I limiti alla libertà tributaria dei comuni

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/07/1921

I limiti alla libertà tributaria dei comuni

«Corriere della Sera», 9 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 244-247

 

 

 

Non è agevole indicare quali debbono essere i limiti che il legislatore deve porre all’azione tributaria dei comuni, lasciandoli poi liberi di operare entro quei limiti secondo la volontà della maggioranza.

 

 

Ma taluni principii generali possono essere indicati, i quali debbono essere inderogabilmente osservati. Un primo limite è quello della specie delle imposte o sovrimposte lasciate a disposizione dei comuni. La legge deve indicare tassativamente queste imposte.

 

 

I comuni non possono cioè essere lasciati liberi di istituire una qualsiasi imposta che piaccia alla fantasia dei loro amministratori di inventare. La materia tributaria non è un terreno di esperimenti, per la buona ragione che tutto è già stato sperimentato e che il legislatore deve fissare per tutto lo stato i criteri generali di distribuzione delle imposte. Altrimenti, possiamo essere sicuri che in ogni comune sarebbe istituita quella imposta che meglio fosse atta a danneggiare l’avversario amministrativo.

 

 

In secondo luogo, la legge deve dire sino a qual limite l’imposta può essere spinta. A nessun comune deve essere lecito di andare al di là di una certa percentuale del reddito imponibile. Se il reddito è 100, bisogna innanzitutto studiare quale parte possa essere attribuita agli enti pubblici e quale lasciata ai contribuenti. In certi casi il contribuente si rifiuterà a produrre il reddito, se l’imposta gliene porta via più del 10 o del 20 per cento (redditi di lavoro); in altri (redditi industriali, commerciali o di risparmio) si può andare sino al 30 per cento; in altri (redditi altissimi, anche in moneta svalutata) si potrà andare sino al 50 per cento. Più in là non si può, perché il contribuente, pur di non pagare, si nasconderà, spedirà all’estero i suoi risparmi, emigrerà lui stesso. Dopotutto, gli impiegati, salariati e creditori dello stato, dei comuni e delle provincie occorre riflettano che essi sono una minoranza dei 38 milioni di italiani. Con le loro famiglie saranno due, saranno tre milioni, o quattro su trentotto. Essi possono ottenere più del 10 per cento che a loro spetterebbe in ragion di numero; possono spingersi al 20, al 30 per cento; ma bisogna pure che lascino vivere gli altri milioni. Altrimenti, questi cesseranno di produrre.

 

 

Fissata la percentuale del reddito che può essere assorbita dall’imposta, per esempio in media il 30 per cento, il legislatore deve determinare qual parte spetti allo stato, quale alle province e quale ai comuni. Non si può scindere il problema della tassazione dei comuni da quella dello stato. Alte lagnanze si udirono a Milano ed a Torino perché il governo non consentì che la tassa di famiglia fosse spinta sino al 25 per cento del reddito e fissò invece il massimo del 7 per cento. I ricchi, si disse, possono pagare ben più del 7 per cento.

 

 

Pagano assai di più, stiano sicuri i difensori delle libertà municipali e del principio della progressività nelle imposte. Lo stato non poteva, senza suicidare se stesso, consentire ai comuni di abbandonarsi alle proprie intemperanti voglie tassatrici. Chi paga il 7 per cento di imposta di famiglia, paga sicuramente il 20 e più per cento di imposte sui terreni o sui fabbricati o di ricchezza mobile, paga il 3 o il 4 per cento di imposta patrimoniale, che vuol dire spesso il 100 per cento del reddito e paga una serie non breve di altri tributi di successione, di registro, di consumo. Lo stato, che sa quanto grandi siano i suoi bisogni, non può lasciarsi falciare l’erba sotto i piedi dai comuni, ma deve imporre ai suoi concorrenti tassatori un limite infrangibile.

 

 

Ancora, quando sia stata fissata la parte dei comuni, il legislatore deve fissare anche i rapporti reciproci tra le diverse imposte comunali. È il vecchio principio che non si possa aumentare la sovrimposta sui terreni senza aumentare anche quella sui fabbricati. Forse il principio, in passato, era applicato troppo rigidamente e perciò fu battuto in breccia. Ma, reso più elastico, con un certo margine discretivo per i comuni, esso deve essere riaffermato. Non deve essere possibile aumentare in una certa misura la sovrimposta sui terreni, senza aumentare in una misura consimile quella sui fabbricati, l’altra sui redditi industriali, commerciali, professionali, quella sui redditi degli impiegati e dei salariati e quella generale sulla spesa. Tutte le imposte devono essere legate. Nessuna si deve muovere all’insù, senza che si muovano all’insù anche tutte le altre.

 

 

È questa la sola salvaguardia lasciata nei tempi moderni ai contribuenti. Se le maggioranze municipali possono colpirli ad uno ad uno, regneranno disordine, ingiustizia ed anarchia espropriatrice. Se invece, fatti i debiti ragguagli per la diversa capacità contributiva, non si può tassare il proprietario di case senza tassar anche il bottegaio, e questo senza toccare il professionista, né l’impiegato o l’operaio, a parità di redditi, possono dirsi salvi; allora è probabile si mettano imposte solo quando è necessario per provvedere a spese utili. Allora si crea un controllo efficace sulla cosa pubblica e tutti si interessano delle finanze comunali, perché ognuno sa di non poter chiedere una spesa senza doverne pagare direttamente in parte il conto. Quando chi vota la spesa e ne gode i vantaggi, non è chiamato a pagare direttamente neppure un centesimo del costo, le imposte salgono alle stelle, si fanno spese inutili ed il bilancio va alla rovina.

 

 

Finalmente, occorre che le imposte siano distribuite in vari gradini e che, se per il primo gradino basta a votarle la maggioranza comune, nei successivi gradini, quanto più l’imposta sale, tanto più diventi rilevante la maggioranza necessaria per la deliberazione. Fino a che, per usare il linguaggio corrente, i centesimi addizionali non superano i 50 per ogni lira di imposta erariale, basti la maggioranza assoluta della metà più uno. Ma se i centesimi vanno a 60, occorrano i tre quinti; se ad 80 siano necessari i quattro quinti dei presenti od almeno i due terzi degli eletti. Il che è ragionevole; perché le imposte nei loro primi gradini rispondono a bisogni universali, pacifici, per cui sarebbe inopportuno consentire ad una minoranza anche cospicua di fare ostruzionismo. Invece, i gradini successivi rispondono certamente a spese meno fondamentali, su cui le opinioni possono essere diverse. Perché la spesa e la relativa imposta possano dall’universale essere reputate giuste, è necessario che esse non siano considerate una imposizione della metà più uno sull’altra metà meno uno, ma che abbiano ottenuto il consenso di una parte ragguardevole della rappresentanza municipale. Col sistema maggioritario con la rappresentanza delle minoranze limitata ad un quinto, non è troppo chiedere il voto favorevole dei quattro quinti in certi casi estremi di imposte oltrepassanti limiti elevati. Se quel voto non si ottiene, segno è che neppure la maggioranza – socialista o popolare o liberale che sia – è concorde; ed in tal caso è bene che la spesa non si faccia.

 

 

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