I liberali e la partecipazione ai profitti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/04/1921

I liberali e la partecipazione ai profitti

«Corriere della Sera», 19 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 125-129

 

 

 

Nell’ordine del giorno votato dal congresso del partito liberale-democratico, l’ottavo principio, su cui i liberali vorrebbero fondare la «rinascita della pubblica economia e della vita sociale del paese», è formulato così: «attuazione del concetto della proprietà come funzione sociale e come collaboratrice del lavoro, sia nell’economia agricola come in quella industriale e in armonia col concetto della collaborazione contro la lotta di classe» mediante:

 

 

  • a) un’azione che tenda a favorire la formazione della piccola proprietà nell’agricoltura;
  • b) una ragionevole partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende;
  • c) una maggiore conoscenza da parte degli stessi lavoratori delle condizioni in cui si svolge l’industria.

 

 

È doveroso supporre che il congresso abbia voluto limitare i favori alla piccola proprietà, di cui alla lettera a, a quei casi in cui tecnicamente ed economicamente la piccola proprietà è capace di dare buoni frutti; ché volere la piccola proprietà in tutti i casi sarebbe un solennissimo sproposito, pernicioso se attuato, ma per fortuna inattuabile. La sostituzione della «maggiore conoscenza delle condizioni dell’industria» al «controllo» degli operai è un notevole progresso sulla via del buon senso e giova sperare che il futuro parlamento sappia far giustizia di quella cosa mortifera che è il controllo quale è descritto nel progetto del governo. Nessuno può trovare a ridire sul concetto di far conoscere con studi, statistiche, inchieste ai lavoratori «le condizioni in cui si svolge l’industria», sebbene non si veda qual sugo ne possano cavare e sebbene non si osservi negli stessi capi degli operai una apprezzabile buona voglia di approfittare dei mezzi amplissimi che già oggi sono a disposizione di tutti per studiare le condizioni dell’industria. Il che, immagino sia una cosa diversa dal ficcare il naso nelle condizioni delle singole imprese o aziende, conoscere le quali non deve fare né fresco né caldo agli operai, finché essi non abbiano voglia e capacità di partecipare alla gestione e quindi ai rischi, buoni e cattivi, della singola impresa presso cui sono occupati. Ciò che importa agli operai è di ricevere un buon salario, adeguato alle condizioni dell’industria, anzi dell’economia in generale: e tale buon salario essi lo vogliono e lo devono ricevere tanto dalle imprese che vanno bene come da quelle che vanno male. Ci mancherebbe altro che l’operaio dovesse contentarsi di un salario più basso solo perché l’imprenditore è un asino o un incapace o uno sventato! E, per legittimo contrapposto, il guadagno delle imprese che vanno molto bene deve restare tutto agli industriali; altrimenti che sugo ci sarebbe per costoro ad essere intelligenti invece che asini, abili organizzatori invece che pasticcioni, prudenti ed audaci nel tempo stesso invece che azzardosi o dubitosi?

 

 

Ma ho gran paura che il congresso su questo punto non avesse idee ben chiare, perché, mentre nella lettera c lodevolmente tentava, pur attraverso ad una frase nebulosa, di ridurre al minimo il contenuto ed i danni del «controllo», gli spalancava poi tutti e due i battenti col principio affermato alla lettera b, ossia con la partecipazione agli utili.

 

 

Qui occorre distinguere: non fra «ragionevole» ed «irragionevole» partecipazione agli utili, come fece il congresso, bensì tra «libera» ed «obbligatoria». Se la partecipazione agli utili deve essere libera, lasciata cioè alla libera convenzione delle parti, ed aiutata dallo stato nel solito modo con cui si aiutano i nuovi o vecchi istituti giuridici, ossia con l’apprestare la forma legale, entro cui il contenuto della partecipazione potrà essere versato, nulla di male. Anzi molto bene. Più sperimenti sociali si fanno, meglio è. La partecipazione agli utili, quando riesce, è un bellissimo ideale; perché, se il successo le arride, ciò vuol dire che le due parti hanno saputo dar prova di qualità speciali di buona volontà, di avvedutezza economica, di resistenza alle tentazioni di godimenti immediati negli anni buoni; qualità ammirevoli sempre, che nelle classi operaie sono caratteristiche di uomini scelti, capaci di salire su nella scala sociale. Gli sperimenti andati a male – che in passato furono di gran lunga i più numerosi – saranno anch’essi utili; mettendo in chiaro come non basti mettersi in mente un ideale per attuarlo. Qualche anno fa ricevetti memoriali, statuti, lettere dei dirigenti della manifattura di Ferro in Lombardia, i quali, avendo iniziato un esperimento di partecipazionismo, erano mossi dal sacro fuoco dell’entusiasmo e reputavano di avere scoperto il toccasana per accomodare per sempre i rapporti fra capitale e lavoro. Or ora, ho letto sui giornali con dolore che l’esperimento è finito male. Le maestranze lo videro di malocchio; la partecipazione non salvò la fabbrica da scioperi e dalla occupazione; sicché ora i dirigenti abbandonano per disperati il generoso tentativo.

 

 

Duole la mala fine di questo: ma fu quella stessa di centinaia di altri tentativi, iniziati con ardore e dovuti abbandonare dinanzi a difficoltà insormontabili insorte nel frattempo.

 

 

Ne accennerò alcune, le quali valgono a dimostrare come sarebbe un’imperdonabile leggerezza imporre per legge la partecipazione agli utili.

 

 

Per dividere gli utili, bisogna prima sapere come fare la divisione. In parti uguali? Pagare cioè i salari correnti agli operai e l’interesse corrente al capitale e dividere il resto a metà? Ma ciò può essere ingiustissimo. Talvolta, contro un capitale di 1 milione di lire bastano 10 operai ed impiegati; tal altra ne occorrono 500. Le proporzioni con cui capitale e lavoro concorrono nella produzione sono diversissime; e nessuna regola può darsi al riguardo. Gli statuti delle imprese in cui la partecipazione riuscì – delle altre non occorre occuparsi se non per tenersene lontani – contengono regole diversissime, ognuna delle quali ebbe successo, perché e solo perché era appropriata al caso singolo. Se vuol essere savio e non pazzo, il legislatore deve limitarsi a dire che è lecita la partecipazione, nella misura in cui le due parti di buon accordo vorranno tra di loro convenire. Il che è men che nulla e si può fare sin d’ora.

 

 

Che cos’è poi l’utile che si tratta di ripartire? Ecco uno dei punti più difficili. Lo lasciamo fissare al principale a suo arbitrio? Ed in tal caso è improprio parlare di partecipazione agli utili; ma trattasi di semplici gratificazioni a fin d’anno. Ottimo istituto, largamente e lodevolmente diffuso; ma che ha la barba lunga come quella di Noè. Ovvero l’utile dovrà essere calcolato in contraddittorio tra le due parti? In tal caso, il controllo operaio diventa un gingillo in confronto di questa macchina infernale disposta dal legislatore per far saltare l’industria. Parlo sempre del partecipazionismo obbligatorio; ché il volontario sarà da ognuno regolato nel modo ritenuto più opportuno.

 

 

L’imprenditore presenta un bilancio da cui risulta che l’utile è di 1 milione su un capitale di 10 milioni di lire? Detratto l’interesse corrente del 6% ossia 600.000 lire, rimangono 400.000 lire da ripartire. Supponiamo che la ripartizione avvenga metà a metà e quindi 200.000 lire siano attribuite ai 500 operai ed impiegati: 400 lire a testa in media. Musi lunghi e querimonie. A 20 lire al giorno in media, i lavoratori guadagnavano già 6.000 lire all’anno. La quota individuale di utile è appena del 6,66% sul salario annuo: meno di un doppio mese. Valeva la pena di far tanto baccano per così poca cosa?

 

 

Dalla querimonia al sospetto il passo è breve. Impossibile, si dice, che si sia guadagnato tanto poco. O che forse la piccolezza dell’utile non sia dovuta all’avere fatto troppi ammortamenti, all’aver mandato troppo forti somme a riserva, all’aver valutato troppo prudenzialmente le merci in lavorazione, le scorte di combustibile, ecc. ecc.?

 

 

Invano il principale si affannerà a dimostrare che su quella tal macchina bisogna calcolare una spesa di ammortamento del 20% invece che del 10%, perché è probabile che quella tal macchina sia presto messa fuori d’uso.

 

 

Invano dirà che bisognava in quell’anno mandare mezzo milione a riserva, poiché non si può presumere che tutti gli anni siano buoni e bisogna prepararsi alle crisi. Perderà il tempo a chiarire come le merci non si potevano calcolare in bilancio al prezzo corrente al 31 dicembre, perché i prezzi tendono al ribasso e non si può dire d’aver guadagnato finché la merce non è venduta. Tutto fiato sprecato. «Che cosa importa a noi, – diranno o penseranno gli operai, – dell’avvenire della vostra azienda? Voi ci avete promesso la metà degli utili. Dateci quel che ci spetta quest’anno. All’avvenire penserà chi vivrà allora. Oggi siamo vivi e domani siamo morti. Oggi siamo qui e domani là. Fuori i quattrini!».

 

 

Ed i quattrini bisogna metterli fuori; ma l’impresa va con le gambe all’aria. Storia vecchia, storia universale dei nove decimi delle cooperative di produzione e delle imprese in partecipazione.

 

 

Perché questa riesca, bisogna che la maestranza sia scelta, composta di operai disposti a rinunciare per anni ed anni agli utili; ad accumular riserve; a non ritirare gli utili a fine d’anno, ma lasciarli stare nell’azienda, intestati ad una cassa di vecchiaia o di soccorso, o depositati in conto corrente vincolato. Bisogna che gli operai non si lamentino se, dopo aver lavorato indefessamente per la speranza di partecipare all’utile, in quell’anno utili non ci sono, forse anche per incapacità od errori commessi dal principale.

 

 

Bisogna che gli operai, in questo caso, vedendosi presentare un bilancio in perdita, dicano filosoficamente: chi fa falla; le cose andranno meglio l’anno venturo. Ed intanto conservino intiera la loro fiducia nel principale e lavorino meglio e più di prima.

 

 

Io non dico che tutto ciò non possa capitare. Dico che è rarissimo succeda di fatto e che, quando succede, quegli operai non hanno più l’anima proletaria. Sono degni di essere dei borghesi. Anzi lo sono già divenuti; e non hanno nessun bisogno di nessun aiuto dello stato e neppure del partito liberale-democratico. Perché un industriale, il quale dispone di una maestranza siffatta, si affretta a farsene altrettanti soci, sicuro di arricchire lui ed i soci.

 

 

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