bontà prodotte in altre plaghe. Il granoturco bresciano non usava essere macinato nelle località, ma era esportato ad alimentare i mulini di Bergamo, Lecco e Sondrio, dove il grano turco è insufficiente o viene macinato assai tardi. È noto invero che il celebre granoturco bergamasco viene lasciato essicare al sole sino a gennaio o febbraio; e la farina di qualità sopraffina prodotta con esso viene inviata in altre provincie, e persino nel mezzogiorno ed in Sardegna. Non v’è neppure ragione che i prefetti delle località di produzione vengano a perturbare una distribuzione dei prodotti nel paese, intorno a cui essi non hanno alcuna competenza tecnica a dare un giudizio, e la quale rispondeva al migliore interesse generale.
  • Finalmente, fa d’uopo notare che i divieti interregionali, se possono fare abbondare talune regioni e quivi, col ribasso dei prezzi, stimolare il consumo, rarefanno, come sopra si osservò, le derrate nelle regioni povere. Queste perciò devono ricorrere alla importazione dall’estero, aumentando il debito del paese verso l’estero già gravissimo per molte ragioni. Non v’è motivo che alle ragioni giustificate di aumento nella importazione dall’estero delle derrate alimentari per il fabbisogno dell’esercito, si aggiungano ragioni dovute alla incompetenza di Prefetti e di sindaci. L’opera di costoro, apparentemente determinata dal desiderio di fare cosa utile, in realtà ridonda, come quasi sempre accade in simili casi, a danno dell’universale. Crescendo artificialmente le importazioni dall’estero per provvedere alle deficienze delle provincie povere, si inaspriscono i cambi, si provoca il rincaro delle derrate alimentari, le quali si volevano far ribassare e si costringe lo stato a contrarre una somma di prestiti all’estero maggiore di quella che sarebbe consigliabile per pure ragioni militari. Danni tutti, cotesti, gravi che mi sembrano giustificare la tesi esposta: essere necessario, direi urgente, che il governo vieti, in guisa assoluta, alle autorità locali di legiferare in materia di commercio interno.

 

 

Avrei finito, se non accadesse di dovere menzionare una circostanza in questi tempi di guerra degna di molta riflessione. Per lo più invero sindaci, prefetti, commissioni di approvvigionamento non sanciscono divieti, non ordinano sequestri, non impongono calmieri disordinati ed affrettati se non per rispondere a lagnanze di cittadini, a voti di comitati, ad eccitamenti di articoli di giornale. Io vorrei che cittadini, comitati e giornalisti riflettessero alquanto più alla loro responsabilità nel chiedere e nello scrivere.

 

 

È facile scrivere che l’autorità deve provvedere contro i rialzi esorbitanti nei prezzi, contro gli accaparratori e speculatori; è facile chiedere provvedimenti energici a sindaci, a prefetti ed a governo; è facile mettere in moto rappresentanze e deputati e fare inviare telegrammi ammonitori al disgraziato ministro di agricoltura. Ma i reclamanti e gli scrittori dovrebbero riflettere che trovare un rimedio efficace è cosa difficilissima e che per lo più i rimedi suggeriti raggiungono l’effetto contrario a quello desiderato. Sopra ho dato di ciò la dimostrazione per i divieti di commercio interregionale; ma la stessa dimostrazione si potrebbe dare per i divieti e calmieri delle uova, rispetto a cui ho visto con stupore uomini e giornali reputati farsi paladini di proposte grottesche, e per altri provvedimenti, che l’immaginazione popolare invoca come rimedio a malanni ingigantiti dallo stesso baccano che si fa loro d’intorno. I problemi annonari sono purtroppo problemi vecchi, da secoli discussi, per cui tutte le soluzioni oggi proposte furono in passato sperimentate e per lo più riconosciute inefficaci. Non sembra pretesa eccessiva quella di chiedere che, prima di parlare, scrivere o deliberare, cittadini, comitati, giornalisti, autorità e ministri si informassero dell’esperienza passata e leggessero alcuni dei molti libri istruttivi che in proposito furono scritti. Non sembra pretesa eccessiva chiedere che almeno almeno leggessero e meditassero il rimedio del conte Attilio contro gli accaparratori di grano nel capitolo V, ed i capitoli XII e XXVIII dell’immortale romanzo di Alessandro Manzoni. Il bisogno di leggere e meditare questi insegnamenti tratti da secoli di esperienza sembra a me non sia minore nelle classi dirigenti d’oggi di quanto fosse negli anni in cui il Manzoni scriveva.

 

 



[1] Con il titolo I divieti di esportazione interregionali. [ndr]

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