I due «ma»

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 16/12/1944

I due «ma»

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 16 dicembre 1944

 

 

 

L’organizzazione economica delle società moderne, le cui radici affondano ben oltre la rivoluzione francese e la cosidetta rivoluzione industriale, sino nell’humus fecondo delle libere città medioevali e, se si vuole spingere più in là lo sguardo, sino alla città greca nei suoi tempi di massimo fulgore politico e spirituale, non è caratterizzata dal «capitalismo».

 

 

«Capitalismo» è parola derivata da «capitale» e, come questa, è priva in se stessa di significato preciso. Il capitale è una cosa morta, fabbricata dagli uomini; e rende servizi o disservizi a seconda del modo col quale è adoperato. Dire che una società è capitalistica è dire niente; come tutti vedono che vorrebbe dir poco o nulla affermare che una società è terracquea, stradale, portuale, caseggiata e simili aggettivi materialistici.

 

 

Vi sono due tipi fondamentali di società economiche: quella comandata dall’alto e quella comandata dal mercato. Gli italiani hanno fatto l’esperienza ventennale di un’economia comandata dall’alto, da una persona, da un capo, da un gruppo; e l’esperienza è finita tragicamente. L’esperienza germanica, tanto più solida, sistematica, adatta al senso di disciplina e di ubbidienza dei tedeschi, finisce ora nel sangue e nel lutto.

 

 

Una economia imposta da un centro, ordinata da una volontà unica, da un consiglio od ufficio centrale è necessaria per uno scopo solo: la condotta della guerra. Quando lo stato deve per salvare il paese, essere il solo a dire quel che si deve produrre e consumare è necessario che la economia diventi ordinata dall’alto. E se la guerra è ritenuta santa dal popolo, gli uomini ubbidiscono al comando. In un articolo di qualche mese fa, ho cercato di descrivere più oggettivamente, che per me si poteva, i successi ottenuti in questa via dalla Russia comunista ed i limiti di quel successo.

 

 

Venute meno le necessità della guerra, i popoli repugnano ad obbedire al comando che viene dall’alto; sentono che il sistema è incompatibile con la libertà; che ubbidire ad una burocrazia centralizzata è subire la più tremenda delle tirannie che si possa immaginare; vedono, quando è ormai tardi, che il capo (persona, consiglio o partito) dell’economia di un paese è altresì il capo del pensiero, dell’insegnamento, della religione e deve, sotto pena di perire, indirizzare il pensiero, la stampa, la fede, la vita intiera dei cittadini al fine voluto da lui, fine che nulla ci dice coincida cogli innumerevoli e vari fini che i singoli si proporrebbero.

 

 

Perciò tutti, senza eccezione, almeno senza eccezione alcuna tra coloro i quali hanno dimostrato di avere un cervello pensante, i comunisti (o collettivisti o socialisti) si sforzano oggi di ricercare formule che siano capaci di conciliare l’economia pianificata dall’alto colla libertà umana; e chi vuole che il centro fornisca solo i principii generali, ma esista concorrenza fra impresa ed impresa gerita da consigli di fabbrica; chi vuole affidare fabbriche e terre a sindacati di operai e contadini; chi preconizza cooperative di produzione e di lavoro.

 

 

Non so che cosa uscirà da questo fervido lavoro di autocritica, il quale parte dalla premessa che il pericolo massimo da evitare sia la statizzazione vera e propria, sia la burocrazia universalizzata. Tutti, in tutti i paesi, sono così scontenti della burocrazia esistente, che la prospettiva di vederla estesa all’intera vita economica incute spavento generale. Si vuole altro; ma che cosa sia quest’altro, nessuno ha detto finora chiaramente.

 

 

All’altro estremo, vi è la economia di mercato od economia comandata dal basso. Il capo qui non è più un organo centrale. Capi sono tutti, il più umile consumatore andando sul mercato o facendo domanda di pane o di scarpe comanda ai produttori di fabbricare pane e scarpe. Comandare vuol qui dire creare un interesse in certe persone dette imprenditori, ad acquistare materie prime, macchine, fare impianti, salariare operai e produrre pane e scarpe, per la speranza di ottenere un profitto uguale alla differenza fra il prezzo ed il costo.

 

 

Teoria ed esperienza dimostrano che, se c’è «concorrenza», gl’imprenditori sono «costretti» a contentarsi di un profitto uguale al valore, al pregio dell’opera loro di organizzatori della produzione. Conviene ai consumatori, conviene alla collettività lasciar fare ad imprenditori «concorrenti» perché l’opera loro, stimolata dal rischio di perdere e dal desiderio di guadagnare è assai più efficace dell’opera di un funzionario anche intelligentissimo, in un’economia comandata dall’alto. Se c’è concorrenza, non v’è dubbio nella scelta tra economia libera di mercato ed economia comandata dall’alto.

 

 

Enrico Barone, in un celebre saggio sul Giornale degli economisti – riprodotto in versioni inglese e francese (Librairie des Medicis di Parigi) in una raccolta sull’economia collettiva edita da F. V. v. Hayck – dimostrò che, «in teoria» l’economia collettivistica o comandata dall’alto doveva adottare le stesse soluzioni date ai problemi della produzione e della distribuzione dall’economia di concorrenza. Di «fatto», l’economia comandata dall’alto sta indietro all’economia di mercato, come la vettura di Negri di un burocrate sicuro del suo stipendio sta indietro all’automobile di un imprenditore stimolato dall’ansia del perdere e dal desiderio del guadagno.

 

 

Ma vi sono due «ma».

 

 

I casistici si possono divertire a farne elenchi chilometrici; in verità i «ma» si riducono a due. Del primo ho già discorso; ed è che la concorrenza spesso non esiste ed esistono invece vari tipi di monopoli e di quasi monopoli. La conclusione, la sola ragionevole, se si vuole ragionare e non eccitarsi ed eccitare altrui vanamente, è che bisogna trovare le vie di combattere, sopprimere e limitare al minimo tollerabile senza danno, i monopoli. Poiché quello è il male, ragion vuole si combatta il male e non i sintomi del male od altri fatti ed istituti i quali non hanno nulla a che fare col male.

 

 

L’altro «ma» è che, «anche se esiste la concorrenza», la produzione e la distribuzione della ricchezza non sono quelle che sarebbe desiderabile fossero, moralmente, socialmente, umanamente.

 

 

Ogni consumatore arriva al mercato colla domanda che può fare con i mezzi di acquisto (moneta) che possiede. Se tutti i capi famiglia o tutte le massaie arrivassero ogni giorno sul mercato con dieci franchi la produzione si farebbe in base a quella domanda. Sarebbe una produzione di sole merci o servizi di prima necessità con poche merci di comodo, forse sigarette o vino.

 

 

Non si produrrebbero merci di lusso o poche di comodo. Il mercato non ha preferenze e fornisce quel che il compratore chiede. Credo nessuno consideri ideale e desiderabile una società nella quale tutti i cittadini posseggano esattamente lo stesso reddito e possano fare sul mercato una domanda esattamente identica. Dove la si è tentata, la distribuzione egualitaria dei redditi non ha resistito alla esperienza. Che cosa sono gli stachanovisti russi se non lavoratori più intelligenti e laboriosi degli altri, i quali producono di più e perciò ottengono salari più elevati degli altri?

 

 

D’altro canto, nessuno reputa sana e duratura una società nella quale pochi abbiano redditi altissimi e tutti gli altri abbiano redditi bassissimi. Una società priva di ceto medio, in cui la moltitudine debba contentarsi di 5 franchi al giorno per capo famiglia o massaia ed una minoranza abbia redditi da 1000 franchi al giorno in su è una società squilibrata, fatalmente destinata allo sfacelo interno od alla sconfitta militare.

 

 

In questa società il mercato, ubbidiente alla domanda, fornirebbe, se ci fosse concorrenza, al prezzo di costo, merci grossolane alle moltitudini e merci di gran lusso ai pochi. La concorrenza agirebbe, i produttori sarebbero pagati al costo; al punto di vista del mercato, nulla vi sarebbe a ridire non essendovi monopoli di sorta alcuna. Ma ripeto, sarebbe questa una situazione sociale sana? I due tipi estremi di società, quella ugualitaria e quella plutocratica, sono tipi i quali possono mantenersi solo colla forza. Una società ugualitaria va contro il diritto dei migliori ad elevarsi, dei più operosi a lavorare.

 

 

Può essere mantenuta solo se un dittatore od un gruppo afferra il potere e si proclama difensore del gran numero. Il che non è vero, perché il gran numero non può elevarsi, il gran numero non può conquistare il benessere se i migliori, i più intraprendenti non sono in grado di far valere le proprie qualità eccezionali, di iniziare cose nuove, di seguire vie diverse dalle solite. Solo la tirannia può mantenere in vita una società ugualitaria, ma la mantiene abbassando il tenore di vita di tutti.

 

 

Una società plutocratica con pochi ricchi in mezzo alla moltitudine miserabile è anch’essa una società pessima. Eccita l’odio e l’invidia dei più contro i meno. Scoraggia dal lavoro e dal risparmio i più, i quali veggono un abisso tra la propria sorte e quella dei fortunati e disperano colmarlo.

 

 

Le società moderne, «nei paesi in cui il legislatore adempie al suo dovere», non si muovono né verso il tipo della società ugualitaria né verso quello della società plutocratica.

 

 

Si leggono nei giornali e nei libri, sovratutto nei romanzi, assai declamazioni al riguardo. Chi esamini fatti veri deve riconoscere che la tendenza nella distribuzione dei redditi – che è cosa la quale è, nonostante gli evidenti legami, assai diversa dalla distribuzione delle imprese produttive – è verso lo schiacciamento delle punte di quella che si potrebbe chiamare la trottola sociale. Se si guarda ad una figura rappresentativa della distribuzione dei redditi in una società la impressione che se ne riceve è infatti quella di una trottola.

 

 

Essa è gonfia nel mezzo, appuntita mediocremente in basso, allungata in una punta sottile in alto. Dove c’è il gonfiore massimo, ivi sono i redditi normali, almeno uguali al minimo sufficiente al tenore di vita considerato decoroso (normale): dell’operaio qualificato, semi qualificato, dell’artigiano, del mezzadro, del piccolo affittuario, del proprietario coltivatore, dell’impiegato pubblico e privato nei gradi ordinari.

 

 

Al disotto vi sono i redditi «sub normali»: degli operai senza nessuna attitudine speciale, degli avventizi e più sotto, alla punta schiacciata, su cui la trottola poggia, di tutti coloro i quali per ragioni fisiche o morali od ereditarie si trovano al margine tra il lavoro ed il non lavoro, tra il lavoro onesto e quello disonesto, tra la legalità e l’illegalità, tra la salute e la malattia, tra l’equilibrio e lo squilibrio mentale. Al di sopra, vi sono i redditi «ultra normali»: dei professionisti valorosi, degli impiegati da capo ufficio in su, dei capi operai, capi reparti, ingegneri dirigenti, commercianti con buona clientela, industriali medi e poi via via grossi industriali e commercianti, grossi affittuari, banchieri, artisti celebri, medici, chirurghi, avvocati di grido, proprietari di fortune acquisite per eredità.

 

 

Quale è il compito dello stato, i cui dirigenti si propongano di favorire la costituzione di una società sana?

 

 

In primissimo luogo, è compito dello stato di ridurre al minimo consentito dalla natura umana la sezione della trottola sociale che sta al di sotto della normalità.

 

 

Sopprimerla del tutto non si riuscirà mai, perché purtroppo esisteranno sempre pazzi, delinquenti, vagabondi incorreggibili, oziosi che nessuna forza od attrattiva riuscirà mai a far lavorare. Qui siamo nel campo della medicina sociale, dei manicomi, delle case di salute, delle prigioni, delle case di correzione.

 

 

Chi ha visitato qui in Svizzera talune di queste case, ha visto miracoli e non dispera che un giorno le malattie sociali possano essere limitate al minimo davvero irriducibili. Dove non giova la medicina, importa usare delle armi dell’assistenza e dell’assicurazione sociale e sovratutto allargare a poco a poco, fino a limiti che oggi parrebbero utopistici, il campo dei servizi sociali gratuiti.

 

 

Abbiamo oggi la refezione scolastica gratuita per i bambini degli asili d’infanzia e per i ragazzi delle scuole elementari; ma dovremo giungere a dare la scuola gratuita (insegnamento, libri, vitto, ospitalità in case per studenti senza pagamento di alcuna tassa) in tutti i gradi, dall’asilo d’infanzia all’università ed al di là, alle scuole di perfezionamento, alle borse di studio per tirocinio pratico e per viaggi di studio e di ricerca scientifica.

 

 

Gratuita per tutti, in basso; per tutti i meritevoli in alto; di guisa che non si possa affermare vi sia un solo giovane dotato delle attitudini necessarie, il quale sia stato costretto, per mancanza di mezzi, ad abbandonare gli studi e non giungere alla meta che il suo ingegno e la sua operosità potevano fargli toccare. Gli studenti, i diplomati od i laureati, diventeranno milioni.

 

 

E che importa? Quella dei «troppi che studiano» è un’altra faccia dell’errore fondamentale divulgato dai monopolisti, per cui si produrrebbe troppo di tutto; troppa roba, troppe cose, troppi giovani di valore.

 

 

Bisogna combattere a fondo, in tutti i campi, l’errore del restrizionismo; aver paura di lasciar sussistere troppi stupidi, troppi ignoranti, troppi uomini di cosidetto ingegno naturale e presuntuosi; ma non aver mai paura di produrre troppo, massimamente di produrre troppi uomini capaci, tecnicamente addestrati, intellettualmente preparati.

 

 

Non abbiamo paura di far bene. L’uomo capace troverà sempre lavoro; e se gli altri non glie lo fornirà, lo inventerà e creerà egli stesso. La politica dei servizi pubblici gratuiti di cui ho segnalato solo l’aspetto scolastico, ha molte facce; e vanno dalla scuola alla casa, dai giardini aperti a tutti alle colonie marine e montane; e ha il nome generico di politica della «uguaglianza nei punti di partenza». Sarebbe politica suicida quella che si proponesse di ottenere uguaglianza nei punti di arrivo.

 

 

Ma è ragionevole auspicare a costituire una società, nella quale, pur cessando i redditi disuguali, nessuno abbia timore di scendere al di sotto del limite che separa la normalità dalla miseria e ad ognuno sia data, dopo aver chiuso, a spese dell’ente pubblico, il tempo della scuola o del tirocinio, la possibilità di partire verso la meta più adatta alla sua natura. Tempo correrà, perché l’alto fine possa essere raggiunto; ché non si improvvisano scuole, maestri, laboratori, case, istituti e se si improvvisano i risultati ottenuti sono pessimi. Ma bisogna cominciare ad andare innanzi senza scoraggiarsi.

 

 

All’altro capo della trottola sociale la politica dello stato ha uno scopo chiaro; l’abbassamento delle punte. Ciò non significa che si debbano combattere le grandi intraprese, i grandi magazzini, le grandi banche solo perché «grandi». La confusione del «grande» col «monopolistico» è, purtroppo, diffusissima oggi ed assume aspetti che, se non si trattasse di uomini per lo più candidamente ingenui o retti, si dovrebbero considerare preoccupanti. Se il «grande» agisce in condizioni di concorrenza esso, affermiamolo con tutta la forza possibile, è benefico, esso è desiderabile, è indice di progresso, è condizione di aumento della produzione e di aumento conseguente dei redditi individuali medi. La ragione dell’intervento repressivo dello stato non è riposta nel grande, ma nel pericolo del monopolio che può esistere, forse, più spesso per la grande, ma non è escluso né per la media né per la piccola impresa.

 

 

La politica di cui qui si parla non si riferisce alla lotta contro i monopoli; né la esclude ed anzi la suppone. Anche se noi riuscissimo a debellare i monopoli, permarrebbe la punta della trottola sociale. A causa dell’abilità eccezionale d’imprenditori, di professionisti ed a causa della eredità, esisterebbero sempre, anche in regime di concorrenza, redditi altissimi accanto a redditi alti, medi e normali.

 

 

Se le punte sono troppo alte, anche se sono dovute al merito universalmente riconosciuto e, sovratutto se lo sforzo il quale ha dato origine al reddito risale nel tempo ad epoca troppo remota, ci troviamo di fronte ad una società non sana; ed occorre correre ai ripari. Il rimedio esiste, è noto ed è usato con successo notevole, ed in verità si dovrebbe dire notevolissimo, in taluni paesi fra i quali basti ricordare l’Inghilterra, gli stati scandinavi e questa nostra ospitale Svizzera. Quel rimedio si chiama imposta.

 

 

Una osservazione mi è stata fatta, a proposito della chiusa dell’articolo sui giornalisti, da un uomo eminente, il Giudice Federale ed ora Presidente del Tribunale Federale Plinio Bolla. Le azioni penali per la responsabilità dei giornalisti imputati di diffamazione, calunnia od ingiuria si chiudono quasi sempre con la esaltazione dell’imputato e con la peggio degli ingiuriati e diffamati.

 

 

La pratica anglo sassone ed anche quella svizzera dimostrano che la sola azione efficace contro i reati di stampa è quella civile per risarcimento dei danni morali. La castigatezza del linguaggio dei giornali inglesi è dovuta alle indennità pecuniarie rilevantissime assegnate dai giudici a favore dei danneggiati da ingiurie, calunnie e diffamazioni di stampa. Il Tribunale Federale svizzero ha sancito sentenze, le quali giunsero talvolta a diecimila franchi di indennità. L’osservazione, nella quale concordo pienamente, doveva essere ricordata a correzione della chiusa del mio articolo.

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