I doveri delle casse di risparmio

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 08/08/1897

I doveri delle casse di risparmio

«La Stampa», 8 agosto 1897

 

 

 

Vent’anni fa, quando il Sella fece approvare la legge fondamentale che istituiva le Casse di risparmio, l’iniziativa parve chimerica in un paese dove la fiducia nelle istituzioni pubbliche è scarsa, dove il risparmio è diffidente ed a mala pena muove i suoi primi passi.

 

 

E si proclamò eziandio chimerico lo sperare che la piccola gente depositasse il proprio peculio in casse che corrispondevano un interesse ritenuto infimo e poco rimunerativo. La esperienza delle cosa dimostrò che i timori erano infondati; circa mezzo miliardo è depositato nelle Casse di risparmio postali ed altrettanto nelle Casse autonome.

 

 

L’opera di questi Istituti si dimostrò feconda a sana nel raccogliere i piccoli rivoli dei risparmi popolari che altrimenti sarebbero andati perduti, nel canalizzarli e nel trasformarli in fiumane gigantesche, regolate e fecondatrici. è difficile valutare al giusto grado l’operazione di educazione morale e di miglioramento materiale compiuta dalle Casse di risparmio sia autonome, sia governative.

 

 

Ma a poco a poco, accanto agli inestimabili ed innegabili benefizi apportati, che non è mio compito ora di narrare, si manifestarono alcuni sintomi di degenerazione ed alcuni lati dannosi.

 

 

Nell’intenzione di quelli che le fondarono, le Casse di risparmio dovevano unicamente dedicarsi a raccogliere i risparmi della gente minuta, escludendo deliberatamente i depositi della gente ricca.

 

 

Le Casse postali e molte fra le Casse autonome cercarono di raggiungere l’intento imponendo un limite massimo ai risparmi; alcune, e fra queste parecchie fra le maggiori, non ricorsero a questo spediente. Sugli inizi, quando il saggio corrente dell’interesse era alto ed ampio il campo di impiego, le classi agiate sdegnarono ricorrere alle povere Casse di risparmio; ma quando la imperversante crisi economica batté alle porte anche dell’Italia, il saggio del 3,50, del 3% non parve meschino; e si ebbe lo strano spettacolo dell’aumento nei depositi a risparmi contemporaneo all’acuirsi della crisi agraria, industriale e finanziaria.

 

 

Le Casse di risparmio tendono così a poco a poco a degenerare in ricettacoli di sicurezza pei capitali giacenti delle classi alte, mancando al loro scopo precipuo di asilo dei risparmi delle classi povere. Non è raro il caso che molti membri di una famiglia agiata posseggano ciascuno un libretto coperto fino al limite massimo conceduto dai regolamenti, con violazione evidente dello spirito se non della lettera dell’istituto. Il rimedio a questa degenerazione, quando non le si voglia ricercare in un sistema inquisitorio di ricerca della paternità dei libretti, d’impossibile effettuazione nei grandi centri, deve trovarsi nel ribassare ancora più il limite massimo dei depositi, a 1000 lire, e nel graduare il saggio d’interesse con scala rapidamente decrescente in proporzione dell’innalzarsi della somma depositata; corrispondendo, ad esempio, il 4% sui depositi inferiori a lire 100, il 3,50 sui depositi da 100 a 200, il 3 su quelli da 200 a 500 ed il 2% su quelli da 500 a 1000 lire, in modo da attrarre i piccoli e da respingere i grandi.

 

 

Accanto al processo degenerativo si manifestò inoltre lungo tutta la storia delle Casse italiane di risparmio una tendenza la quale è fonte di gravissimi danni all’economia ed alla prosperità nazionale. I capitali enormi raccolti dal risparmio popolare furono dalle Amministrazioni pubbliche ed autonome impiegati in un unico modo: compre di titoli di Rendita sullo Stato, di titoli garantiti dallo Stato e mutui ai Comuni.

 

 

L’impiego presenta molte attrattive per gli amministratori di una Cassa. è agevole, relativamente sicuro, non richiede un gran numero di impiegati; si può far fronte alle domande di rimborso con vendite in Borsa al corso della giornata; la responsabilità degli amministratori rimane trincerata dietro quella di un’autorità più alta, quella del Governo.

 

 

Il Governo italiano stesso, spinto dai suoi bisogni di credito sempre rinascenti, costrinse le Casse postali a seguire tali investimenti, ed indusse le Casse autonome a comprare quantità enormi di Consolidati, di titoli redimibili, di buoni settennali ed annuali. I risparmi del popolo venivano per tal guisa ad alimentare le velleità di pazze spese dei governanti, a tenere alto artificiosamente il corso della Rendita, a redimerci così in apparenza dalla odiata servitù dell’estero, ma nella realtà a rinsaldare, colla allettativa del facile credito, le catene a cui è avvinto lo Stato debitore in Italia.

 

 

Dall’altro canto i capitali che, privi dell’impiego facile nelle Casse di risparmio, si sarebbero forzatamente rivolti a fecondare col loro bacio vivificatore le industrie, l’agricoltura, i commerci, venivano distratti dai luoghi dove faticosamente si erano costituiti, non già per disseminarli con unità di vedute e con sapiente arte distributrice su quei medesimi campi onde erano sorti, ma per inviarli nella capitale dell’Italia nuova onde essere trasformati in sussidi ai Comuni dissanguati e spenderecci del Mezzogiorno, in prestiti per le guerre d’Africa, in ferrovie elettorali, ecc.

 

 

Oramai però è giunta l’ora di girare di bordo e di mutar sistema. Gli amministratori a cui la fiducia del pubblico concede il maneggio di quasi un miliardo di risparmi devono persuadersi che il loro compito non consiste solo nel ricevere dei depositi e nel comprare del Consolidato in Borsa (a tal uopo basta l’opera di un computista automata) ma nell’impiegare la massa enorme di capitali a loro disposizione in modo conforme ai reali interessi del Paese. Alcune fra le Casse italiane hanno dato il segnale della trasformazione. Ci è grato qui menzionare l’opera della Cassa parmense, la quale impiega il 40 per cento del suo fondo complessivo in investimenti cambiari, ripartendolo fra 10 mila cambiali con una media di 600 lire. Lo sconto è fatto in massima parte a piccoli commercianti ed agricoltori: nei villaggi della provincia, minuscole Casse rurali, quasi succursali dell’istituto cittadino, diffondono il credito fra quelle stesse popolazioni che alimentano la Cassa. Il professore ambulante di agricoltura, sussidiato dalla Cassa, veglia all’impiego dei capitali mutuati agli agricoltori, e combina il mutuo con le provviste a credito di concimi chimici, di macchine agrarie, di bestiame perfezionato per mezzo di Cooperative di acquisto e di consumo.

 

 

Dove la Cassa parmense ha esteso le sue operazioni è scomparsa la piaga sanguinante dell’usura; e l’agricoltura è stata trasformata profondamente. Il ministro Luzzatti, il fondatore delle Banche Popolari, dichiarò che la realtà era superiore ai suoi sogni; ed una Commissione francese mandata dal Museo Sociale di Parigi rimase grandemente ammirata e si propose di patrocinare in Francia l’imitazione dell’iniziativa feconda e benefica. Agli amministratori timidi e riguardosi poi, la Cassa di Parma può con orgoglio mostrare il proprio bilancio, dove le perdite sugli sconti sono minime ed inferiori perfino alle perdite cogli investimenti in titoli di Stato ed in mutui ai Comuni.

 

 

Né la cosa può parere strana a chi abbia compreso la natura dello sconto commerciale e si sia persuaso della necessità per le grandi Casse di trasformarsi quasi in Banche centrali delle modeste Casse rurali di prestito e delle Banche popolari conoscitrici dei bisogni individuali e della posizione materiale e morale dei mutuatari.

 

 

Alle Casse di risparmio incombono dunque due grandi doveri: ridiventare Asili dei risparmi dei poveri, cessando di essere il rifugio delle intimorite classi agiate; sostituire alla funzione di grandi provveditrici dei bisogni inutili del Governo e dei Comuni la nobile ed alta funzione di fecondatrici dei commerci, dell’industria e dell’agricoltura. Solo a tal patto potranno avere una vita durevole e gloriosa e fare dimenticare nell’ora eventuale del pericolo le colpe passate.

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