I ferrovieri e l’esercizio di stato

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/08/1904

I ferrovieri e l’esercizio di stato

«Corriere della Sera», 30 agosto 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 170-174

 

 

La pubblicazione delle notizie intorno alle gravi domande dei ferrovieri ha avuto il merito di scuotere l’opinione pubblica e di interessarla al problema ferroviario, che a molti era apparso sinora come troppo complicato e tecnico per essere accessibile ai più. Quelle domande hanno reso evidente una cosa: che cioè ad una buona risoluzione del problema ferroviario sono interessati non solo coloro che viaggiano, non solo i commercianti e gli industriali che spediscono merci, non solo i ferrovieri, ma anche i contribuenti in generale. Quando si vede che i frutti di una futura conversione della rendita, tanto agognata e tanto difficile a conseguirsi, possono essere assorbiti per i due terzi ed anche più da una minaccia di sciopero ferroviario, è mestieri concludere che occorre guardare un po’ più davvicino il problema dell’assetto delle ferrovie.

 

 

Una domanda si presenta intanto spontanea: poiché i ferrovieri sembrano d’accordo nell’invocare l’esercizio di stato, è da ritenere che questo regime sia davvero più favorevole alla loro causa che non l’esercizio privato? A seconda che la risposta è affermativa o negativa, ed a seconda che si ritiene opportuno o non procedere innanzi subito sulla via dei miglioramenti al personale ferroviario, è chiaro che si sarà tratti a favorire più l’uno o l’altra soluzione del problema ferroviario.

 

 

Le opinioni però sono tutt’altro che concordi sul punto; e chi voglia sincerarsene non ha che da riandare le risposte ottenute dal «Secolo» alla sua inchiesta sull’esercizio privato e sull’esercizio di stato. Il giornale radicale milanese ebbe ad indirizzare infatti a deputati, senatori, studiosi, alcune domande, fra cui vi era anche questa : «quale dei due sistemi (esercizio di stato o privato) meglio risponde ai diritti ed alle aspirazioni del personale ferroviario, diritti lesi e aspirazioni deluse finora, come risultò dall’inchiesta presieduta dal senatore Gagliardo?» Non si potrebbe affermare che tutti coloro i quali risposero alla domanda abbiano avuto chiara coscienza del grave problema che essi erano chiamati a risolvere. Molti – troppi specialmente fra i deputati i quali pare si ritengono dotati di una specie di infallibilità innata – credettero che bastasse esprimere semplicemente la loro opinione, senza curarsi di suffragarla con un argomento purchessia. Altri sono meno assiomatici nelle loro affermazioni.

 

 

Fra i fautori dell’esercizio di stato, l’on. Nofri ritiene che esso sarà più favorevole ai ferrovieri, riferendosi all’«oramai unanime consenso delle organizzazioni dei ferrovieri»; l’igienista on. Celli sembra ritenere che solo l’esercizio di stato possa dare un’interessenza del personale agli utili, in equa proporzione; per l’on. Marescalchi sembra chiaro come il sole il vantaggio dell’esercizio governativo «poiché il personale sarà pareggiato agli impiegati dello stato»; l’on. De Cristoforis non ha alcun dubbio al riguardo, ma come il De Marinis e il sindaco di Milano, Barinetti, non dice il motivo della sua certezza; l’on. Cao-Pinna afferma che lo stato deve provvedere (pare che secondo lui i privati non possano) «con sicurtà assoluta a tutto quanto riguarda il personale». Almeno il senatore Rossi più diffusamente si augura «che l’esercizio di stato possa migliorare le condizioni del personale ferroviario, il quale verrebbe tolto alla capricciosa disposizione delle società, interessate ad ottenere il massimo lavoro colla minima spesa, si vedrebbe assicurata la carriera e la pensione per invalidità e vecchiaia e, assunto a dignità di impiego pubblico, avrebbe quei conforti morali e quelle vie di ricorso alla superiore giustizia, che sono attualmente contesi a questi poveri paria della più grande industria del paese». L’on. Turati, è favorevole all’esercizio di stato, perché in esso la questione del personale potrebbe definitivamente risolversi mercé il sindacato obbligatorio di tutti i ferrovieri, la stipulazione di contratti collettivi di lavoro, la partecipazione agli utili, e la nomina di un collegio arbitrale collettivo. È questa la più organica e seria giustificazione della preferenza che i ferrovieri possono avere per l’esercizio di stato, trattandosi di un passo verso l’instaurazione di quel collettivismo industriale che, a torto od a ragione, i socialisti ritengono apportatore di tanti benefici. Dal suo punto di vista l’on. Turati è logico nel perseguire la idealità socialistica, ma che logica vi è – a non parlare dei non criticabili De Marinis, De Cristoforis, Barinetti – negli onorevoli Celli e Marescalchi, i quali affermano che i ferrovieri devono volere l’esercizio di stato perché così avranno l’interesse agli utili e negli onorevoli Cao-Pinna e Rossi che fanno appello alla maggiore sicurezza, alle pensioni ed ai ricorsi, quasiché in un sistema misto come l’odierno italiano non si potesse, con buone leggi, garantire tutte queste cose ai ferrovieri?

 

 

Ciò hanno visto i non numerosi fautori dell’esercizio privato che risposero all’inchiesta del «Secolo». L’on. Pavia crede infatti che in entrambi i sistemi si possono svolgere ed applicare forme di cooperazione e compartecipazione atte a soddisfare diritti e bisogni del personale. L’on. Brunialti – che ha dettato la risposta forse più vivace ed interessante dell’inchiesta, – benché fautore dell’esercizio privato, è pure recisamente favorevole ad un sistema d’esercizio che assicuri ai ferrovieri la più larga partecipazione. Secondo il senatore Vidari i diritti del personale possono essere efficacemente guarentiti pur coll’esercizio privato purché si mutino le convenzioni, il governo vigili, e il personale moderi le sue pretese. Il prof. G. Mosca, crede anche lui che con qualunque dei due sistemi sia possibile assicurare i diritti e soddisfare le legittime aspirazioni del personale ferroviario. Il dott. Calderoni è dello stesso parere; ma aggiunge essere ignoto se le aspirazioni dei ferrovieri possano essere più prontamente e facilmente soddisfatte nel caso di esercizio di stato, dove trovano un limite insormontabile nelle esigenze del bilancio.

 

 

Secondo i professori Loria e Sella la bilancia dell’utile per i ferrovieri fra i due sistemi, dipende dall’organizzazione del governo. «Se nel governo imperano – dice il Loria – le classi lavoratrici, l’attribuzione delle ferrovie allo stato trae con sé vantaggi pei ferrovieri; ma in caso diverso, costoro non ne saranno vantaggiati, anzi potranno anche essere esposti a più duri sfruttamenti. Esempio: Vittoria (Australia)». A parte l’esempio dello stato di Vittoria, dove il governo fece benissimo a resistere ad un vero ricatto dei ferrovieri, alleati agli altri impiegati dello stato, il Loria applica così il criterio fondamentale del materialismo storico. Anche il Sella fa dipendere dalla pressione che possono esercitare i ferrovieri sulle classi politiche, il dire se sarà per essi migliore l’esercizio di stato o quello privato. «In tesi generale però lo stato – aggiunge egli – tende ad aumentare la burocrazia, non a pagarla meglio. In Isvizzera i ferrovieri domandano ora (dopo il riscatto) che si conservino le condizioni esistenti prima della nazionalizzazione delle ferrovie».

 

 

In fondo in fondo questo è il motivo principale dell’«oramai unanime consentimento delle organizzazioni dei ferrovieri» a favore dell’esercizio di stato a cui accenna nella sua risposta l’on. Nofri. I ferrovieri ritengono cioè di essere tanto forti da potere imporre allo stato ed al parlamento le condizioni da essi volute per mezzo della pressione elettorale e politica, mentreché di fronte ad imprenditori privati potrebbero disporre solo dell’arma dello sciopero. Il calcolo dei ferrovieri potrebbe essere sbagliato; poiché, come osservava il dott. Calderoni nella sua risposta, alle domande dei ferrovieri vi sarebbe un limite infrangibile nel bilancio; e l’opinione pubblica, indifferente alla discesa dei dividendi delle società private, potrebbe allarmarsi di fronte ad un assalto alle casse dello stato. È grave che il problema possa essere stato posto quale un problema di forza e di capacità di sopraffare le classi politiche avversarie. Le persone temperate avrebbero invece desiderato che qualcuno almeno di coloro che risposero alla inchiesta del «Secolo», avessero posto così il problema: l’esperienza, italiana e straniera, può farci concludere se l’esercizio di stato sia più o meno favorevole dell’esercizio privato al miglioramento della classe dei ferrovieri; e se uno dei due sistemi giovi di più a che il miglioramento avvenga senza danni all’economia nazionale, senza provocare squilibrio nel seno delle classi operaie, senza pericolo di dissesto per le finanze dello stato, senza intromissioni parlamentari, ecc. ecc.? Quest’appello all’esperienza straniera non fu fatto da alcuno – salvo fugacemente ed in modo incompleto dal Sella – di coloro che risposero all’inchiesta del «Secolo». Eppure sarebbe stato il metodo migliore per dare una base di fatto a risposte che altrimenti appaiono spesso campate in aria, per quanto corrispondenti a convinzioni rispettabili ed utilissime a conoscersi, quali indici dell’opinione pubblica, sul problema più vitale del momento in Italia.

 

 

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