I fondatori della grande Italia transatlantica

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/06/1901

I fondatori della grande Italia transatlantica[1]

«La Stampa», 9 giugno 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 372-378

 

 

In questi giorni si è discusso ripetutamente sulla tratta dei fanciulli italiani condotti a soffrire nelle vetrerie francesi e belghe, sui mali della nostra emigrazione nel Canadà e sull’opera spesse volte nefasta delle agenzie di emigrazione.

 

 

L’appello che il comitato piemontese dell’Opera per l’assistenza degli emigranti italiani ha lanciato all’opinione pubblica perché l’infame traffico abbia un termine, non sembra dunque, per fortuna, destinato a cadere nel vuoto.

 

 

Il riassunto che noi abbiamo fatto dell’inchiesta condotta da quel comitato nei circondari di Sora e di Isernia ha destato un fremito di orrore e di indignazione nei nostri lettori, i quali hanno visto con compiacimento che i ministri dell’interno e degli esteri hanno promesso di cooperare con tutte le loro forze alla repressione della tratta dei piccoli schiavi bianchi.

 

 

Auguriamoci che alle buone intenzioni segua l’opera. Non è tuttavia soltanto all’emigrazione della gente debole ed incapace di difendersi da sé contro i soprusi degli incettatori che bisogna pensare. Occorre altresì provvedere affinché l’emigrazione degli adulti non si incanali in vie perniciose, ed invece di gloria, sia apportatrice di disgrazie a se stessa e di disdoro alla madre patria. Purtroppo i nostri contadini ed i nostri braccianti spesso sono ingannati da agenzie di emigrazione, desiderose solo di lucrare forti guadagni, e sono spinti in luoghi inospiti, dove il lavoro manca, dove infieriscono le febbri, o la terra ingrata si rifiuta a dare un equo compenso al lavoratore.

 

 

È dovere della stampa illuminare l’opinione pubblica, sconsigliando l’emigrazione mal diretta e dirigendo i contadini e gli operai verso quei luoghi dove, se non la fortuna, sorride ancora all’onesto e perseverante lavoratore la speranza di una rimunerazione conveniente.

 

 

Oggi perciò noi vogliamo riassumere il rapporto che un egregio membro del nostro corpo consolare, il conte Odoardo Francisci, regio console in Cordoba, ha inviato sulle colonie agricole nelle province di Cordoba e di Santa Fè, nell’Argentina. È un raggio di sole che spunta in mezzo alle tenebre.

 

 

Son molti anni che l’Argentina attrae il grosso della nostra emigrazione; ma nell’ultimo decennio essa era alquanto scaduta nell’estimazione popolare, sovratutto perché nella capitale e nelle grandi città il lavoro non era più così abbondante e rimunerativo come prima, e specialmente era scarso e poco proficuo per tutti coloro che non sapessero adattarsi ai più rudi lavori manuali. Nella provincia la cosa è ben diversa. Non già che la fortuna ivi sia facile, ma una modesta agiatezza corona sicuramente gli sforzi di coloro che sanno lavorare.

 

 

Citiamo fatti:

 

 

La popolazione delle 46 colonie agricole del dipartimento di San Justo della provincia di Cordoba era nello scorso anno di 22.346 persone, ripartite in 2.939 famiglie, delle quali ben 2.663 italiane. Mentre fra gli argentini vi erano 389 proprietari, 52 affittuari e 28 mezzadri, fra gli stranieri (leggi italiani) vi erano 753 proprietari, 234 affittuari e 535 mezzadri. Ciò significa che molti nostri concittadini sono giunti alla condizione di proprietari ed altri vi sono incamminati. Né basta. Il numero delle case di commercio del dipartimento, che dal 1880 al 1890 era solo di 29, era nel 1900 salito a 834, per due terzi straniere, e di queste la maggior parte italiane, con un capitale complessivo di 3.230.000 pesos.

 

 

Fra gli italiani alcuni hanno raggiunto una posizione invidiabile. A Morteros il signor Bottaro, nativo di Pietra Ligure, benché da pochi anni stabilito nella città, col suo spirito commerciale ed intraprendente e col suo lavoro indefesso si è fatto una posizione più che rispettabile. Oltre ad un grande almacen (negozio), di vendita di ferri con deposito di macchine agricole, dove si fornisce la maggior parte dei coloni circonvicini, egli è un forte incettatore di cereali, è proprietario di tre grandi colonie, Maunier e Valtellina, in provincia di

Cordoba, e Zenon Pereyra, in quella di Santa Fé, ha tre succursali della sua casa in Brinkmann, Freyre e Porteña. Nello scorso anno ha edificato in Morteros un molino a vapore a cilindri, con una macchina della forza di 75 cavalli ed un macchinario dei più perfezionati, venuto dalla Germania, capace di una produzione giornaliera di 200 bolsas di farina di 90 chilogrammi l’una. Infine annualmente egli fa anticipazioni a 2.000 coloni per circa un milione di pesos (due milioni di lire).

 

 

Accanto al colosso altri vantano proprietà di 200, di 400, di 600, di 1.000 e più ettari di terra.

 

 

Il console Francisci così narra la sua visita alla colonia di San Pedro, confinante con la provincia di Santa Fè:

 

 

«In questa colonia visitai le chacras (poderi) di alcuni dei principali coloni, tutti piemontesi, quali il colono Nugna, proprietario di 26 concessioni di 25 ettari l’una (ettari 650), Costamagna, proprietario di 12 (ettari 300), Aymard e Manfredi, proprietari ciascuno di 16 concessioni (ettari 400). Tutti questi coloni hanno belle case in muratura e magazzini, hanno uno o più espigadoras, ciascuna delle quali costa circa mille franchi, numerosi aratri di acciaio o rastrelli, e qualcuno ha pure la macchina trebbiatrice, il cui prezzo varia da 15 a 20 mila lire. Nella casa di ognuno di questi coloni, che mi fecero tutti la più festosa accoglienza, notai molto ordine, pulizia ed un grande benessere, quale solo le famiglie dei contadini più agiati godono in Italia. In tutte le colonie, di coloni agiati, proprietari come questi, ve ne sono parecchi. Vi sono pure i disgraziati che cominciano con due o tre cattivi raccolti, si indebitano e sono costretti ad andare a lavorare terre altrui, ma, come ho inteso dire, e in parte ho potuto vedere io stesso, non sono i più; i più invece migliorano considerevolmente la loro posizione».

 

 

A San Francisco il console visitò le principali case di commercio italiane, quali sono quelle Ripamonti e Botturi, Bernardo Bertello e Bertello Hermanos. Sono tutte case importatrici di primo ordine che riuniscono negozi al minuto, all’ingrosso, vendite di ferramenti, di legnami, di macchine agricole, di tela e sacchi da imballaggi, compra e vendita di cereali e lino, forniscono ai coloni quanto loro abbisogna e fanno loro pure anticipazioni in denaro su vasta scala.

 

 

La principale di queste è una casa lombarda, Ripamonti e Botturi, la quale ha parecchi milioni di pesos di capitale, ed ha impiantato a sue spese e per suo uso esclusivo, tra San Francisco e Morteros, una linea telefonica lunga 110 chilometri, che è costata 11 mila pesos. Questa casa ha succursale in Devoto, Freyre, Morteros, Zenon Pereyra, e per la compra dei cereali ha rappresentanti anche in altre stazioni della provincia di Cordoba, come in quella di Santa Fè. Solo di sacchi per imballaggio per il grano e il lino ne vende varie centinaia di migliaia all’anno.

 

 

Dove spuntano i milionari italiani stanno bene anche i braccianti italiani.

 

 

«In questa casa (Ripamonti e Botturi), – racconta il console, – incontrai una grande quantità di braccianti arrivati da poco, come da diversi anni usano fare, dall’Italia per occuparsi durante la raccolta nelle colonie. Di questi braccianti ne incontrai molti in tutte le stazioni ferroviarie per dove passai. Guadagnano, secondo gli anni da 3 a 4 pesos al giorno oltre al vitto, che consiste in una minestra, nel tradizionale puchero ed un poco di acquavite. Con questo guadagno, dopo quattro mesi tornano in Italia; dove arrivano in tempo per prender parte ai lavori della raccolta nei rispettivi paesi e poi alla fine dell’anno tornano novamente qui».

 

 

Non finiremmo più se volessimo ricordare tutti i nomi e le iniziative feconde degli italiani che si sono arricchiti o semplicemente hanno raggiunto l’agiatezza nelle province di Santa Fè e di Cordoba.

 

 

In quest’ultima, e precisamente nel dipartimento di Marcos Iuarez, il quale ha 2.519 famiglie agricole, di cui 1.911 italiane e 1.310 proprietari, di cui 1.009 stranieri, ossia italiani, sparsi in 66 colonie, vi sono fra gli italiani forti commercianti, come i fratelli Calzolari di Bologna, che già rivaleggiano con le più forti ditte locali, come il signor Carlo Demano, piemontese, negoziante di cereali, che ogni anno compra e vende in media da 50 a 80 mila quintali di grano, come il proprietario Giovanni Cuffia da Virle (provincia di Torino), che possiede 300 ettari di coltivato, dei quali 225 seminati a grano, come l’agricoltore Giovanni Bonetto, pure nativo di Virle, un bel vecchio robusto, di antico stampo, uno dei primi venuti a stabilirsi nel paese quando intorno alla stazione non vi erano che poche case. Costui è proprietario di 560 quadre (900 ettari) delle quali 330 coltivate a grano. L’anno passato nella stessa area seminata a grano ebbe un prodotto di 3.840 quintali e quest’anno spera che il suo terreno seminato gli renda anche di più. Ha 250 tra vacche e buoi e circa 100 cavalli e così in proporzione hanno gli altri coloni; ha una casa comoda e grande con spaziosi magazzini ed ha pure il suo Aer Motor, pompa a vento per l’elevazione dell’acqua, che qui s’incontra abbondantemente a 4 o 5 metri di profondità.

 

 

Suo vicino è Antonio Sasia, da Gambasca (Cuneo). Possiede questi 350 quadre (580 ettari) di campo; ha anch’esso una bella casa, spaziosi magazzini, due grandi trebbiatrici, capaci di trebbiare ciascuna 400 quintali al giorno, e siccome è macchinista, è altresì provvisto di una piccola officina da fabbro e da falegname per la riparazione delle sue macchine.

 

 

Gli italiani non solo colonizzano la terra, ma fanno sorgere altresì a novella vita le città.

 

 

Bell-Ville è un paese di antica data sul Rio Tercero, che prima si chiamava Fraile muerto, e cambiò nome più di 30 anni fa, quando fu inaugurata la ferrovia centrale argentina. Fino allora poco importante, acquistò importanza sempre maggiore quando, una ventina d’anni fa, il signor Cornelio Casas, argentino, e tre italiani, Pietro Maggi, Pietro Lattuada e Angelo Curioni cominciarono a dedicarsi alla coltivazione dell’alfalfa, od erba medica. Tale coltivazione in pochi anni prese un immenso sviluppo. Ora Bell-Ville conta 5.000 abitanti, ha le principali strade lastricate, illuminazione elettrica e, dopo Cordoba e Rio Quarto, è il comune più importante della provincia. Almeno la metà dei suoi abitanti sono italiani.

 

 

Italiana è la principale casa di commercio della città, la ditta Carlomagno Hermanos, di Agnone (Campobasso), la quale ha un grande negozio all’ingrosso ed al minuto, vendita di ferri, legnami e macchine agricole, compra e vendita di cereali e sovratutto di alfalfa. Di cereali la casa Carlomagno fa ogni anno un commercio di 250 mila quintali; nel commercio dell’alfalfa poi è la prima della repubblica. L’anno scorso le sue spedizioni di alfalfa in Inghilterra, in Brasile e sovratutto nel Transvaal, ad occasione della guerra anglo-boera, raggiunsero quasi un milione di balle (fardos) da 50 a 70 chili l’una. Ha succursali per l’acquisto dei cereali e dell’alfalfa a San Marcos, ed altra succursale in Buenos Aires. L’anno scorso, fra tutto, fece operazioni per più di 8 milioni di lire.

 

 

Quale contrasto presenta il quadro con le lugubri descrizioni di martirii inflitti ai nostri connazionali in altri paesi inospiti!

 

 

Laggiù nell’Argentina è la vera meta della emigrazione italiana. Pure nel suo stile ufficiale, il console Francisci è preso talvolta da un palpito di commozione.

 

 

L’estensione delle terre coltivate a grano e a lino non solo nella provincia di Santa Fè, ma anche in quella di Cordoba è immensa e va ogni anno aumentando. Il raccolto del grano nella provincia di Santa Fè è calcolato a 900 mila tonnellate e quello del lino a 280 mila tonnellate. In provincia di Cordoba il raccolto del grano, che l’anno scorso, come risulta da un rapporto del direttore generale della statistica della provincia, ingegnere Manuel Rio, ascese a 450 mila tonnellate, quest’anno dovrebbe arrivare a 500 mila tonnellate e forse le supererà; il che rappresenta un valore di più di 60 milioni di lire per Cordoba e 120 milioni di lire per Santa Fè. Il raccolto del lino giungerà almeno ad 80 mila tonnellate, per un valore di più di 16 milioni di lire.

 

 

«Tutto questo immenso prodotto è dovuto quasi esclusivamente al lavoro indefesso dei nostri coloni».

 

 

Fatto glorioso, di cui gli italiani hanno ben diritto di menar vanto e grande vanto. Il console Francisci guarda fiducioso verso un avvenire ancora migliore.

 

 

«La terra colonizzabile in provincia di Cordoba abbonda ancora. Sopra 10 milioni di ettari, in condizioni più o meno favorevoli per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, la parte finora colonizzata arriva appena ad un milione e mezzo di ettari. In dieci anni, e anche meno, il numero delle colonie, ora di circa 180, potrebbe raddoppiarsi e così raggiungere quasi quello delle colonie della provincia di Santa Fè, che sono più di 400. Il risultato si potrebbe benissimo ottenere, tanto più che le ferrovie nella provincia ogni anno si estendono. Lungo le ferrovie non tarderanno a sorgere nuovi centri coloniali, avendovi i proprietari dei terreni circostanti indubbiamente interesse, ed altre colonie possono con facilità essere create negli altri dipartimenti solo in parte colonizzati».

 

 

Il periodo epico della colonizzazione italiana nell’Argentina non è dunque chiuso.

 

 



[1] La materia di questo articolo è stata riprodotta, senza varianti degne di nota e con lo stesso titolo, nel fascicolo del giugno 1901 della rivista «La riforma sociale».

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